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Le sceneggiate penose di Mafia Capitale

La viltà di una classe dirigente che si beve la storia del Padrino a Roma - di Giuliano Ferrara

28 Agosto 2015 alle 19:37

Le sceneggiate penose di Mafia Capitale

Una scena de Il Padrino

E così ci siamo abituati. Roma è una città di mafia, come Palermo o Trapani o Agrigento. Già colpita dalla burinaggine di quel cambio di nome burocratico-nazionale, Roma Capitale per una città che si chiamava Roma e basta (e bastava), ora il Caput mundi è Mafia Capitale. Dicono che si tratta di una mafia particolare, originale, diversa ma contigua a quella che la storia d’Italia e di altre latitudini ha mostrato nelle sue gesta epiche criminali. Ma tutti sanno che mafia è parola insieme oscura e precisa: famiglie, boss, cupole, intimidazione, controllo armato del territorio, collusioni pubbliche, politiche, e infiltrazioni in magistratura e polizia, riti codificati nel tempo, ambivalenza nei rapporti con la chiesa cattolica, linguaggio e segreti, rete speciale di informazioni, possenti interessi in settori di punta del mercato criminale, mobilitazione del voto popolare, omicidi, vendette, stragi, guerre di mafia, omertà. Tutti sanno che quanto è emerso dall’inchiesta che porta quel nome altisonante, Mafia Capitale, è una estesa e ciarliera corruzione di personale municipale, come tante, realizzata da un consorzio di cooperative ispirato al riscatto sociale degli ex carcerati e fattosi avido di appalti nel campo dei servizi assistenziali, roba di impatto e pericolosità modesti. Tutti sanno che l’ex gangster Carminati, che era della partita secondo una quantità di intercettazioni da sballo mediatico, è un affabulatore da pompa di benzina, un refoulé della criminalità comune circondato da esigenti cravattari o usurai, non dai picciotti corleonesi. Tutti sanno che il funerale in rito Sinti di Vittorio Casamonica, con i cavalli e la banda e i fiori piovuti dal cielo, oltre che una cosa privata legata a un lutto, è al massimo una sceneggiatura di Paolo Villaggio o di Rodolfo Sonego per un film di Sordi. Tutti sanno tutto, eppure l’abbiamo bevuta. Vedremo se a novembre il processo con rito immediato ristabilirà in dibattimento il lato grottesco della storia, l’unico verosimile, o se dovremo sorbirci fino in fondo, feccia compresa, questo romanzo criminale o serial tv.

 

Intanto non ci resta che riflettere ancora una volta sulla potenza del circo mediatico-giudiziario. Due ore di Consiglio dei ministri per decidere il nulla sul nulla, e pare senza norme che lo consentano; commissariamento mascherato della giunta Marino; il Giubileo della misericordia tirato dentro l’affare senza pietà: e questo dopo mesi di intreccio tra inchiesta giudiziaria, riflesso mediatico tambureggiante e orchestrazione politica di mitologie che rincorrono mitologie (il Padrino a Roma e la lotta dei nuovi capitani coraggiosi dell’antimafia per estirpare la malapianta). Da quello che è emerso sappiamo che si tratta soltanto di malaffare ordinario, una mala vita che vale poco più o poco meno della dolce vita, che non uno dei grandi business di Roma è entrato nell’indagine, ma il timbro di mafia caratterizza tutto il processo, intimidisce chiunque osi criticamente vagliare l’operato della magistratura, spinge al conformismo inquisitorio, sulla scorta delle intercettazioni e delle soffiate di procura, l’intero sistema dei media con solitarie eccezioni. Nella storia di Roma, che ne ha viste, è entrato a viva forza lo stereotipo della mafia. Qualche osservatore che conosce il pudore aggiunge “cosiddetta” alla formula ormai canonica di Mafia Capitale, ma via, diciamocelo, è fatta.

 

[**Video_box_2**]Nella primavera scorsa il capo degli inquirenti romani si presenta a un convegno del Pd e annuncia: arriverà una grande resa dei conti, ci siamo. E’ il primo passo, tutto politico, di una vicenda misteriosamente politica. Pochi giorni dopo arresti spettacolari, carceri speciali ai sensi del 41 bis, applicazione generalizzata dell’accusa di associazione per delinquere di stampo mafioso ex 416 bis, brani di intercettazioni alla carbonara dilagano, il circo si mette in moto con le sue tecniche di sempre, acrobati, clown, bestie feroci, finti eroi con pennacchio, fanfare, marce e marcette per bambini. Non c’è politico che non squittisca al seguito dei pifferai di Mafia Capitale, non c’è giornalista che sollevi obiezioni sensate contro l’indagine-reportage che gonfia a dismisura e deforma il carattere dell’accusa, che chieda la verifica di fatto di un teorema giudiziario segnato dal surrealismo, non c’è autorità che si preoccupi di vagliare, pesare, distinguere, accertare oltre il grande polverone telefonico e origliatorio. E alla fine ciò che aveva una così forte connotazione mediatico-politica, generato applicando con disinvoltura giurisdizionale a quattro malfattori de borgata le misure ideate in emergenza per combattere gli stragisti di Corleone, sfocia in una sceneggiata politica di governo che comprende lo scioglimento del municipio di Ostia e altre bazzecole: dall’annuncio politico all’inchiesta-reportage (copyright Piero Tony) alla decisione politica. Il terreno per il processo è preparato, il Giubileo di Roma mafiosa è perfettamente attrezzato e infrastrutturato. Perché tutto questo sia accaduto, e con quante complicità e viltà nella classe dirigente, è l’enigma gaudioso che bisognerà prima o poi sciogliere.

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