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Lo Zen e l’arte di fare l’opposizione a Renzi. Un mistero politico

Approvata la nuova legge elettorale, tra boicottaggi che non boicottano e astenuti che non si astengono. “Renato si sta coordinando”

5 Maggio 2015 alle 06:16

Lo Zen e l’arte di fare l’opposizione a Renzi. Un mistero politico

Foto LaPresse

Roma. Come lo Zen, come certe divinità, l’opposizione non è nominabile, non è conoscibile, descrivibile. Anguilla metafisica, sfugge alla presa. Meccanismi misteriosi, impulsi di cui nulla sa l’etologo (o il politilogo) determinano nelle sue mosse sottili cambiamenti di rotta. A mezzogiorno in Transatlantico c’è l’infaticabile Renato Brunetta che fa avanti e indietro di fronte all’ingresso dell’Aula di Montecitorio. Come un cane pastore controlla i deputati, le pecorelle smarrite di Forza Italia. Passa ai raggi del suo sguardo diffidente chiunque entra, pronto al placcaggio. Poi annuncia: “Le opposizioni compatte non partecipano ai lavori”. E Deborah Bergamini spiega: “Renato si sta coordinando con gli altri partiti d’opposizione”. Anche la minoranza del Pd è opposizione? “E chi lo sa”.

 

Ma appena Brunetta si volta, qualcuno dei suoi s’infila dentro l’Aula, dove c’è anche tutto il resto delle opposizioni con le quali in teoria Renato si sta coordinando. Sono dentro, assieme alla maggioranza: i deputati di Sel e della Lega, di Vendola e di Salvini, e pure quelli di Fratelli d’Italia. A un certo punto Laura Ravetto non si trattiene: “Non capisco che ci stiamo a fare noi fuori, mentre gli altri sono dentro”. E in effetti è una curiosità diffusa.

 

Luca D’Alessandro, deputato più che amico di Denis Verdini, entra ed esce dall’Aula malgrado Brunetta. Entra quando quello guarda a sinistra, esce quando l’altro si volta verso destra. D’Alessandro si è fatto due conti guardando il tabellone: “Renzi ha la maggioranza assoluta”, dice senza nascondere un moto d’intima soddisfazione. “La riforma passa”. E a questo punto succede un miracolo. Appena è chiaro a tutti che la riforma passa comunque (com’è stato in effetti: 334 sì e 61 no), cioè appena è chiaro che il Pd regge, ecco che la profezia di Brunetta si avvera. E dunque come per magia le opposizioni escono dall’aula. Ecco Sel, ecco la nerboruta Lega di Salvini, ecco i Cinque stelle, ecco i pochi Fratelli d’Italia. E a chi li guarda sfilare, così, all’improvviso, viene forte il sospetto che se la partita fosse stata al contrario in bilico, cioè se Renzi non avesse avuto la certezza dei numeri, allora, forse non sarebbero usciti proprio tutti. E insomma viene da pensare che, a scrutinio segreto, alla fine, qualche voto in aiuto della maggioranza sarebbe misteriosamente arrivato, pure sgattaiolando alle spalle di Brunetta. D’altra parte, per tutto il pomeriggio, l’unico saldamente sulla garitta dell’Aventino era lui, Renato, in straordinaria consonanza melodica con Stefano Fassina, che però è del Pd (ma entrambi scorgono in Renzi un on ne sait quoi di minacciosamente mussoliniano che li affratella). Diceva infatti la signora Bergamini: “Dobbiamo ancora decidere, pensare, vedere”.

 

[**Video_box_2**]Ma sul serio questa legge elettorale non piace a Forza Italia, alla Lega e agli altri? Per tutto il pomeriggio si sono mossi tra preamboli, spaccature, fronte del sì, fronte del no, corrente del forse, ala del magari, zoccolo del tuttavia, pattuglia del chissà. E per tutto il giorno, fino al voto finale nell’Aula mezza vuota, il Palazzo è stato un pissi pissi di capannelli. Anche tra i rivoltosi del Pd, che a un certo punto sembravano aver deciso di fare così: in parte votare contro, in parte astenersi e in parte uscire. Dunque Rosy Bindi faceva sapere che “se le opposizioni usciranno dall’Aula, io voterò no. Se invece restano, allora esco io”. E Gianni Cuperlo: “Forse restiamo in Aula”. Alla fine sono rimasti, e hanno votato “no”. Ma sapendo che (stra)passava il “sì”.

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