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Non vivRai di solo canone

Toh, guarda un po’ che sorpresa: vengono nominati i vertici Rai e il Corriere della Sera titola “Non è la Bbc”. Per rimanere nel cliché “Profumo di Londra”, fosse stata una scommessa i bookmaker inglesi non l’avrebbero neppure accettata.

6 Agosto 2015 alle 10:53

Non vivRai di solo canone

Roma. Toh, guarda un po’ che sorpresa: vengono nominati i vertici Rai e il Corriere della Sera titola “Non è la Bbc”. Per rimanere nel cliché “Profumo di Londra”, fosse stata una scommessa i bookmaker inglesi non l’avrebbero neppure accettata. La Rai non sarà dunque la Bbc, ma il Corrierone non è il Daily Telegraph, che si sarebbe ben guardato dal dedicare ai vertici di Auntie Beep le prime sei pagine, più una di commenti. Senza contare il corrieresco dito preventivamente alzato da Milena Gabanelli. Il problema è che se la Rai non è la Bbc non dipende, come vogliono far credere i nostri giornaloni, “dai manager vicini ai partiti” (scrive appunto Gabanelli, riferendo l’indignazione di “commercianti, lavoratori autonomi, avvocati, imprenditori, insegnanti”, sorta di popolo arancione di Viale Mazzini), quanto perché l’azienda sta finendo fuori mercato, e rischia di non riuscire più a rientrare perché verrà spinta fuori orbita dal crudo processo di selezione naturale. I conti forse non quadreranno più. Strutturalmente: perché l’azienda pubblica non ha strategie sui contenuti ed è sempre più lontana dai grandi business, dalle trattative italiane ed europee che hanno riportato le concorrenti in piena effervescenza. E’ il mercato bellezze, e la Rai appare tagliata fuori.

 

“E’ un sopravvivere verso un’esplosione di sistema che comunque avverrà e che nessuno può fermare”, ha detto al Foglio Giovanni Minoli: uno che ha “fatto” la Rai di qualità e di successo, quindi di servizio pubblico, proprio negli anni bistrattati della grande lottizzazione. Oggi invece i giornaloni di che parlano? Si sono inventati il bluff della società civile, quasi che dalla strada o dalle accademie, e comunque fuori dal potere, vengano scelti i manager di Microsoft, di Netflix o della stessa Bbc: per quest’ultima vedi alla voce licenziamento di Jeremy Clarkson, spassoso e autorevole presentatore di “Top Gear” sacrificato alla lobby liberal dopo che la blasonata broadcaster aveva coperto gli abusi sessuali dell’altra star Jimmy Savile. Al tempo stesso la società civile propinata dai quotidiani italiani è quella rappresentata da loro stessi. Via Solferino è in pieno trip per la mancata nomina di Ferruccio de Bortoli, o della stessa Gabanelli (entrambi, per carità, dichiaratisi indisponibili), ma che dire di tutti i direttori di testata, di rete, i presidenti, i conduttori passati in Rai dal quadrilatero Corriere-Repubblica-Stampa-Sole 24 Ore? I vari Garimberti, Annunziate, Sorgi, Mieli, Riotta, le Conchite De Gregorio, le Gabanelli, sempre “competenti” s’intende, e “fuori dai partiti”: la Rai di oggi non sarà mica pure figlia loro? Questa Rai che se ne sta ripiegata sui conti che non tornano: su 2,2 miliardi di ricavi nel 2014 gli utili sono stati 58 milioni, tutti provenienti dalla quotazione di Rai Way; un organico che  supera le 13 mila unità, un costo del lavoro medio di 77 mila euro.

 

[**Video_box_2**]La Bbc, se proprio se ne vuole parlare, ha 6,5 miliardi di ricavi, niente pubblicità a eccezione del servizio World News, 18 mila dipendenti pagati in media 63 mila euro. Il che quest’anno ha comunque generato un disavanzo di 150 milioni di sterline per il quale il governo inglese ha deciso di tagliare mille dipendenti. Il problema è anche qui, ma neppure soprattutto qui. Il problema sta infatti in quella natura un po’ mostruosa di una azienda televisiva che non assolve pienamente né al compito di fare servizio pubblico, a fronte del canone relativo, né persegue gli obiettivi di profitto propri di una televisione commerciale privata. Da qui, perde palla nei contenuti e nei diritti. Problema che i concorrenti non hanno dal momento che abbracciano gli operatori telefonici, ovvero  i gestori dei servizi e dei cavi dove corrono i contenuti televisivi distribuiti su internet. E’ per questo che Telecom Italia stringe accordi con Sky e Mediaset Premium, mentre non ha nulla della Rai da offrire ai suoi abbonati. E’ sempre per questo motivo che Fastweb ha da tempo un’alleanza con Sky, e che Vivendi, neo azionista di Telecom, ha colloqui continui con il Biscione. E tutti si preparano a fronteggiare l’arrivo di Netflix, colosso americano delle serie tv e dello streaming. La Rai? Quella degli anni ruggenti, dei grandi manager – lottizzati, sì – come Ettore Bernabei, Sandro Curzi e Minoli, la trovate guardando “Techetechetè”.

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