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Ragioni politiche ed economiche per abolire la tassa sulla casa

Renzi va dritto alla pancia del paese per superare i veti della minoranza Pd. Consumi o investimenti saliranno - di Eugenio Somaini

21 Agosto 2015 alle 19:40

Ragioni politiche ed economiche per abolire la tassa sulla casa

Matteo Renzi (foto LaPresse)

A quanto pare lo scenario politico italiano si è arricchito di una nuova prospettiva: la candidatura di Roberto Speranza alla guida del governo (per ora solo ombra) e la presentazione di un dettagliato programma di politica fiscale. L’idea di fondo, illustrata sul Foglio due giorni fa, è quella di una delega a 360 gradi al governo per una revisione radicale del sistema delle imposte e delle aliquote, un programma che è verosimilmente destinato a coprire più di una legislatura e che fa sorgere spontanea la domanda di quale tipo di governo abbia in mente Speranza, se uno che si regge sulla nuova edizione dell’arco costituzionale rappresentato dall’opposizione a Matteo Renzi e, in caso contrario, di quali siano la legge elettorale e l’assetto istituzionale in cui potrebbe formarsi e operare concretamente il governo Speranza. Ci manca la forza di pensiero per intraprendere anche solo un tentativo di risposta e ci limitiamo a qualche considerazione sul progetto di riduzione del prelievo fiscale annunciato da Renzi e sull’idea che il percorso di riforma abbia inizio con l’abolizione a partire dal prossimo anno dell’imposta sulla prima casa.

 

Tale progetto è stato criticato anche da coloro che ne condividevano l’obiettivo generale per il fatto di avere scelto proprio quest’ultima come prima tappa. Le critiche, non del tutto infondate, trascurano però alcuni aspetti rilevanti della questione, e sono fondamentalmente di due tipi: le prime si basano su considerazioni di equità, le seconde riguardano il fatto che la misura non offrirebbe alcun diretto incentivo alla produzione e all’occupazione.

 

Per quanto riguarda le prime, trascurerò del tutto le consuete litanie di coloro che invocano misure redistributive a favore dei meno abbienti, sottolineando invece che effettivamente l’esentare da tassazione la prima casa implica una discriminazione ai danni di chi vive in regime di affittanza, consistente nel fatto che, mentre il proprietario ottiene dalla casa che abita un reddito nella forma non monetaria di servizi abitativi non soggetti a tassazione, l’affittuario acquista i medesimi servizi dietro il pagamento di parte di un reddito che è stato tassato e il locatore è sottoposto a un’analoga tassazione per le somme che riceve a titolo di canone di locazione.

 

In linea di principio l’imposizione patrimoniale applicata a beni direttamente goduti dai proprietari (in primo luogo, ma non solo, case) dovrebbe fare parte anche di un tipo di prelievo  puramente proporzionale, sotto forma di flat tax sul reddito o di imposta sui consumi: se opportunamente calcolata, l’imposizione patrimoniale equivarrebbe infatti all’applicazione dell’imposta unica generale al caso specifico e anomalo di redditi (o benefici) che non assumono forma monetaria. Con buona pace di Speranza, ritengo che un sistema di flat tax sia un’ipotesi assolutamente plausibile, declinabile in termini di ragionevole e non punitiva equità, una volta che sia combinata con esenzioni o con forme di reddito garantito, ma che nelle circostanze attuali esso sia improponibile e rappresenti di fatto un diversivo. Ritengo anche che le stesse circostanze che la rendono improponibile rendano la detassazione della prima casa opportuna da un punto di vista sia politico, sia economico.

 

L’opportunità politica sta nella sua evidente capacità di generare un consenso (ovviamente anche elettorale), che darebbe impulso al progetto nel suo insieme, creerebbe condizioni favorevoli per le tappe successive riguardanti la tassazione delle imprese, l’Irpef e metterebbe a tacere il benaltrismo di sinistra, sempre pronto a proporre diversivi e a ostacolare ogni iniziativa innovatrice in nome delle rituali istanze egualitarie, cavallo di battaglia di ogni interventismo statalista e di ogni resistenza a efficaci misure di riforma.

 

L’opportunità economica risiede nel fatto che, precisamente per la sua forma, e cioè per il fatto di essere esplicitamente e distintamente pagata, l’Imu e la Tasi appartengono alla classe delle imposte che suscitano le massime resistenze e producono i più vistosi effetti disincentivanti.

 

[**Video_box_2**]Il secondo tipo di critiche, cui si è accennato sopra, riguarda il fatto che, applicandosi a beni che sono già stati prodotti, la misura non avrebbe effetti incentivanti alla produzione. Tali critiche non tengono conto del fatto che lo sgravio determinerebbe un incremento del valore del bene pari al valore scontato dell’imposta abolita per tutti gli anni della sua durata attesa nel futuro, faciliterebbe l’accesso al credito per le famiglie, aumenterebbe le risorse disponibili per consumi o per investimenti (in primo luogo quelli residenziali e quelli nell’industria delle costruzioni), e lo farebbe con un effetto d’impatto insieme consistente e vistoso e con un’alta valenza simbolica, soprattutto per quelle classi che, per il fatto di possedere le proprie abitazioni e in generale beni di lunga durata, sono particolarmente sensibili agli annunci e tendenzialmente diffidenti nei confronti dei governi (soprattutto se qualificabili come di sinistra).

 

Vista in quest’ottica la misura è senz’altro da approvare e si può dire che le stesse resistenze che essa incontra e le critiche che le vengono mosse contribuiscono a creare uno sfondo capace di produrre effetti significativi sulle scelte economiche e politiche di coloro che ne sono i principali destinatari.

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