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Due conti sull’impresentabile Bindi

Senso politico e conseguenze della forzatura istituzionale servita a poco. La vittoria di Vincenzo De Luca in Campania basta e avanza a dimostrare l’inefficacia della lista di proscrizione emanata dalla sua commissione a pochi giorni dal voto.

1 Giugno 2015 alle 20:21

Due conti sull’impresentabile Bindi

Rosy Bindi (foto LaPresse)

Quante divisioni ha Rosy Bindi? Anche senza eccedere nel sarcasmo che pure le imprese dell’indefettibile capa dell’Antimafia tendono a suscitare, la vittoria di Vincenzo De Luca in Campania basta e avanza a dimostrare l’inefficacia della lista di proscrizione emanata dalla sua commissione a pochi giorni dal voto. Mancando la controprova, stabilire se il tentativo di tagliare la strada al candidato democratico abbia influenzato e in che senso il comportamento dell’elettorato campano, è solo un ragionamento politico. Ma utile. Certamente la mossa di Bindi ha offerto all’ex sindaco di Salerno una visibilità mediatica straordinaria, di cui ha saputo fare l’uso migliore. Constatato il fallimento clamoroso dell’iniziativa autocratica della Bindi, bisognerebbe trarne le conseguenze politiche e istituzionali. Sul piano istituzionale è evidente l’uso strumentale del codice di autodisciplina adottato da tutti i partiti, che prevedeva che in caso di rilievi sulla presenza di candidati non in regola i partiti avrebbero potuto scegliere tra il rimuoverli o dare spiegazioni sulla loro inclusione. Emettere una lista di proscrizione ha invece reso impossibile ai partiti di esercitare il loro diritto basato su una norma che è stata usata in modo furbesco e sostanzialmente incostituzionale, come è stato notato, e senza consultazione dell’organo collegiale di presidenza della commissione. Sul piano politico le cose sono ancora più chiare: l’Antimafia è stata piegata alle esigenze di una battaglia interna al Pd.

 

Rosy Bindi ha peraltro già in altre occasioni utilizzato pretesti moralistici per azzoppare gli avversari politici interni, fin da quando, sciaguratamente inviata a commissariare, negli anni di Tangentopoli, quel che restava della poderosa compagine democristiana veneta, abusò dei suoi poteri per operare un’epurazione degli eredi politici di Mariano Rumor e di Toni Bisaglia. Dopo un così clamoroso smacco subìto dalla sovranità popolare, un altro responsabile sarebbe indotto a lasciare l’incarico ricoperto in modo palesemente fazioso, ma la Bindi non farà nessun passo indietro, perché col pretesto di contrastare “l’uomo solo al comando”, crede di avere il diritto di agire da sola e senza controllo, in nome di un’istituzione che non è però sua.

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