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Sfidare l’Europa degli algoritmi

Quattro crisi insieme: geografica, economica, migratoria e di civiltà. I vincoli istituzionali e culturali che gli stati non vedono e che rendono impotenti i politici europei. Come se ne esce? Una strada c’è. Il decorso delle crisi è ciclico: passa da lunghe trattative, posizioni antitetiche, e finisce in stallo. Aspettando l’input esterno - di Antonio Pilati

13 Maggio 2015 alle 06:25

Sfidare l’Europa degli algoritmi

Work in progress. L’Unione conquista spazi operativi ma ciò contrasta con le crisi economiche, politiche e sociali dalla crescente complessità

In questo primo scorcio del 2015 l’Unione europea è stata sottoposta a un severo stress test – in particolare l’Eurozona che ne è il nucleo strategico. Quattro diversi focolai di crisi, tutti molto pericolosi per il futuro dell’Unione, si sono accesi o inaspriti portando con sé disordine, conflitti, minacce e mettendo alla prova la capacità di intervento delle istituzioni comuni: due si trovano ai confini – geografici e di civiltà – dell’Europa (Ucraina a est, Libia a sud), gli altri due investono i principi stessi che regolano il vincolo associativo tra gli stati (efficacia politica del debito e dei suoi obblighi, grado di apertura ai grandi flussi migratori soprattutto in condizioni di emergenza). In ciascuno dei quattro scenari la reazione europea ha avuto un decorso analogo: rapido manifestarsi di posizioni contrastanti fra gli stati, lungo dibattito, vertici, persistente distanza degli interessi nazionali, stallo; l’esito finale è, secondo le circostanze, il rinvio, una soluzione tampone, l’intervento esterno.  

 

Nel caso della Libia e dell’immigrazione non è emersa finora alcuna decisione capace di incidere sulla crisi. La questione greca è diventata un braccio di ferro sul quantum di comando detenuto dalle istituzioni dell’Eurozona e sul grado di sovranità che residua a uno stato debole (cioè ad alto debito). Sull’Ucraina si succedono soluzioni-tampone stressate dalle pressioni esterne (Stati Uniti). Manca una linea d’indirizzo, un orientamento strategico, una prospettiva. L’Europa si è abituata da tempo a demandare le scelte nel suo ambito centrale e costitutivo, ovvero la gestione della moneta e il bilancio pubblico, a regole tecniche, ad algoritmi prestabiliti che intendono sottrarre l’agire strategico all’arbitrio della contingenza, al ‘taglio’ di una valutazione fallibile: in effetti l’uomo-chiave della politica europea è un banchiere centrale che per mestiere amministra parametri. Dove il momento della decisione si presenta nudo, senza il sostegno di una base tecnica, affidato allo spigolo vivo di una visione che anticipa il futuro in linea con un’idea di convivenza sociale – di civiltà – ecco che l’apparato europeo, la comunità che ambisce alla perfezione giuridica dissolve la sua volontà, si rattrappisce, perde la direzione.

 

In qualche caso mancano le idee oppure le buone maniere inerenti a una visione angelicata dei diritti umani portano all’inazione: è quel che accade con l’immigrazione dall’Africa o dalle contigue zone di guerra. In altri casi, come nella vicenda della Libia, la volontà europea, labile in molti paesi e netta solo qua e là, non riesce a forgiare una politica delle alleanze con gli Stati della regione e così precipita tra i veti incrociati. Anche in Ucraina gli interessi nazionali divergono, baltici e mediterranei la pensano in modo opposto e alla fine rischiano di prevalere le (confuse) intenzioni americane. Sulla Grecia l’incertezza strategica e la difesa puntigliosa dell’ortodossia di bilancio allungano i tempi di soluzione, aggravano la crisi e le tensioni nazionaliste, screditano la reputazione dell’eurozona.

 

L’illusione di sostituire la politica con regole tecniche in modo da limitare i dissensi e legittimare con un obbligo quasi automatico i corsi d’azione prescelti produce alla fine un vuoto di responsabilità – soprattutto nel campo cruciale dei rapporti con le altre potenze (Stati Uniti, Russia, Turchia, monarchie del Golfo, Egitto). Ma senza responsabilità, quando non è più avvertito l’obbligo di dare risposta e prospettiva agli elettori, il rinvio e lo stallo sono esiti inevitabili.

 

C’è un fattore principale che oggi rende difficile in ambito europeo assumere responsabilità – e quindi prendere decisioni, definire una posizione. E’ il ritorno forte dello stato nazionale, dell’interesse strategico che impone al singolo stato una prospettiva di potenza autocentrata. Si tratta di un’evoluzione diffusa su scala mondiale: le potenze, spesso ex imperiali, di taglia quasi continentale o regionale che negli ultimi anni hanno segnato i maggiori tassi di crescita e rafforzato la propria posizione sulla scena globale operano in chiave rigidamente nazionale, con poca attenzione per gli equilibri di sistema. In Europa si risente la tendenza generale e si avvertono le ricadute della crescente propensione degli Stati Uniti al disimpegno (o a una riduzione dell’impegno) verso aree considerate non più cruciali. Solidarietà e alleanze si allentano e anche gli stati europei cominciano ad agire come autonome potenze nazionali. La crisi americana del 2007-08, che in Europa si è acutizzata nel 2010, costituisce un punto di svolta, opera come un potente acido corrosivo: dissolve quel castello di impegni cooperativi, di orientamenti condivisi, di attitudini alla sintesi di lungo respiro che nel mezzo secolo precedente aveva dato forma all’integrazione economica, svuota di contenuto le istituzioni comunitarie che si restringono sempre più a organi di gestione amministrativa e lascia in scena, quasi solitarie, le strategie di potenza (o di sopravvivenza) dei singoli stati. Il debito, divenuto causa crisi centrale fra gli elementi che formano l’impianto dell’integrazione, incrina la fiducia reciproca in quanto mette in primo piano i temi dell’inganno e dell’occhiuta difesa dalla frode: ciò agevola l’uscita da una visione europeista di stampo cooperativo, che presuppone la fiducia derivata dalla condivisione di un progetto comune utile a ciascuno, e promuove un sistema basato su rapporti di forza, gerarchie, egoismi autocentrati. Il cerchio si chiude: la responsabilità verso un progetto generale accettato dagli elettori è la condizione essenziale perché un’unione di stati compia scelte comuni significative e quindi esista come soggetto politico.

 

[**Video_box_2**]Anche un secondo fattore gioca un ruolo di rilievo nella fase attuale. Si tratta dell’effetto costrittivo, legante, derivato dall’applicazione di quel vasto apparato di principi – giuridici, economici, tecnici – che il sistema comunitario ha prodotto nel tempo per le ragioni connesse alla difficoltà (ovvero al rifiuto) di fondare l’integrazione europea su chiare opzioni politiche condivise dai popoli: necessità di creare una base di riferimento, con largo potenziale di consenso e basso contenuto specifico, per decisioni operative comuni; utilità di stabilire aree poco sensibili sul piano politico nelle quali realizzare più facilmente trasferimenti di sovranità dagli stati a organismi sovranazionali; volontà di caratterizzare l’Unione con una reputazione di alto profilo da spendere nelle relazioni internazionali. I princìpi sono collegati fra loro – gli algoritmi economici, per fare un esempio, dipendono da presupposti giuridici e morali più che da obiettivi tecnici – e combinandosi generano, nei nuovi e numerosi ambiti operativi che l’Unione conquista dagli stati, un’efficacia sempre più ampia, capillare, penetrante. Ma questa evoluzione contrasta con l’intensificarsi delle varie crisi – economica, politica, sociale – che investono l’Europa portando con sé disordine e invocando un surplus di politica per dominare una contingenza di crescente complessità. La rigidità degli algoritmi e dei principi, diffondendosi, invece crea vincoli, complica la manovra politica, oscura la visione delle forze in campo.

 

Strategie nazionali e applicazioni cogenti dei principi interagiscono fra loro e si legittimano a vicenda. Molti stati usano la forza degli algoritmi, spesso codificati in forme vincolanti, come leva per espandere e consolidare potere: gli impegni relativi alle politiche di bilancio sono eloquenti al riguardo. Porsi come interprete e guardiano dell’ortodossia ideologica ha dato un sostanzioso contributo al predominio politico della Germania nell’eurozona. Al contempo la scissione fra la vetrina sfavillante dei principi, lucidata dal tributo quotidiano della retorica comunitaria, e la sostanza rissosa delle dinamiche di potenza facilita il distacco dei cittadini nazionali dalle istituzioni europee, il ripiegamento verso l’identità statale, alla fine rassicurante, e la diffidenza per i crescenti vincoli sovranazionali.

 

Tutto ciò contribuisce, per via indiretta, allo stallo delle decisioni, anche perché aggiunge nel breve periodo un ulteriore fattore di complicazione. Quando più nazioni scoprono allineate sia le rispettive strategie di potere sia le interpretazioni – peraltro orientate da interessi – dei principi, allora cominciano a formarsi entro il perimetro dell’Unione blocchi politici che a propria volta esprimono in tendenza un forte potenziale di vincolo. La geopolitica dà corpo alle idee e talora le radicalizza. Chi sostiene un’applicazione rigorosa degli algoritmi e pone il debito, con il suo corteo di obblighi, quale punto nodale del nesso comunitario assegna rilievo minore al quadrante mediterraneo, non vuole limitare con troppi vincoli la libertà di circolazione (e immigrazione) negli Stati dell’Unione europea e avverte come pericolo le azioni della Russia giudicate espansioniste. A questa visione settentrionale (Baltico, Scandinavia, Mare del nord, Europa centrale) fa da pendant una posizione speculare dell’area mediterranea meno preoccupata dei parametri di bilancio e più dei migranti e degli scambi commerciali con Mosca. Infine la Germania, custode dell’ortodossia di bilancio che piace a nord, è in grado, grazie alla sua forza, di fare aperture a concezioni diverse per fini di equilibrio e può così incarnare, alternandoli, i ruoli di hard cop e soft cop. I blocchi avvantaggiano i componenti in quanto ne amplificano la forza, ma acuiscono i contrasti, accentuano le divergenze e riducono gli spazi di manovra: alla fine alzano la posta di ogni singola decisione e, nonostante qualche mossa tedesca – di solito tardiva – per bilanciare, ne rendono difficile il varo.

 

In tutti questi movimenti riappare finalmente la politica, ma è una strana resurrezione: tolta dal perimetro dell’Unione, esorcizzata dai parametri tecnici a consenso obbligato, annegata in comitati e gruppi specializzati, la politica ritorna sotto traccia, senza dichiararsi – motore implicito della dinamica comunitaria. Ha una curiosa forma ottocentesca che rivaluta logiche di potenza, blocchi, diplomazia e distanza dall’opinione pubblica. Non è una politica adatta all’epoca di Internet: sottratta al giudizio dei cittadini e quindi priva di responsabilità, non è neppure una politica efficace. Dallo stallo in cui si trova, l’Europa può uscire solo con una grande operazione verità che chiarisca all’opinione pubblica del continente la posta in gioco e definisca le opzioni reali che stanno di fronte ai singoli stati e al progetto dell’integrazione: il referendum sulla permanenza britannica nell’Ue, chiamato da Cameron per il 2017, ma potrebbe essere anticipato, è un buon esempio. Dopo otto anni di crisi, di ripiegamento burocratico, di ripresa economica rimandata al futuro, di crescenti divergenze nazionali non resta molto altro se non tornare alla politica e riportare le scelte di fondo nelle mani dei cittadini. La resistenza delle eurocrazie sarà feroce, ma è una mela avvelenata per lo stesso progetto europeo.

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