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Il Quirinale con i sandali non basta al paese guasto

Il presidente Mattarella ha decurtato l'assegno che gli spetta dell’ammontare della pensione da docente universitario che percepisce. Ma la sobrietà della classe politica potrà davvero salvare la nostra Repubblica?

18 Maggio 2015 alle 18:56

Il Quirinale con i sandali non basta al paese guasto

Il viaggio di Mattarella a bordo della tramvia di Firenze lo scorso febbraio (foto LaPresse)

Non procuratevi oro né argento, né due tuniche, né sandali. C’è indubbia saggezza in questo metodo, sebbene vada precisato che il Gesù di san Matteo parlava ai suoi, e non alle alte cariche dello stato. Su oro e argento d’accordo, ché simboli di corruzione da sempre sono. E lunedì pure Francesco ha denunciato la “diffusa mentalità di corruzione pubblica e privata che è riuscita a impoverire, senza alcuna vergogna, famiglie, pensionati, onesti lavoratori”. Ma i sandali e le tuniche, per chi non fosse frate, anche no. La sobrietà in politica e in qualsivoglia carica pubblica è importante. E’ indiscutibile pure tenerla in gran conto, in un paese che deve rientrare nei parametri non si dirà dell’etica ma del buon senso (il buongusto no, è una piccineria). Un paese dove i presidenti di regione si ostinano a guadagnare quanto Barack Obama è un paese guasto.

 

Dare segnali di frugalità non è un male, come fa dal giorno della sua elezione il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che ora, con nuovo gesto salomonico, ha disposto la riduzione dell’assegno a lui spettante in corrispondenza dell’ammontare del suo trattamento pensionistico. Insomma ha decurtato il proprio appannaggio dell’ammontare della pensione da docente universitario che percepisce, e altrettanto faranno gli alti dignitari del Quirinale. Ma un presidente coi sandali, è poi tutto ciò che al paese guasto serve? Un presidente di silenzioso mandato politico, di non immediato contenuto simbolico per gli italiani, storia famigliare a parte, sta inviando al paese poco altro che messaggi di sobrietà. La Panda per andare alle Fosse Ardeatine, l’aereo di linea per tornarsene a Palermo, il tram in città. Cose che non stonano, in un uomo che della politica come disinteresse ha sempre fatto bandiera. Anche se, buon borghese siciliano, non ha il carisma di un Pepe Mujica, che per sottrarsi alle “trappole della ricchezza” se ne stava nella sua casupola campesina. Però forse è lecito chiedersi che tipo di ideali tutto questo trasporti. Mattarella sembra acconciarsi – in un momento in cui l’orda barbarica del “dàgli al politico che s’arricchisce” vive una fase di risacca, ma è sempre pronta a rimontare – a un ruolo di pannello fonoassorbente contro il baccano anticastale. Ma la notazione va allargata, lasciàti da parte il Quirinale e la sua bastevole tunica, al resto della politica. C’è un sottofondo vischioso, o forse utopico, nel senso di Tommaso Moro per il quale le leggi non bastano a frenare l’usurpazione “di quanto spetta alla povera gente”. Dunque serve una virtù che le sopravanzi.

 

[**Video_box_2**]Quando invece, forse, dovrebbero bastare le leggi. Come succede altrove. E’ il caso dei vitalizi dei politici corrotti, su cui s’è consumata un’ordalia populista più che una riflessione giuridica, o delle pensioni d’oro, che laddove guadagnate sono legittime, o del tetto alle retribuzioni dei manager pubblici, laddove un bravo manager è giusto che guadagni quel che merita: è invece lo stato a doversi preoccupare di quanto valga sul mercato, in base ai risultati che produce, e dunque è questione di misurare e non di calmierare. Invece ci si preoccupa di imporre il “salary cup” come nelle squadre di calcio, sperando che basti a rendere tutti bravi uguali, anche i brocchi.

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