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Chi sono e cosa vogliono quelli che nella Lega gufano contro Salvini e il suo cerchio magico

Sul territorio, nelle sezioni e in Parlamento, inizia a serpeggiare del malumore per come Salvini sta gestendo il partito. Si accusa il segretario di accentrare tutto su se stesso, di non aver costruito una classe dirigente adeguata.

27 Maggio 2015 alle 11:52

Chi sono e cosa vogliono quelli che nella Lega gufano contro Salvini e il suo cerchio magico

Roberto Maroni con Matteo Salvini (foto LaPresse)

Milano. Matteo Salvini e Roberto Maroni non si parlano più da settimane. Vecchi screzi sulla svolta lepenista e nazionalista, dubbi e sospetti tra la Lega di lotta e quella di governo (regionale), incomprensioni sulla proposta del reddito minimo di cittadinanza in Lombardia, criticata dal primo e sostenuta dal secondo, tutti segnali di come i rapporti tra il segretario della Lega nord e il governatore siano ai minimi termini. Basta questo per capire come l’umore all’interno del movimento padano che si avvia alla tornata per le elezioni regionali di domenica non sia dei migliori. Certo, i sondaggi, a quanto pare, sono buoni. In Via Bellerio a Milano, sede del Carroccio, sono convinti che Luca Zaia vincerà contro Alessandra Moretti in Veneto. Ma da più parti, sul territorio, nelle sezioni e in Parlamento, inizia a serpeggiare del malumore per come Salvini sta gestendo il partito. Si accusa il segretario di accentrare tutto su se stesso, di andare sempre e solo lui in televisione, di non aver costruito una classe dirigente adeguata, in particolare di non avere una strategia politica, d’essere indeciso se diventare un leader nazionale o correre da candidato sindaco per le elezioni comunali di Milano nel 2016. Oppure, altra critica interna, è che “Matteo” si stia facendo condizionare troppo dal suo cerchio magico di “giovanotti”, cioè dal portavoce ufficioso Alessandro Morelli (che sta per lanciare un giornale chiamato “il populista”), da Eugenio Zoffili, e dallo spin doctor Alessandro Panza, proprio come accadeva al vecchio Umberto Bossi.

 

Ma soprattutto – e quando se ne parla sono dolori – non sono ancora stati risolti i problemi economici del movimento, con i lavoratori di Via Bellerio in cassa integrazione e la difficoltà a reperire fondi: l’ipotesi di un eurogruppo a Strasburgo insieme con il Front national di Marine Le Pen avrebbe potuto aiutare ma è naufragata.

 

Per questo motivo le ultime notizie precipitate sui militanti nordisti, che masticano amaro da mesi perché il partito sembra aver dimenticato gli slogan sulla secessione e su Roma ladrona, non hanno fatto che aggiungere tramestio al tramestio. La storia è questa. Nei mesi scorsi era stato organizzato il congresso nazionale della Lega lombarda per nominare il nuovo segretario. Data prevista: 18 maggio, domenica scorsa. Sala dei congressi di Brescia prenotata e pagata migliaia di euro, con i due sfidanti, Paolo Grimoldi e Massimiliano Romeo, per settimane in cerca delle firme dei delegati, ovvero dei voti per l’elezione, e con i centri sociali bresciani che minacciavano già proteste con il lancio di uova. Ma a cinque giorni dall’evento salta tutto. Salvini blocca e rinvia. Cosa è successo? Su 470 delegati, in 350 avevano deciso di appoggiare Grimoldi. Romeo, invece, capogruppo nel Consiglio regionale lombardo, esponente di spicco del cerchio magico di Salvini, aveva raccolto solo 50 voti. Così il leader padano, per evitare una figuraccia a uno dei suoi luogotenenti, ha preferito passare la mano, nominare Grimoldi commissario unico e rimandare tutto a data da destinarsi. Un finale che testimonia come i salviniani di ferro non abbiano il polso del territorio, e forse nemmeno il controllo pieno di un partito che fermenta in piccole battaglie. Malumori e rabbia che si affievoliscono nella mente leghista solo per il fatto che Salvini “ha rilanciato la Lega e l’ha riportata in alto”, leitmotiv dopo le inchieste sulla “Bossi family” e il tesoriere Francesco Belsito che avevano messo in crisi l’immagine (e la forza elettorale) del movimento.

 

Ma c’è dell’altro. In Lega è scoppiata la grana Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, che proprio in quella stagione delle scope fu protagonista, perché bossiano di ferro. Reguzzoni era stato minacciato di espulsione nel 2012, ma alla fine era rimasto tesserato. La prossima settimana presenterà “I Repubblicani” con Nunzia De Girolamo, una sorta di nuovo contenitore di centrodestra in vista delle prossime elezioni politiche. Tra le file del Carroccio Reguzzoni non è amato, ancora gli si imputa l’amicizia con il Trota, con Renzo Bossi, simbolo di quella stagione poco felice. Eppure il “Reguzza” si muove molto, ha un rapporto solido con Gianfranco Librandi, il tesoriere di Scelta civica, e punta a diventare l’interlocutore della Lega con Berlusconi: c’è già chi lo ha soprannominato l’Aldo Brancher 2.0 in memoria dei vecchi tempi delle cene tra Arcore e Calalzo di Cadore quando l’asse del nord decideva i destini d’Italia. A Varese, nella sezione provinciale leghista, hanno chiesto subito la testa di Reguzzoni, ricordando che Flavio Tosi, il sindaco scissionista di Verona, è stato cacciato dal partito per aver costituito una semplice fondazione, mentre Reguzzoni sta addirittura creando una specie di nuovo partito. Salvini ha fermato tutto ancora una volta, rimandando le decisioni a dopo le elezioni regionali. Anche su Reguzzoni. Malumori, dunque, che gli stessi salviniani temono possano esplodere nel momento in cui la nave, per adesso gonfia di voti, dovesse iniziare a subire qualche contraccolpo. Dopo le regionali il leader padano dovrà capire da che parte andare. Candidarsi a sindaco di Milano? Diventare l’alternativa a Matteo Renzi? Il tempo stringe e non è chiaro quando si voterà per le elezioni politiche. Per vincere nel capoluogo lombardo, da sempre ostile al leghismo, in caso servirebbe quella svolta moderata che Maroni e Tosi avevano portato avanti nei mesi scorsi. Ma ora è il momento di Lega-Pound. Dopo le regionali invece è il buio totale. E i gufi padani non vedono l’ora che “l’altro Matteo” vada a schiantarsi.

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