cerca

Sì, viaggiare

Le tre vie del Cav. tra nostalgie (nazareniche), fascioleghismo e politica

Opposizione e liberalizzazione. Mai più Nazareno, d’accordo. Ma gli elettori berlusconiani non indossano l’orecchino, vogliono governare, non spaccare tutto. Salvini? Inseguirlo proprio no, ma nemmeno combatterlo. Urge una rivoluzione comunicativa.

12 Giugno 2015 alle 06:15

Le tre vie del Cav. tra nostalgie (nazareniche), fascioleghismo e politica

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Se Matteo Renzi sceglierà la via d’un governo di scopo (è molto traballante, ultimamente), per Silvio Berlusconi si apre lo spazio di un’opposizione responsabile. Il premier non può resuscitare un Nazareno 2.0 né consegnarsi ai capricci dell’opposizione interna al Partito democratico: un esecutivo di scopo può essere per lui la soluzione, arrischiata e ambiziosa. Dall’altra parte anche al Cav. si presentano diverse e correlative opzioni. Sembrerebbe esclusa in partenza quella di nuove larghe o strette intese con il Pd, per manifesta e comune indisponibilità dei potenziali contraenti. Lo sconsigliano ragioni di convenienza ed equilibri interni ai rispettivi schieramenti, anche se è dubbio che Berlusconi abbia pagato i suoi tributi di sangue elettorale in quanto partner di Renzi e non piuttosto perché allontanato dalla scena pubblica per decreto giudiziario. Oggi le cose sono cambiate e il Cav. è tornato imprescindibile, se non pure centrale, nell’agone.

 

L’alternativa peggiore è agire per inerzia, abbandonando i dirigenti di Forza Italia alle loro pulsioni di autocannibalismo feudale e lasciando inevasa la domanda dello storico elettorato di centrodestra, che non è moderato ma non ama il ripiegamento resistenziale e si mobilita soltanto nella prospettiva di una vittoria. A differenza dei militanti della destra o del voto d’opinione leghista, gli elettori berlusconiani sono “elettori di governo”: disponibili a uscire dall’anonimato dell’astensione in presenza di un’offerta politica candidata al successo, alternativa a quella delle sinistre o comunque abbastanza forte per costringere la sinistra più riformista a condividere con il centrodestra le responsabilità di governo.

 

Berlusconi non ha alcun interesse a inseguire il populismo patriottico di Matteo Salvini. Non che il ragazzaccio fascioleghista (esagero, forse) debba essere combattuto quasi fosse un avversario. Come dimostrano alcune recenti competizioni locali, l’alleanza tra FI e salviniani è realistica, si tratta soltanto di stabilire un rapporto virtuoso con il rassemblement antisistemico rappresentato da Salvini. Lui sta facendo il suo dovere, coltiva, alimenta e tiene in caldo un serbatoio di voti protestatari, gli orfani della destra post missina e qualche deluso dai Cinque stelle. E’ un mondo lontano dal berlusconismo, cui il Cav. non deve guardare con desiderio acquisitivo ma al quale non può cedere la funzione trainante dello schieramento anti renziano.

 

[**Video_box_2**]L’ultimo atto del principato berlusconiano è stato un servizio reso alla nazione attraverso il sacrificio (obbligato e non incruento) di una premiership vidimata dalle urne, cui è seguito un limbo di sostegno e di rispetto istituzionale per i tre governi di Palazzo (Monti, Letta, Renzi). Ora le radici di un progetto post monarchico di centrodestra – stabilito però che si può andare oltre Berlusconi solamente insieme con Berlusconi e non contro di lui – possono affondare con maggiore sicurezza nel terreno dell’opposizione a Renzi, ma chi ha detto che le fronde del nuovo progetto non debbano spaziare in cerca di luce? Fuori dalla banalità della metafora: nell’ottica berlusconiana è più congrua la scelta di un’opposizione responsabile che incalzi e promuova la riforma della scuola e la riscrittura delle prerogative del Senato, e che metta il governo nell’angolo non per impedirgli di liberalizzare ma per denudare le sue inadempienze liberalizzatrici o in materia d’immigrazione e sicurezza (altro che Maroni, Zaia e teorici varii dei cavalli di frisia, qui serve un piano nazionale strategico per il quale esigere fondi europei, o sconti sul pareggio di bilancio, in cambio del disinteresse continentale sull’emergenza migranti). In questo modo Berlusconi svuoterebbe di senso le propalazioni sulle velleità collaborazioniste di alcuni suoi importanti dirigenti (non soltanto l’amico Denis Verdini) e ridurrebbe a una definitiva subalternità il già tremolante raggruppamento ministeriale di Alfano e Casini. Sia pure in assenza di una strategia compiuta, è sufficiente guardare alla convenienza tattica: Renzi ha bisogno di voti per realizzare alcune riforme d’interesse nazionale e il prezzo politico di questi voti è destinato a crescere. Concederglieli non è facile, è però possibile caso per caso e a condizioni precise, mentre fuori dal Palazzo incombe il casting delle primarie e urge una rivoluzione comunicativa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi