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Salvini, il federatore dei talk-show

Podemos di destra no grazie. Con la Lega bisogna fare i conti, e che conti, ma anche Salvini capirà che un centrodestra che possa insidiare Renzi non può essere guidato da una leadership carismatico-primitiva. Esempi.

5 Giugno 2015 alle 06:06

Salvini, il federatore dei talk-show

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Per Matteo Salvini, in fondo, vale lo stesso ragionamento che tocca fare per Matteo Renzi, e non ci vuole molto a capire che in mancanza di alternative vere non c’è spazio per qualcosa di diverso dal bipolarismo muscolare rappresentato oggi dall’Italia dei due Matteo. Eppure, una volta digeriti gli inutili calcoli dei flussi elettorali che provano a creare una correlazione che non c’è né ci può essere tra il voto delle ultime politiche e delle europee con il voto delle regionali, è necessario fare un piccolo sforzo e sollevare la testa sopra il pelo dell’acqua e dei pigri ragionamenti mainstream, e dire quello che tutti sanno ma che per questioni di audience tutti fanno finta di non vedere: Salvini sarà il federatore del centrodestra solo nel momento in cui il centrodestra così come lo abbiamo fin qui inteso deciderà di suicidarsi e di regalare il paese alla leadership carismatico-primitiva del Matteo padano.

 

Salvini, fino al prossimo giro, fino alle prossime elezioni, in mancanza di alternative continuerà a essere il federatore unico dell’Italia dei talk-show. Ma ragionando sui prossimi passi che il centrodestra dovrà fare, appare evidente che la Lega a trazione salviniana continuerà a essere il motore di una parte vitale, ma comunque piccola, del paese. E che per essere competitiva e non solo antagonista dovrà diluirsi in un contenitore più grande che gli possa permettere non solo di cannibalizzare i propri vicini di casa, ma di allargare il perimetro del centrodestra. Vogliamo essere sinceri anche a costo di essere impopolari e mettere nero su bianco che cosa ci dicono le elezioni su quella che sarà la Lega di domani? Ci dicono, come ha scritto bene Maurizio Crippa martedì raccontando il senso della vittoria di Zaia, che la Lega vince non dove si sente l’impronta di Salvini ma laddove si sente l’impronta di una candidatura poco di lotta e molto di governo (vale oggi per Zaia, valeva ieri per Maroni). Ci dicono, le elezioni, che il risultato positivo della Lega va letto non tanto come un buon risultato del centrodestra, ma più che altro come un discreto risultato della Lega: che non ha allargato la platea dei suoi elettori, come ammettono a denti stretti anche alcuni pezzi grossi della Lega, ma ha semplicemente strappato con gli artigli un bel po’ di elettori di Forza Italia. (Dove si dimostra che quando Forza Italia scivola sulle posizioni leghiste non conquista nuovi elettori, ma li perde soltanto a favore di chi interpreta con più credibilità la politica carismatico-primitiva).

 

Ci hanno raccontato questo, le elezioni, così come ci hanno raccontato che la Lega è, come succede in tutta Europa con i partiti di vocazione regionale, un partito che esprime bene il mood di un pezzo importante del nord (e che nord, quello con i soldi, mica si scherza) ma che, se si allontana di molto da quei confini, raggiunge risultati irrisori – due per cento in Puglia, nemmeno una lista in Campania, non osiamo pensare cosa sarebbe successo se si fosse votato anche in Calabria e in Sicilia. Per questo l’esistenza di un centrodestra competitivo non può che essere legato alla presenza in campo di un federatore che sia qualcosa di più del solito cocchino dei talk-show. Il centrodestra del futuro non potrà fare a meno della Lega, e questo è scolpito nella pietra, ma un centrodestra che vuole essere vincente e vuole costruire un profilo non solo antagonista, ma davvero competitivo, deve augurarsi che, se un domani verranno convocate in tutta Italia e non solo a Cinisello Balsamo le primarie per eleggere il David Cameron italiano, ci sia qualcuno capace di competere contro il Matteo milanese.

 

[**Video_box_2**]La Lega modello Salvini, come si è visto, la Lega anti euro e a trazione megafono, che considera la Merkel il male assoluto e si sente più vicina a Podemos e Tsipras che alla destra repubblicana, è buona per la campagna elettorale, seduce un buon numero di elettori disorientati e soprattutto di conduttori spaesati. Ma la Lega vincente, a ben riflettere, è una Lega capace di interagire con i suoi alleati naturali, più modello Zaia che modello Salvini, e se un domani dovesse essere un leghista il candidato premier del centrodestra c’è da augurarsi che quel ruolo venga ricoperto più da una figura in stile governatore del Veneto che non dal segretario in chief. Salvini potrà continuare a muoversi ancora a lungo come il grande federatore dei talk-show, ma sa perfettamente che anche la sua Lega ha bisogno di una magia di Berlusconi per diventare un prodotto accattivante non solo per gli studi di Floris e “Ballarò”, ma per un pezzo importante e maggioritario del paese. E finché gli avversari saranno questi, per Renzi, astensione o non astensione, Civati o non Civati, Podemos o non Podemos, sarà sempre come non avere avversari veri.

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