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Gli adoratori dello stato evocano Marx e lo tradiscono (Marino vicesindaco)

Il candidato laburista del Regno Unito ha molti seguaci tra i nostalgici collettivisti europei (tutti rimandati). Nella Capitale lavora una squadra di commissari. Il Pagellone fogliante della settimana politica di Lanfranco Pace.

29 Agosto 2015 alle 06:01

Gli adoratori dello stato evocano Marx e lo tradiscono (Marino vicesindaco)

Pierluigi Bersani e Stefano Fassina (foto LaPresse)

UNA DELETERIA FASCINAZIONE

 

Jeremy Corbyn ha detto che ogni tanto bisognerebbe ricordarsi di Marx. Il candidato alla leadership del partito laburista ha adepti nel vecchio continente: sono in sonno, tifano magari timidamente ma in cuor loro no, alla sola idea di mettere tra parentesi il New Labour dell’odiato Tony Blair hanno come un’erezione. I Fassina, i Civati, i Vendola, i Montebourg, i Varoufakis, sembra però che abbiano dimenticato uno dei capisaldi del marxismo: la necessità di abbattere lo stato, apparato di controllo “borghese”. Ovviamente è senso comune che uno stato serva, ma da qui a subire una fascinazione deleteria per la cosa pubblica, per l’intervento statale, per tutto ciò che non è iniziativa privata, ce ne corre. Non può essere solo per via della povera Mariana Mazzucato, il cui best seller, “Lo stato innovatore”, fu accolto qualche anno fa dal Sole 24 Ore, cioè da Confindustria di cui è nota la cointeressenza con lo stato, come il più importante libro di economia degli ultimi venti anni. In cui per altro l’autrice scriveva anche cose condivisibili, come l’importanza del settore pubblico negli investimenti strategici, nelle nuove tecnologie: davvero non ci sarebbe stata la Silicon Valley e tutto quel che ne è seguito se gli investimenti militari, cioè lo stato federale,  non avessero creato un contesto favorevole al loro sviluppo.

 

In Italia la sinistra non si sogna lontanamente di investire nel militare, nemmeno se avessimo finalmente un esercito europeo, anzi della cosa ha orrore: da noi pubblico coincide con bene comune e la santificazione dello stato passa attraverso Acea e altri efficientissimi consimili servizi. Il socialismo nella libertà che Enrico Rossi, per altro ottimo governatore, vorrebbe costruire, beh, nell’arco di quaranta anni per soppiantare l’egemonia del liberismo, altro non sarebbe che i soviet e la rete idrica. Davvero la sinistra non ha nulla da proporre di diverso da rigurgiti collettivisti che pure ogni tanto affiorano, dal vento dell’est dove la sanità era eccellente e le scuole funzionanti a pieno regime?

 

La storia non insegna nulla, individualmente e collettivamente rifacciamo gli stessi errori: ma il fallimento del socialismo non è manco storia, è roba di ieri, ancora calda. Nessuno ha dimenticato il concerto dei Pink Floyd ai piedi del muro e quei milioni di donne e uomini, operai, proletari e non certo borghesi civatiani, che, al primo spiraglio di libertà, hanno votato con i piedi, incamminandosi a passi spediti verso l’occidente capitalista crudele ma dalle mille luci.

 

Non ci si può più dire di sinistra se non dando preliminarmente conto di un fallimento storico che non consente di cincischiare tra pubblico e privato, né di far finta di nulla e chiamare ipocritamente le cose vecchie con nomi nuovi solo per non dover rispondere a domande più che legittime da parte di coloro che ascoltano.

 

Dal Pci al Pds ai Ds  e ora al Pd, nessuno, né Occhetto, né D’Alema né Veltroni né Bersani, ha mai detto: ci siamo sbagliati, ecco perché, il comunismo fu tragica illusione, avevano ragione i social traditori fin dal lontano 1921, aveva ragione Craxi, aveva torto Berlinguer. Lo disse una volta e a bassa voce se non ricordo male Piero Fassino, le sue parole caddero nel vuoto, mentre il gota della sinistra - e non solo - andò in massa alla prima del commosso opus veltroniano “Quando c’era Berlinguer”.  Se a quasi trent’anni dal crollo del Muro, centinaia di migliaia di onesti sognano ancora meravigliosi domani e si preparano all’ennesima esperienza frustrante e minoritaria, la colpa è di chi non ha mai parlato loro il linguaggio della verità. Non perché si debba dire per forza la verità, anzi in politica è spesso più saggio il contrario: solo che dopo una grande sconfitta la verità diventa indispensabile per tornare a vincere: dopo Caporetto non si sta lì a dire sì, no, a pesare le cose con il bilancino, a dire noi abbiamo perso ma gli austriaci non hanno vinto. La sinistra tornerà ad essere una cosa seria e quindi sarà di nuovo competitiva quando farà irreversibilmente sua la scommessa che la destra non ha mai raccolto sotto nessun cielo, né con Reagan né con Thatcher, e non potrà mai raccogliere perché non è nella sua natura né nella sua cultura: quella dello stato minimo.

 

A  Jeremy Corbyn, altero, allampanato James Coburn con barba ben curata, voto 6 e mezzo: fa sul serio, vuole addirittura rimettere nello statuto che la proprietà collettiva dei mezzi di produzione fa parte dell’orizzonte laburista. Per i seguaci italiani continua a non esserci voto fino a quando danno l’impressione di aver studiato tutto Leopardi quando l’esame è tutto su Carducci o viceversa.

 

BERSANI  NON SARA’ MAI DELLA PARTITA

 

Gotor or not Gotor, pare che Bersani non ci pensi proprio a farsi mettere nella riserva degli ex ds. Da una vita si batte contro una tale povera prospettiva, quando era in maggioranza e ancora di più oggi che è minoranza. E’ pur sempre uno dei pochi ministri che ha fatto cose eccellenti in materia di privatizzazioni e  liberalizzazioni, l’unico ad aver ridotto davvero  peso e influenza del pubblico. Voto 8, per quello che ha fatto e, si spera, farà.

 

STELLA ROSSA SUI CAMPI

 

Un ministro dell’agricoltura così non lo si vedeva dai tempi dei piani quinquennali di sovietica memoria: propone di confiscare l’impresa agricola che usi manodopera reclutata da caporali. Un duro dei duri: ma ha idea, il ministro, dei contenziosi legali a cui darà la stura, della serie infinita di ricorsi? Forse l’ha detto tanto per dire. Bravo comunque: una finta durezza è meglio che voltare la testa dall’altra parte. Voto 8, per prontezza di riflessi.

 

[**Video_box_2**]MARINO, OH MARINO

Da quando Renzi ha rinviato ad agosto il Consiglio dei ministri di luglio che doveva occuparsi dei guai di Roma, Marino tiene il broncio e il punto. Ha detto che sarebbe andato in vacanza e in vacanza sta. Non c’è dubbio, ha tempra. Ma come sindaco non ce la fa proprio: gnafà. Infatti l’hanno circondato e gli hanno messo al culo un paio di badanti. L’ultima ha coccarda prefettizia, ma è a sua volta così distratto, vedi funerale di zio Vittorio, che avrebbe bisogno anche lui di badanti. I romani che hanno votato per un sindaco, si ritrovano una nutrita legione di commissari e facenti funzione: Sabella, Esposito, Gabrielli, Orfini. Marino dovrebbe aver capito che la politica in generale e in particolare non è cosa per lui. L’immortale conte Mascetti gli direbbe solo due parole: vice sindaco.  

 

MIGRANTI

 

Non finiranno mai di arrivare né di morire, vicino alle nostre spiagge, vicino alle nostre porte.     Durerà finché gli europei  - e gli americani - non prenderanno atto che è una questione politica, diplomatica e militare. Che occorre un’operazione energica, risolutiva, con cui chiudere molti conti. Quelli lasciati in sospeso da Bush, quelli derivati da sciagurate decisioni europee e aggravati negli anni dalla presidenza Obama.  Continueranno dunque a cercare di sbarcare per almeno due anni: se la macabra contabilità quotidiana dei media è necessaria, non altrettanto si può dire della elocuzione di quell’irresponsabile fatto e finito di Salvini e della Santanché, pasionaria stanca.  Esame di gruppo, come nel ’68: voto 3.

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