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Così il circuito mediatico-giudiziario distrugge i nemici con il mormorio

Siamo di fronte all’opposto della metafora usata da chi sosteneva sostenitori della illimitata diffusione delle intercettazioni: prima si crea una luna di carta, e poi si distoglie l’attenzione dal dito che l’ha disegnata.

27 Luglio 2015 alle 08:49

Così il circuito mediatico-giudiziario distrugge i nemici con il mormorio

Chi ha vissuto e non ha rimosso dalla memoria le stagioni della vita politica romana degli anni Settanta del secolo scorso ricorda che circolava periodicamente un notiziario ciclostilato denominato OP (“Osservatore Politico”) diretto da un giornalista, Mino Pecorelli, ammazzato, in circostanze mai chiarite e senza che si siano mai individuati autori e mandanti, nel 1979.

 

Si trattava di un bollettino di poche pagine all’interno delle quali vi era tante notizie prive di qualsiasi interesse, ma ogni tanto, con frasi involute e dubitative, ve n’erano altre di cui era facile ricondurre la fonte o agli ambienti dei servizi di sicurezza, oppure a quelli della procura della Repubblica. In esse si prendeva di mira questo o quel personaggio il quale veniva “avvertito”.

 

All’epoca vigeva (sempre sia laudato!) il Codice di procedura penale di Alfredo Rocco e quindi esisteva il segreto di indagine e non si potevano, come ora, depositare gli atti processuali presso qualche redazione giornalistica “amica”. Ma in ogni caso il segnale era chiaro: essere inseriti in OP costituiva un duplice messaggio molto chiaro. All’interessato, “Sappiamo su di te cose che è bene non si sappiano troppo in giro”. Al pubblico, “Sappi che Tizio è ricattato o ricattabile”. Qualcuno metteva a tacere la campagna con danaro o favori nei confronti dei suoi committenti. Qualcun altro, che si ribellava, si trovava sbattuto in galera (è il caso Baffi-Sarcinelli).

 

Sono passati quarant’anni e la tecnica si è notevolmente affinata e, soprattutto, si è diffusa, grazie anche alla “riforma” cambiamento del Codice di procedura. Questo il procedimento:
- Si individua un obiettivo (spesso vi è una traslazione: parlo a nuora…).
- Si estrapolano da una conversazione intercettata alcuni commenti relativi a una persona, privi di qualsiasi riscontro fattuale (“è un disonesto”, “vuole impadronirsi dei quella poltrona”, “è ricattato”, “è un corrotto”, eccetera).
- Si inseriscono tali commenti all’interno di atti processuali, veri o presunti, in modo da attribuire a essi il crisma della ufficialità.
- Si passano le carte alla stampa, che, scandalizzata, le pubblica, le amplifica, le commenta.
- A questo punto il commento (diceria, vanteria, maldicenza, pettegolezzo) diventa realtà: se si parla di disonestà, vuole dire che questa c’è; se si parla di corruzione, vuol dire che la persona è corrotta; se si parla di ricatto, esso è in atto).

 

[**Video_box_2**]Siamo di fronte all’opposto della metafora usata da uno dei principali sostenitori della illimitata diffusione delle intercettazioni: prima si crea una luna di carta, e poi si distoglie l’attenzione dal dito che l’ha disegnata.

 

Il messaggio è molto chiaro: non abbiamo nulla in mano, ma dal nulla possiamo montare uno scandalo che ti distruggerà, o comunque ti nuocerà gravemente. Se non fai atto di sottomissione, se non scompari dalla circolazione ti potremo sempre ricattare, un giorno con una notiziola, un altro con qualche altre diceria.

 

E’ ovvio che in questo gioco (si fa per dire) da perdere hanno solo le persone per bene, le quali già dal mormorio o dal chiacchiericcio sono danneggiate e vivono sotto il costante ricatto di piccoli ma agguerriti gruppi di potere mediatico. Se ne è fatta di strada, dai tempi dell’artigianale ciclostile di OP…

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