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Correnti amare

Sembrano le regionali ma sono invece la conta delle minoranze in armi

Salvatore Merlo
Forza Italia contro Forza Italia in Puglia, Pd contro Pd in Liguria, Ncd a caccia di quid in Campania. Le vere partite.

Roma. In Veneto ci sono due candidati leghisti, in Liguria due candidati del Pd, in Puglia due di Forza Italia e insomma persino nelle Marche, dove l’uomo del centrosinistra è sostenuto da Forza Italia contro un altro candidato del Pd, queste elezioni amministrative diventano l’unità di misura d’una faida interna a ciascun partito, una baruffa caratterizzata da distacchi più o meno traumatici, abbandoni laceranti e non di rado anche da desideri di vendetta, come in Campania, dove Angelino Alfano vuol dimostrare a Silvio Berlusconi d’esistere, o come in Umbria e in Toscana, dove la ditta di Pier Luigi Bersani si pesa sulla bilancia del consenso per poter poi sventolare il risultato sotto il naso di Matteo Renzi, lì, nelle regioni rosse, in quelle terre che da sempre appartengono a Lenin.

 

E dunque in Veneto Flavio Tosi sfida Luca Zaia, che fu suo compagno di partito, così come in Puglia Francesco Schittulli si batte contro Adriana Poli Bortone, ovvero la minoranza di Raffaele Fitto che si contrappone alla maggioranza di Berlusconi, che è poi la stessa meccanica che in Liguria contrappone a sinistra Luca Pastorino a Raffaella Paita, e dunque Pippo Civati a Renzi, ovvero grosso modo: la sfida della minoranza del centrosinistra contro la maggioranza renziana. Ciascuno con i suoi sponsor nazionali – “se fossi ligure voterei Pastorino”, ha detto Stefano Fassina, “Tosi ha sbagliato tutto e non impedirà la vittoria di Zaia”, ha detto Roberto Maroni – i candidati sono in contrasto gli uni con gli altri per motivi, nella loro labilità, che loro stessi non sono ben in grado di ricordare da un giorno all’altro, se non fosse che ciascuno di loro in realtà porta i vessilli di una scissione già compiuta, annunciata, o soltanto adombrata in queste elezioni umorali ed esplosive.

 

E non si gioca per vincere, ma per grattare consenso agli avversari consanguinei, per misurarsi, contarsi nelle province dell’impero, e poi tornare a fare baruffa a Roma. “Se in Liguria vince il mio amico Pastorino, si farà un governo di minoranza. Se vince Paita, sarà invece una coalizione con la destra”, ha detto Civati. E Andrea Orlando gli ha risposto così, come in uno specchio: “Se in Liguria vince Paita la sinistra sarà autosufficiente, se vince Pastorino governerà la destra”. E insomma si capisce che il nemico non è quello che siede nella parte opposta del Parlamento, bensì quello con il quale fino a ieri si è condiviso il pasto a Montecitorio, perché in ballo c’è una partita sotterranea e pasticciatissima che riguarda la sopravvivenza delle minoranze, il dramma imminente, e i destini personali di chi a Roma, in Parlamento, dentro ciascuno dei partiti tormentati, progetta alternative e conta le proprie truppe da schierare contro Renzi, contro Berlusconi, contro Salvini.

 

[**Video_box_2**]E dunque Francesco Schittulli, che pure è stato iscritto fino a ieri a Forza Italia, ora che è candidato di Fitto in Puglia dice che “Berlusconi è un dittatore democratico”, e Adriana Poli Bortone lascia sfilare il sorridente e placido candidato del Pd Michele Emiliano per sparare sugli ex compagni: “Il vero centrodestra siamo noi”. E senza entrare nel nebuloso merito, pochi segni sono più chiari di queste elezioni della decomposizione, poche altre prove dimostrano quel che ha cominciato a ribollire nel calderone della discordia. Tosi, Schittulli, Pastorino, la Lega che combatte la Lega, Forza Italia che combatte Forza Italia e il Pd che combatte il Pd, sono lo schizzo di bile nera della sinistra e della destra che non trovano pace. Ciascuno dei capicorrente, degli scissionisti dichiarati e di quelli potenziali, insegue infatti in queste elezioni i suoi fantasmi estetici, un riscatto, un “hai visto quanto posso farti male”. Ed è così che le psicodinamiche della politica hanno trasformato le elezioni regionali del 2015 in una inebriante conta dei sabotatori, tra recriminazioni, sospetti, bisticci ed esami di coscienza che alludono al principio della fine, alle battaglie degli indiani contro i soldati blu.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.