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Ma si può esportare il Partito repubblicano in Italia?

Consigli utili a Berlusconi per importare in Italia il modello americano che, secondo gli esperti, non è perfettamente replicabile. Ecco perché 

12 Maggio 2015 alle 06:18

Ma si può esportare il Partito repubblicano in Italia?

L'elefante, simbolo dei repubblicani americani

Roma. Silvio Berlusconi ha detto di voler rilanciare il centrodestra, dopo le elezioni regionali, sostituendo Forza Italia con un Partito repubblicano all’americana, ma con sede a Roma, un partito capace di farsi alternativa di governo al Partito democratico di Matteo Renzi. In vent’anni il Cavaliere ha spesso dimostrato una sorprendente capacità inventiva, d’escogitazione pubblicitaria a fini elettorali: la Forza Italia del 1994, piazzata nel supermercato del consenso come un prodotto sugli scaffali; poi il Popolo della libertà (Pdl), nato dal volontarismo d’un discorso pronunciato sul predellino di un’automobile; fino al ritorno a Forza Italia, la ri-Forza Italia, che come ogni revival ha finito tuttavia per comunicare un’idea di già visto persino al suo scontento creatore e impresario, cioè a Berlusconi medesimo.

 

Ed è forse per questo che ora il Cavaliere sogna un terzo colpo di marketing creativo: il Partito repubblicano. Ma come funziona, e cos’è, il Partito repubblicano in America? E cosa significherebbe esportarlo in Italia? “Per prima cosa bisogna dire che è esportabile, nel caso, soltanto il sistema, la struttura leggera e contendibile del partito, non il suo apparato ideologico”, dice il professor Sergio Fabbrini, politologo della Luiss, studioso del sistema politico americano. “In America, il Partito repubblicano è un contenitore in continuo ribollire, composto di movimenti, lobby, associazioni e finanziatori che cercano di scalarlo. E’ un partito sempre aperto, che muta continuamente, come continuamente cambia la sua leadership, alla quale è il partito ad adattarsi e non viceversa. Questo significa, in prima battuta, che se Berlusconi lo importa, dovrebbe anche accettare l’idea, in prospettiva, di non esserne il capo”. E Giovanni Orsina, storico anche lui della Luiss, ed editorialista della Stampa, aggiunge: “In sostanza, per una volta, invece d’essere costruttore di se stesso, Berlusconi dovrebbe essere il costruttore di una istituzione. Detto in termini semplici: lui costruisce un perimetro politico, detta le regole, ma poi dice ‘adesso fate voi’. Lui ci mette i soldi, la benedizione, e chi ha più filo tesse. In sostanza è la fine del casting come metodo di selezione della classe politica, ed è la fine del partito proprietario. Il leader e il personale politico si scelgono con le primarie, e ogni elemento del partito, persino per quanto riguarda il profilo ideologico, diventa contendibile, modificabile. Questo sistema, un po’ abborracciato, nel Pd italiano ha prodotto, per esempio, Matteo Renzi. Ma contemporaneamente alla nuova struttura, Berlusconi dovrebbe pure cercare di mettere in piedi una seria riflessione politica”.

 

E questo è il secondo aspetto che caratterizza il Partito repubblicano, e i partiti americani in genere: sono legati alle fondazioni, ai think tank, ai centri di cultura e di elaborazione del pensiero. Dice Fabbrini: “Questo partito liquido e contendibile, questo luogo permanente di competizione è reso solidissimo da una serie di strutture, di aggregatori accademici, pensatoi, da cui emergono inesauribilmente idee e novità che finiscono nel grande frullatore della competizione per la leadership. Il Partito repubblicano è circondato da diverse istituzioni di questo tipo, come la Hoover Institution, il Cato Institute, la New America Foundation…”. Forza Italia ha (o forse aveva) l’Università del pensiero liberale, a Lesmo, quella famosa Villa Gernetto che Berlusconi ha a lungo utilizzato per “cercare giovani volti” (come nelle pubblicità delle agenzie di casting e management) da inserire nella politica. “Ecco tutto questo non serve a niente”, dice Orsina. “In Italia non abbiamo i think tank, e le fondazioni sono delle povere strutture al servizio di singoli leader, quasi inutili, cui i pochi soldi che arrivano vengono dati da finanziatori interessati ad avere favori in cambio. E sono, per giunta, mal viste dall’interno dei partiti”.

 

[**Video_box_2**]Allora il dubbio viene fortissimo, e la domanda è inevitabile: ma si può esportare il Partito repubblicano in Italia? “Il meccanismo aperto di selezione del personale politico è un fatto di democrazia e modernità interessante. Ma un Partito repubblicano, in Italia, non può avere gli aspetti ideologici che caratterizzano il Partito repubblicano americano: radicalismo protestante, ribellismo territoriale nei confronti della tassazione dello stato federale. Non è possibile perché non siamo l’America. La soluzione, in teoria, è un partito che abbia la struttura contendibile americana, ma un impianto ideologico all’europea, come quello patriottico dell’Ump francese”. Si chiede Orsina: “Ma Berlusconi è disposto a costruire una casa in cui potrebbe anche essere messo da parte?”. E chi lo sa.

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