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Dove sta la ciccia sulla scuola

La “Buona scuola”, le critiche di Gelmini, la “narrazione” di Faraone e il nostro senso di frustrazione. Cambiare il sistema dei concorsi, separare le carriere di prof e presidi. E dividerli, i soldi. Sennò, ciao.

11 Maggio 2015 alle 20:26

Dove sta la ciccia sulla scuola

Un corteo di protesta degli studenti contro la riforma della scuola (foto LaPresse)

Nei giorni scorsi, per ruolo professionale e con senso di abnegazione (più l’abnegazione) ho “passato”, come si dice in gergo, gli interventi pubblicati dal Foglio dell’ex ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e del sottosegretario all’Istruzione del governo Renzi, Davide Faraone. Ho detto abnegazione non per celia, o perché non fossero interessanti il tema e gli interlocutori. Ma per indicare la frustrazione provocata dalla lettura, e forse non è accaduto soltanto a me. Siccome alla riforma della scuola ci crediamo e ci teniamo, come a tante altre riforme necessarie, vorremmo che le cose venissero dette per come sono e per come dovranno e potranno diventare, e non per come preferiamo raccontarcele (“narrare”, si dice). Gelmini è stata, qui l’opinione è personale, uno dei ministri dell’Istruzione in cui lo scarto tra enunciazione e fatti è stato più evidente. Arrivò proclamando che avrebbe smantellato la “riforma dei tre maestri” alle elementari, non le avevano spiegato che la controriforma l’aveva già fatta Letizia Moratti anni prima, e se n’è andata regalando alla scuola un’infornata di precari. Spiegare ora con piglio polemico – anche con alcune idee buone, per carità – cosa non va nella “Buona scuola” di Renzi e come dovrebbe essere impostata la riforma che lei stessa non ha realizzato, è politicamente discutibile ed è un modo per nascondere i fatti. Quanto a Faraone, nelle prime righe proclama: “Ogni volta che si parla di scuola in Italia, gli italiani escono dal campo da gioco ed entrano in campo i ‘sindacalisti della scuola’. Noi vogliamo cambiare il paradigma, ma anche il suo racconto, ‘desindacalizzandolo’”. Ma per buona parte del suo intervento non va oltre il racconto, per l’appunto. E “formare ragazzi forti dei tratti identitari che tutto il mondo ci invidia”, è piccola retorica da balilla della Buona scuola, non una visione dell’istruzione.

 

Diteci la verità, invece, sulla scuola. O almeno qualche pezzo di verità. Partendo per esempio dal precariato. Che sia ineliminabile forse non è vero, ma si avvicina di più alla verità ammettere che la strada è lunga e complessa, anziché insufflare aria di magìe. E’ uno dei punti su cui, da ministro, Gelmini si era impegnata di più (e non a caso nel 2010 anche Francesco Giavazzi, in un buon articolo sul Corriere della Sera, definì la legge Gelmini “il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica”). Oggi l’ex ministro può avere ragione sostenendo che le assunzioni annunciate da Renzi verrebbero fatte senza valutazione di merito e che le graduatorie non verranno comunque estinte. Lei rivendica di aver attuato un piano di progressiva eliminazione del precariato, attingendo per metà dalle graduatorie ad esaurimento e per l’altra metà all’assunzione di giovani abilitati a numero chiuso attraverso il Tfa, il famoso Tirocinio formativo attivo con cui si otteneva l’abilitazione. Ma il risultato reale è stato che di fatto si è rallentata e penalizzata la possibilità dei giovani di entrare nella scuola. Perché non ha funzionato? Perché c’era Fini, o perché Gelmini non è brava? O invece si dovrebbe dire che il vero problema è superare il sistema delle graduatorie? Il grande equivoco della scuola italiana è la coincidenza tra abilitazione e reclutamento. Finché sarà obbligatorio che le scuole debbano ottenere i propri docenti attraverso una graduatoria – e non scegliendo da una lista di abilitati, il che è un’altra cosa – nessuno potrà fare scelte di merito. E in testa alle graduatorie ci sono i prof con più anzianità di servizio: a volte bravi, non sempre o per forza i più bravi. Ma non esiste strumento per separarli: prima o poi (o mai) andranno assunti tutti. Per cambiare occorre modificare il sistema di assunzione nel pubblico impiego (facile? già fatto?). E soprattutto dare agli istituti scolastici (quant’è più bello chiamarli scuole?) gli strumenti per farlo. E qui si viene a Faraone. Basterà un preside superstar, o un “preside sindaco”? S’è già visto di no. Maria Elena Boschi ha giustamente detto che la scuola “solo in mano ai sindacati non funziona”. E non vediamo l’ora che si cambi. Ma rimane uno slogan, finché il sistema delle assunzioni rimane quel che è, e il sindacato può trattare quanti e dove devono essere gli assunti. Tutto qui? No. La verità è che è necessario trasformare le scuole in aziende davvero autonome (sulla carta, l’autonomia esiste già e il ddl del governo indica passi, ma non trasforma la natura giuridica delle scuole). Forse le Asl non sono il miglior esempio: ma ci siamo capiti. Le scuole non sono mai diventate aziende, non hanno autonomia di spesa, né carta bianca su come cercare finanziamenti. O sull’imposizione di rette specifiche, ad esempio. Il preside-sindaco che farà? Inoltre, se non volete cascare nel ricorso sindacale perpetuo, dovrebbero essere divise le carriere di presidi e prof: non sono degli “uguali”, né devono esserlo. (E’ stato facile dividere le carriere dei magistrati? Adesso provateci con la scuola). Poi bisogna sdoppiare la figura di preside e manager amministrativo dell’azienda-scuola: nelle “private” che funzionano è così già da molto tempo (parlatene anche con la Madia, magari). Altrimenti non accadrà mai nulla, per quante balle ci raccontiamo.

 

[**Video_box_2**]Non faremo la figura barbina di tirar fuori dalla cappelliera le buone cose di pessimo gusto, come l’abolizione del valore legale del titolo di studio o la modifica dell’art. 33 della Costituzione, che garantirebbe ad esempio una positiva concorrenza tra pubblico e privato. Queste cose in Italia non si sono mai fatte, perché non si possono fare. Ma alcune altre invece sì, però vanno prese sul serio. Ad esempio, i meccanismi di raccordo scuola e lavoro giustamente valorizzati nel ddl del governo, e apprezzati anche da Gelmini. Non basta dire “finalmente facciamo dialogare mondi che inspiegabilmente finora sono stati separati”, come scrive Faraone. Se ancora non ha funzionato, se il sistema professionale non eccelle come, poniamo, in Germania è perché fino a oggi le scuole non sono state giuridicamente messe in grado di completare “fuori dalla scuola” il proprio sistema di formazione. Così pure la buona idea di Gelmini sul “ricorso a nuove modalità di finanziamento, anche attraverso il project financing”, vuole dire anche differenziare le scuole per budget e obiettivi. Ma chi stabilisce che le scuole sono tutte pubbliche, ma non tutte “uguali”?

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