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Dal Cav. a Renzi. Perché il modello della monarchia anarchica funziona ancora

Non solo Fitto e Civati. E’ nella logica della monarchia anarchica una certa insofferenza o indifferenza per le trame di gruppi di opposizione interna e non è affatto indizio della fragilità di quel sistema introdotto da Berlusconi nel sistema dei partiti.

18 Maggio 2015 alle 14:55

Dal Cav. a Renzi. Perché il modello della monarchia anarchica funziona ancora

Silvio Berlusconi in Puglia per la campagna elettorale delle regionali (LaPresse)

La secessione di Raffaele Fitto è il più recente ma forse non l’ultimo episodio di una diaspora che tende a disgregare la “monarchia anarchica” della formazione politica berlusconiana. Eppure quel modello, così vituperato dall’intellettualità di sinistra, è stato ora adottato, apparentemente con successo proprio dal Partito democratico, un partito con “un uomo solo al comando” attraversato da tensioni con i potentati locali e con le correnti ispirate dai predecessori di Matteo Renzi. Silvio Berlusconi, inventore di Forza Italia, non ha predecessori, ma in compenso ha avuto una serie di presunti (e spesso presuntuosi) successori, da Pierferdinando Casini a Gianfranco Fini, da Angelino Alfano a Raffaele Fitto.

 

Il fatto che i delfini si trasformino sistematicamente in piraña è difficile da considerare una conseguenza di particolari attitudini o ambizioni personali, appunto per la ampiezza del fenomeno. Non è, peraltro una conseguenza della fase di declino elettorale degli ultimi anni, visto che i primi a rinunciare a entrare nel Popolo delle libertà o a uscirne clamorosamente, Casini e Fini, lo fecero in fasi in cui il centrodestra rimaneva la forza politica più votata.

 

Forse invece una delle cause è stata la scarsa attenzione dedicata da Berlusconi alla struttura e all’organizzazione del suo partito, su cui regna ma non governa. Anche la sua reazione alle ultime notizie di secessione, l’essersi tolto un peso dallo stomaco, va insieme alla sua dichiarazione di sentirsi ormai “al di fuori della politica”, come ha detto al suo auditorio di Saronno. D’altra parte anche Renzi ha accolto con lo stesso sollievo l’annuncio della microsecessione dell’ala sinistra di Pippo Civati e il preannuncio di altre uscite.

 

E’ nella logica della monarchia anarchica una certa insofferenza o indifferenza per le trame di gruppi di opposizione interna e non è affatto indizio della fragilità di quel sistema introdotto da Berlusconi nel sistema dei partiti. In fondo il berlusconismo è durato vent’anni e forse ancora una volta i necrologi di Repubblica per questo fenomeno politico risulteranno prematuri. Però se intende ridare una prospettiva competitiva la sua creatura politica così acciaccata, Berlusconi dovrà rivedere alcuni aspetti della monarchia anarchica, a cominciare dai criteri di successione, presenti in ogni monarchia, e che, visti i risultati, non possono essere ancora costruiti sulla nomina di “delfini”. Apparentemente più solida pare la condizione dell’altro monarca della politica italiana: Renzi è giovane e ha ragionevoli aspettative di un lungo periodo di regno, ma già emergono segnali di una difficoltà nel costruire una rete attiva di consenso che gli permetta di dare corpo a una base sociale di cui, a differenza di Berlusconi, non dispone, mentre la presenza nel suo partito del meccanismo di successione basato sulle primarie, necessario ma non sufficiente, mostra già crepe soprattutto quando viene utilizzato a livello locale.

 

[**Video_box_2**]La monarchia anarchica è un sistema originale e tutt’altro che obsoleto, tant’è vero che si diffonde (anche nella Lega di Matteo Salvini che deve reggere alla secessione di Flavio Tosi, nell’estrema sinistra di Nichi Vendola e persino nel Movimento  5 stelle dove le secessioni parlamentari da Beppe Grillo risultano persino più numerose di quelle di Forza Italia), ma è un sistema che richiede qualche correzione e qualche adattamento, particolarmente urgente per l’area di centrodestra colpita dalla più grave diaspora.

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