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Perché Sesto Fiorentino è diventato il laboratorio nazionale per tutti gli anti renziani d’Italia

Ricordate il trio del 2012? Boschi, Bonafè e Biagiotti. Quest’ultima è sindaco di Sesto. E contro di lei è nata una coalizione che potrebbe far scuola in Parlamento. Da oggi.

21 Luglio 2015 alle 10:47

Perché Sesto Fiorentino è diventato il laboratorio nazionale per tutti gli anti renziani d’Italia

Sara Biagiotti, sindaco di Sesto Fiorentino (foto LaPresse)

Firenze. Nel Comune di Sesto Fiorentino, nella Piana che fu rossissima, c'è un Patto del Nazareno che funziona tutto alla rovescia. Forza Italia, invece di allearsi con i renziani per le riforme, sta appoggiando addirittura i consiglieri ribelli della sinistra Pd, che dopo un anno stanno cacciando con una mozione di sfiducia la sindaca ultrarenziana Sara Biagiotti, eletta appena un anno fa. Una sfiducia sostenuta da 16 consiglieri su 23, che oggi a meno di miracoli diventerà realtà, carica di significati politici. E che, unita agli scivoloni di altri sindaci renziani, tutti eletti da pochi mesi, rischia di diventare un simbolo nazionale della difficoltà di passare dalla rottamazione alla prova del potere, in periferia e non solo. La lotta all'ultimo sangue tra i due Pd rischia di consegnare Sesto (roccaforte avanguardista del socialismo) ai grillini, come già successo a Livorno (patria del Pci), oppure a una lista civica di sinistra come nello scontro fratricida di Viareggio. E per questo il “caso Sesto” va raccontato nei dettagli, dall'inizio.

 

Con Maria Elena Boschi e Simona Bonafè, la Biagiotti, formava il tridente “BoBiBo”, le tre scudiere che accompagnarono Renzi nella cavalcata sul camper di “Adesso” per le primarie (perse) contro Bersani nel 2012. Quella stessa battuta d’arresto fa comunque da trampolino per il trio della rottamazione rosa, al cui interno era già scattata una marcata competizione. A due delle tre scudiere è andata bene, anzi benissimo, a una meno. Dopo la sconfitta, Renzi fa un accordo con Bersani e si riserva di scegliere una lunga sfilza di parlamentari che, grazie al Porcellum, saranno eletti sicuramente alle Politiche schivando l’insidia delle primarie. Tra i prescelti ci sono Boschi, futuro ministro chiave per le Riforme e Simona Bonafè, che passa un anno a Montecitorio prima dell’ulteriore salto al Parlamento europeo facendo il pieno di preferenze. Due poltrone di rilievo e con ottime indennità. A Sara Biagiotti, dna diessino doc e modi spicci, il boccone non va giù. Perché a lei non tocca niente. E Renzi, poco dopo, prova ricompensare il suo impegno nominandola assessore a Palazzo Vecchio.

 

L’allora sindaco di Firenze, nel frattempo, non ha però ancora vinto (contro Sesto e il collega Gianni Gianassi, detto “Gianni Il Rosso”) la battaglia chiave del suo mandato: il potenziamento dell’aeroporto di Peretola, sconfinando nel Comune di Sesto. E' il caso scuola dello scontro tra la concezione di sviluppo delle due sinistre, quella lib di Renzi e quella conservatrice di Gianassi, che si mette di traverso in tutti i modi pur di bloccare il raddoppio dei passeggeri dell’aeroporto guidato da Marco Carrai, consigliere fidato e miglior amico del premier. Una battaglia da non perdere assolutamente. Ed è probabilmente in quel frangente che in Renzi matura l’idea: “Sara, secondo me saresti un’ottima sindaco di Sesto. Il profilo perfetto per cambiare verso anche alla Piana”. Forse l’allora Rottamatore s’inventa quella svolta come ulteriore ricompensa, ma soprattutto per fermare in tempo il candidato dei cuperliani irriducibili, pronti a fermare la nuova pista. “Sara da Sesto” non la pensa però come il capo. A lei di indossare la fascia tricolore non va per niente o quasi. Perché lei odia la monotonia (e per andare da casa sua al Comune basta attraversare la strada) e, probabilmente, sa già quanto sarà dura. Sindaca per forza, insomma. Alla vigilia delle amministrative del 2014, dopo una lunga trattativa, il Pd di Sesto – o per meglio dire, i due Pd: quello a trazione renziana e quello tradizionalmente dalemiano – riescono a chiudere un accordo: Biagiotti candidata sindaca senza primarie. E’ il peccato originale, perché senza primarie metà dei consiglieri in lista le decidono i futuri ribelli, eletti in forza nonostante la rivoluzione. Alle urne, sull'onda del Renzi all'apice della popolarità, la sindaca incassa il 56 per cento dei consensi e vince al primo turno, cosa d'altra parte abituale a Sesto Fiorentino. Strada tutta in discesa? Niente affatto. Dal giorno dopo il voto comincia la lotta fratricida che sta per portare alla defenestrazione della sindaca. Le colpe, rilevanti, sono di entrambe le parti. Da un lato c'è la Biagiotti che ha politicamente schiaffeggiato gli avversari interni, segno che, se non messo in pratica dall’originale, il renzismo declinato stile ruspa tout court (noi siamo il nuovo, voi il vecchio) non funziona. Dall'altro c'è invece l'incapacità antropologica della sinistra che non accetta di aver perso il timone del governo, specie se ad averlo conquistato è una militante cresciuta nel vivaio dalemiano e poi diventata traditrice. I motivi che hanno portato alla sfiducia della sindaca Biagiotti non sono semplicemente uno scontro tra renziani e anti. Ci sono radici storiche, sociali, culturali e politiche che stanno condizionando il presente. A Sesto Fiorentino, nel 1897, viene eletto il primo deputato socialista toscano: è Giuseppe Pescetti, protagonista di una rivoluzione storica perché riesce a battere il deputato conservatore, il marchese Carlo Ginori Lisci, quello della famiglia fondatrice (nel 1735) della storica manifattura di ceramiche, oggi rilanciata da Gucci. Due anni dopo la svolta di Pescetti, arriva un'altra svolta: Sesto, seconda in Italia solo a Colle Val d'Elsa, elegge il primo sindaco socialista. Si chiama Pilade Biondi e batte il repubblicano Guido Parigi Bini. Nei mesi in cui il generale Bava Beccaris, a Milano, cannoneggia il popolo sceso in piazza per protestare contro l'aumento del pane, la rivoluzione di Sesto, pacifica e incruenta, segna la fine dell'epoca dei padri padroni, come erano stati per due secoli i Ginori a Doccia e Sesto. Per la prima volta le masse popolari entrano nella vita pubblica e i socialisti avviano l’alfabetizzazione tra la povera gente, perché a quei tempi si poteva votare solo dopo aver sostenuto un esame.

 

E il mondo di Sesto, più di un secolo dopo, è ancora permeato dai valori di quella rivoluzione socialista, declinata (ai tempi come nel recente passato) all'insegna dell'innovazione: se il deputato Pescetti pose la prima pietra della Biblioteca Nazionale di Firenze, il sindaco Biondi fu il primo a portare il cinema a Sesto, la stessa città in cui decenni dopo arriverà la prima multisala della Toscana. Sinistra e innovazione sono andati a braccetto in un territorio autoctono, che però si è sempre contrapposto a Firenze (vedi costruzione di aeroporto e inceneritore) quando c'era da collaborare per lo sviluppo e l'integrazione. E oggi la sindaca viene sfiduciata proprio per la contrarietà della sinistra Pd a queste due infrastrutture chiave. Ma l'arrivo dell'ultrarenziana Biagiotti a Sesto ha fatto saltare gli equilibri socio-economici sui quali si reggeva da oltre un secolo il tessuto formato da cooperative, piccole e medie imprese e sindacati. Un territorio in cui l'applicazione del renzismo in versione Marchese del Grillo (“Io so' io e voi non siete un cazzo”) sta portando alla cacciata della sindaca che ha conquistato lo scettro grazie soprattutto all'etichetta renziana, senza però avere idee e programmi del capo. Segno che, un po’ troppo spesso, i replicanti del premier-segretario falliscono.

 

[**Video_box_2**]Gli esempi sono sempre più numerosi: quasi nessuno si sarà accorto che nei giorni scorsi a San Giovanni in Lupatoto, piccolo Comune in Provincia di Verona, è arrivato il commissario prefettizio dopo la mozione di sfiducia che ha sancito la cacciata di Federico Vantini, il sindaco 'ggiovane e bravo che Renzi volle sul palco di Palazzo della Gran Guardia per la candidatura show contro Bersani nel 2012. Mentre a pochi è sfuggito il fallimento del trentenne Matteo Bracciali per la corsa a sindaco di Arezzo, che invece di finire sulla poltrona del nipote di Amintore Fanfani ha consegnato la città ad un prof. dal passato missino. Le sue colpe? Sono fotografate da una frase emblematica: “L’asse Roma-Arezzo rinascerà grazie al mio legame con Maria Elena e Matteo”. Una facciata renziana che, anche in questo caso, celava un vuoto di idee e progetti. Perché in casi del genere a poco o niente possono servire i blitz casalinghi in piazza della ministra più popolare e la “war room” per la comunicazione spedita ad Arezzo dal premier in persona.?Ma adesso gli sforzi dell'onorevole Dario Parrini, segretario del Pd toscano, e tra i primissimi sindaci convertiti al renzismo, sono tutti concentrati sulla Piana. E se tra un anno si tornerà a votare anche a Sesto, è sempre più forte il rischio di consegnare la città ai ribelli o, ancora peggio, ai grillini. Intanto la sindaca Biagiotti azzarda: “Sono pronta a ricandidarmi”. Vedremo se glielo faranno fare. A Sesto intanto è già arrivato un commissario, quello del Pd (il deputato, fiorentino ma non sestese, non renziano ma neanche antirenziano, Lorenzo Becattini). Una cosa che, da queste parti, solo pochi anni fa sarebbe stata considerata fantapolitica. Invece oggi siamo ad una cronaca che preoccupa anche il premier, pronto a mettere più di un dito nella diga, prima che la Piana (e non solo) si allaghi.

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