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La damnatio memoriae del Cav.

Non possono espellerlo per sentenza, riscrivono la storia ultima. Quella dei giudici napoletani non è una sentenza, è la storia scolpita dai vincitori togati e dai loro scribi.

10 Luglio 2015 alle 06:15

La damnatio memoriae del Cav.

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Sono chiamati a sentenziare sul nulla di un processo destinato alla prescrizione, soldi e tempo buttati, voyeurismo mal riposto, sanno di non poter arraffare una verità giudiziaria inappellabile e allora, vigliacchetti, si rifugiano nell’altrove: nella storiografia, nella presunta evidenza giornalistica, insomma barano. Loro sono gli scribi delle procure arcinemiche di Berlusconi, i commentatori della sentenza di primo e fatuo grado che il tribunale di Napoli ha appena inflitto al fu Caimano per la così detta compravendita di senatori filo prodiani, che poi in realtà il senatore è uno solo, Sergio De Gregorio, tonda e immonda icona di un trasformismo lecito soltanto se non è il Cav. a finanziare la mesata del tuo movimento politico-clientelare. Loro, i commentatori, hanno nome e cognome, tre su tutti: Stefano Folli (Rep.), Luigi La Spina (la Stampa), Gianni Barbacetto (il Fatto, incrociato ieri in radio, piccino piccino com’è). La loro tesi, rubacchiata peraltro dalla requisitoria dei pm, è questa: chissenefrega della presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio, basta e avanza che il lavorio togato ci consegni il sigillo giusto con cui timbrare un pezzo di storia cattiva.

 

Questa storia, dicono i partigiani fuori limite massimo, è “la fotografia di uno squallore” corruttivo (Folli), il prologo del peggior “mutamento politico della nostra storia”, ovvero “l’irruzione della più attuale tendenza politica, quella del populismo” (La Spina); e per dimostrare tutto questo, udite bene, “a un giornalista non è necessario il terzo grado di giudizio” in un processo, perché “per sapere basta un’informazione decente ai lettori” (Barbacetto). E insomma il punto è proprio questo: mentre agli italiani importa sempre meno del persecutorio e satiresco dramma berlusconiano (più decentemente, il Corriere della Sera lo declassa a pagina 12, e neppure commenta), a loro nulla importa della verità ultima processuale, il loro obiettivo è trasformare uno stato d’animo residuale – l’antiberlusconismo sregolato e in via di sgretolamento, anche per sopraggiunta usura della materia prima – in un capitolo definitivo scolpito a lettere di fuoco nei libri di storia.

 

[**Video_box_2**]Non possono esiliarlo per mancanza di tempo necessario. Non riescono a dannarlo via sentenza giudiziaria, e comunque non più di quanto l’abbiano già dannato invano i giudici milanesi e un Parlamento intimidito, prigioniero delle ipocrisie autolesionistiche consacrate dalla legge Severino. Non si capacitano di come una parte ancora rilevante dell’elettorato riponga in Berlusconi una fiducia se non altro latente, ma sufficiente a tenerlo vivo e temibile. Sanno benissimo che l’ultimo governo prodiano, attaccato alla flebo dei bertinottiani, cadde a causa di un assalto giudiziario mosso contro l’allora Guardasigilli Clemente Mastella, ma non possono riconoscerlo, altrimenti dovrebbero mettere tutto in questione: l’obbligatorietà dell’azione penale, la fragilità di un ceto politico privato dalla volontà generale dipietrista (modernariato ancora in voga) delle garanzie minime di salvaguardia dall’invadenza moralizzatrice di certi pm avventurieri, una tentazione costosa e spesso inconcludente su cui sono state costruite più o meno effimere carriere politiche. E quindi che fanno, i causidici delle procure? Ricorrono al tribunale della memoria, trasformano l’ennesimo rogo in effigie di un diritto costituzionale (l’insindacabilità nell’esercizio della propria funzione parlamentare) in un precedente “che resterà nei libri di storia e servirà come monito per il futuro” perché “farà giurisprudenza” (i pm Milita e Vanorio, citati da Filippo Facci su Libero). Non è una sentenza di terzo grado, è la storia scolpita dai vincitori togati e megafonata dai loro solerti scribi.

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