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Senato mala bestia

Il piano A di Renzi è conquistare i voti di Fitto e Tosi. Ma c’è un piano B

A Palazzo Madama non ci sono i numeri. Rinviare, perdere tempo per guadagnare tempo, e intanto cercare voti, anche a costo di doverli grattare un po’ nell’opposizione, nel cosmo esploso e litigioso delle mille sigle del centrodestra. Campagna acquisti per tutto luglio, e se fallisce tocca fare pace con Bersani.

8 Luglio 2015 alle 06:15

Il piano A di Renzi è conquistare i voti di Fitto e Tosi. Ma c’è un piano B

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Rinviare, perdere tempo per guadagnare tempo, e intanto cercare voti, anche a costo di doverli grattare un po’ nell’opposizione, nel cosmo esploso e litigioso delle mille sigle del centrodestra che appena due anni fa componeva il napoleonico Pdl di Silvio Berlusconi. A Palazzo Chigi, non da oggi, temono il Senato, i suoi numeri incerti e quella montagna imprescindibile di riforme (quella costituzionale sul bicameralismo, quella della Rai, e poi anche la legge sulle unioni civili) che appare inscalabile con una maggioranza di circa nove o dieci voti, e con una quindicina di senatori democratici molto poco persuasi delle riforme e più inclini ad assecondare gli umori quietamente corrosivi di Pier Luigi Bersani e quelli Podemos-scamisadi di Pippo Civati invece che la spavalderia marciante di Matteo Renzi. Dunque è per questo che a Palazzo Madama si va quasi certamente verso un rinvio di ogni cosa a settembre: non solo la redistribuzione degli incarichi nelle commissioni parlamentari, sempre oggetto d’attriti e malumori, ma anche l’irrinunciabile riforma costituzionale del Senato che Maria Elena Boschi avrebbe voluto veder approvata, e senza modifiche, per i primi di agosto.

 

Intanto si lavora sui numeri, con la calcolatrice, si compilano liste, si fanno scenari più o meno apocalittici e si inviano messi, diplomatici, uomini che sussurrano nell’ombra alle orecchie dei senatori iscritti ai partiti e ai gruppi d’opposizione: i dodici del gruppo di Raffaele Fitto, i tre ex leghisti passati con Flavio Tosi, soprattutto, in questa fase. Nelle manovre di chi si occupa di tenere in piedi la maggioranza parlamentare viene quasi preferita questa ipotesi all’eventualità – messa cinicamente in conto – di venire invece a patti con le minoranze del Pd e dunque di accettare considerevoli modifiche alla riforma del Senato. Ma se il piano A non dovesse funzionare – e c’è tutto luglio per tentare – il piano B è già pronto: concedere il Senato elettivo avrebbe l’effetto di riconquistare gran parte dei malmostosi coalizzati, a Palazzo Madama, intorno a Felice Casson, Corradino Mineo, Miguel Gotor e Massimo Mucchetti, lui che un compromesso l’ha già individuato: “Una lista a parte e una marcata proporzionalità nell’assegnazione dei seggi”, ha scritto sull’Unità. Ma intanto si va avanti con il piano A: occhi puntati su Fitto e Tosi.

 

“Sono due anni che presentiamo emendamenti in dissenso, nel 2014 votammo contro la riforma elettorale mentre Forza Italia votava a favore. Io andai a Palazzo Grazioli e su questo punto litigai persino con Berlusconi. E adesso secondo voi passerei con Renzi?”, ride Fitto. Certamente no. E’ vero che Fitto ha la necessità di smarcarsi dal brunettismo di Forza Italia, ma il suo orizzonte è il centrodestra, cioè l’alternativa a Renzi. Un passaggio di Fitto in maggioranza, cosa che tuttavia farebbe comodo al suo alterno amico-avversario Angelino Alfano, sarebbe un’acrobazia tale da doversi concordare direttamente con Renzi e in cambio di un ingresso al governo. Fantasia. E infatti non è direttamente a Fitto che si rivolgono le attenzioni della campagna acquisti, ma agli uomini che gli stanno intorno, nel tentativo – vano? – di sfilargliene qualcuno.

 

[**Video_box_2**]Quasi tutti i senatori del gruppo di Fitto sono stati già avvicinati, alcuni, come Ciro Falanga, fatti persino oggetto d’insistito corteggiamento da parte di Denis Verdini, che lavora per la stabilità, per i numeri del governo, e per una legislatura durevole, seguendo il suggerimento che alcuni mesi fa gli aveva trasmesso Luca Lotti, braccio destro di Renzi: servono voti dall’opposizione, non un nuovo gruppo parlamentare che raccolga quei senatori sparsi che già votano con la maggioranza pur senza farne parte. Se l’operazione dovesse funzionare (improbabile) lo si scoprirà presto, e vorrà dire che la riforma del Senato passerà entro l’8 agosto. Altrimenti rinvio a settembre, e grandi modifiche per accontentare la sinistra interna.

 

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