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Forza Italia di (micro)governo, il modello umbro per non morire fittiani

Ossa rotte a Roma, primule azzurre nelle regioni rosse. Breve viaggio a Perugia e Assisi, dove i giovani berlusconiani zitti zitti apparecchiano il laboratorio del futuro.

2 Maggio 2015 alle 06:17

Forza Italia di (micro)governo, il modello umbro per non morire fittiani

Andrea Romizi, sindaco di Perugia

Perugia. L’oasi umbra, quella di cui nel centrodestra si parla sottovoce come modello (“lì non si litiga più!”, dicono gli intenditori, e si capisce che la pietra di paragone in negativo sono le regioni Puglia e Veneto, dove invece si è litigato parecchio), si annuncia al visitatore con l’immagine che non ti aspetti: lungo il fianco della montagna su cui sorge Perugia, dove spuntano le prime case dell’“acropoli”, centro storico così chiamato con molto orgoglio dai perugini, corre qualcosa che pare una funivia-giocattolo. E’ la “grande opera” disegnata dall’archistar Jean Nouvel, un minuscolo treno da “Grand Budapest Hotel” inaugurato, non senza grandeur, nel lontano 2008, quando al Comune ancora c’era – come sempre nei sei decenni precedenti – un sindaco di centrosinistra, in quel caso Renato Locchi. Perugia caput mundi, si pensava, guardando anche alla vicina e altrettanto visitata Assisi, fissazione degli americani in tour che da Roma laggiù si spingono per la gita di un giorno, lamentandosi con i compagni di carrozza della lentezza di quello che gli è stato venduto come “treno regionale veloce”, ma che deve apparire più simile a una diligenza da Far West (Roma-Perugia in due ore e 40).

 

E proprio dalla grande opera di Jean Nouvel bisogna partire, perché il centrosinistra, a Perugia, ha cominciato simbolicamente a percorrere il viale del tramonto nei mesi successivi al lancio di quell’avveniristico “minimetrò”, così ecologico e così rumoroso, talmente rumoroso da far insorgere persino i cittadini dei cosiddetti “Parioli di Perugia”, palazzoni-gemelli con piscina sul tetto, ora inesorabilmnente deprezzati per via del “sibilo” con cui la creatura dell’archistar si inerpica dallo stadio al centro, e poi si tuffa di nuovo giù, dal centro allo stadio, con rotaie da montagna russa al ralenti, e tunnel scavato nella roccia: non si vede l’uscita, non si vede l’entrata, e però si sbuca a Fontivegge, quartiere di stazione, luogo-simbolo della ex fabbrica Perugina (di cui ora resta in piedi, solitaria, la ciminiera) nonché di intermittenti polemiche sulla sicurezza nei giorni bui della Perugia-Gotham City. Dopo l’omicidio-Meredith, infatti, quando la giunta di centrosinistra diceva che il male veniva “da fuori”, e gli oppositori dicevano “neanche per sogno”, gli osservatori nazionali e internazionali cominciarono a disegnare i contorni della crepuscolare Perugia delle droghe, dei vizi, dei delitti irrisolti e dei castighi mai arrivati, e di chissàquali presunti o veri sballi. Una Perugia che per otto anni, periodicamente, è finita dritta in prima serata tv (di solito in terrorizzanti “speciali” di taglio santoriano). E però, zitta zitta, Perugia, circa un anno fa, ha bucato lo schermo per un altro motivo, politico e non di cronaca: nei giorni della vittoria “landslide” del Pd di Matteo Renzi alle europee, con quel quaranta per cento di voti che spazzava via i sogni (già ridimensionati) dei berlusconiani, degli alfaniani e dei centristi non rossi – figurarsi nel bel mezzo di una regione rossa – a Perugia vinceva al secondo turno, con il 58 per cento dei voti, Andrea Romizi, trentacinquenne avvocato, già due volte eletto consigliere comunale per Forza Italia. Romizi, cioè il candidato letteralmente scelto all’ultimo minuto, appena un mese e mezzo prima, dopo la rinuncia, causa litigiosità locale, di Corrado Zaganelli. E i riflettori si fermavano allora su quello stranissimo “caso Perugia”, con il cosiddetto “sindaco-ragazzino” (stessa età di Renzi quando si insediò a Firenze) che in sei settimane aveva compiuto “il miracolo”: compattare i litiganti, convincendo evidentemente, visti i dati, pure i cittadini di centrosinistra stanchi non tanto dell’ex Pci-Pds-Ds (poi Pd – che a Perugia non era molto renziano, un anno fa), quanto di certi ambienti della sinistra locale, abituati alla rendita di posizione. E se Beppe Grillo era passato da ciclone nel 2013, nel 2014 pure i grillini, a Perugia, sembravano essersi buttati sul “candidato giovane” di Forza Italia (Romizi, appunto), quello che aveva girato la città con un gruppo di amici-sostenitori, quartiere per quartiere, guardato anche inizialmente un po’ male. “GiRomizi”, erano stati denominati quei tour “di ascolto” all’aperto”. E siccome gli hanno portato fortuna, Romizi ha continuato a farli, in questo primo anno da sindaco, scegliendo ogni settimana un punto sulla enorme mappa del territorio di sua competenza, dispiegata tra una mensola e un divano nel suo studio, con un post-it per ogni zona visitata. Dev’essere una fissa della nouvelle vague del centrodestra umbro, quella dell’amministratore locale che “lascia la porta aperta” ai malumori cittadini: Romizi “riceve tutti”, dicono nel suo staff, nel senso che chiunque, prendendo appuntamento, può mettersi in coda per un colloquio con il sindaco, ma c’è anche chi interpreta la regola della porta aperta in senso ancora più inclusivo (pazzamente inclusivo, agli occhi del forestiero): il candidato per il centrodestra alla Regione Umbria Claudio Ricci, anche sindaco di Assisi, prega infatti il cronista, come in passato altri cronisti, di pubblicare il suo numero di telefono, già comparso in sovraimpressione in varie trasmissioni tv (“334-8812880, lo scriva”). Un numero che ora è oggetto dello studio empirico-sociologico dello stesso Ricci: “Per paradosso”, dice, “da quando il mio cellulare è pubblico la pressione è calata: è come se il fatto di essere raggiungibile senza filtri facesse nascere nel cittadino una certa empatia. Il sindaco magari fa errori, ma è disarmato, quindi non c’è bisogno di forzare metaforicamente il palazzo”.

 

[**Video_box_2**]Dopo la vittoria a sorpresa di Romizi, comunque, ce n’era abbastanza, presso gli scorati di Forza Italia, per trarne considerazioni a livello nazionale (anche se Romizi diceva e dice di “volersi concentrare solo sulla città”). “Generazione Romizi”, è stato il titolo con cui il neo-sindaco è stato messo nel novero dei trenta-quarantenni “nativi berlusconiani” (e non) che, come l’ex sindaco azzurro di Pavia Alessandro Cattaneo e il sindaco ex An di Ascoli Guido Castelli, si stanno muovendo per “far circolare le idee” e “non morire renziani”, come dice Castelli. Cattaneo, qualche tempo fa, ha parlato di un centrodestra nuovo ma non “rottamatore”: Silvio Berlusconi non si tocca, tantopiù ora che è un (ex) Cavaliere senza nome, assente dai simboli elettorali ma presente con l’idea di una Forza Italia che deve farsi “Partito repubblicano all’americana” (B. dixit, qualche giorno fa). Il centrodestra dei giovani sindaci non vuole più dire “andate a casa”, ché “la formula ha stufato”, dice Cattaneo, e non vuole fare “battaglie ideologiche”, dice Romizi (“non se ne poteva più degli slogan contro: contro i comunisti, contro le clientele, contro questo e contro quello. Che cosa vogliamo fare noi?, è il punto”). Da sindaco, Romizi ha messo nella lista-priorità le mattine di “passeggiata” con i cittadini, per spiegare dal vivo che, “in un momento difficile come questo, bisogna per forza rivedere la spesa pubblica, ma non è detto che non si possano risolvere lo stesso alcuni problemi”. In queste mattinate peripatetiche i cittadini gli fanno vedere che cosa non va, e il sindaco si dice soddisfatto di sapere che quelli che “l’avevano votato solo al secondo turno, di risulta”, adesso “non sono delusi”. Chissà se a qualche diffidente o nostalgico il nuovo sindaco azzurro in terra tradizionalmente rossa poteva sembrare, quando è entrato a Palazzo dei Priori, la sera della vittoria, con tutto il codazzo dei sostenitori, una sorta di pifferaio di Hamelin che chissà dove porta quelli che lo seguono. Epperò, a dieci mesi da quella sera, il gradimento in città tiene, a parte alcuni momenti difficili sotto Natale, quando la comparsa di una pista da pattinaggio su ghiaccio nel centro storico aveva fatto gridare alla profanazione alcuni consiglieri di centrosinistra: ma come? Proprio qui? Con questi stand da fiera di paese? Ma al Comune pensano che “i perugini debbano essere riportati al centro di Perugia”, e vivere la città non solo come un museo a cielo aperto. Dopo aver messo mano al bilancio, Romizi cerca la via per risparmiare “in modo ragionato, senza tagli lineari”, puntando però sul “decoro urbano” (“a volte basta avere occhio”, dice, alludendo al lampione ottocentesco del corso principale, spento da molto e riacceso da poco), e pensando a come riqualificare la zona di Fontivegge (“non solo ordine pubblico: dopo aver risolto la singola emergenza dobbiamo arrivare noi, rendendo le zone attorno alla stazione una specie di ‘scatola di vetro’, con mostre temporanee e concorsi fotografici in spazi un tempo degradati, riapertura di edifici ridotti a luogo di bivacco, presenza di associazioni, no tax area per riportare attività commerciali nel quartiere”). Non ha “venerazione per il concetto di società civile”, Romizi, l’avvocato figlio di pediatra e nipote di grecista (autore di un vocabolario a ottant’anni di età). Però pensa che “alcuni ambienti vadano responsabilizzati nel governo della città”, motivo per cui ha una giunta tutta di “tecnici”, dalla commercialista al Bilancio all’esperto di marketing per il lancio di iniziative turistico-commerciali. La Perugia del futuro la vede “digitalizzata”, il sindaco, con “mercato coperto”, “nuovi parcheggi”, “razionalizzazione-spese fatta partendo anche dall’alto, lasciando le molte sedi del Comune in affitto” e con “uso efficiente dei fondi europei”. Ex scout come Renzi, Romizi a Renzi non vuole essere paragonato, anche se, un anno fa, ha “renzianamente” puntato a prendere anche il voto dell’avversario.

 

“Facciamo come Podemos”

 

[**Video_box_2**]Un obiettivo, quello del consenso trasversale, perseguito su scala regionale dal sindaco di Assisi Claudio Ricci, l’ingegnere che vuole vincere l’Umbria “facendo come Podemos in Spagna, con l’ascolto dal basso, anche se ovviamente la penso in modo diversissimo da Podemos”. Ricci è il candidato alla presidenza della Regione che molti, in Umbria, vedevano fino a poco tempo fa come “colui che si è autoproposto” (ora il centrodestra lo appoggia compatto). Rivendicando la sua opera “di abbassamento della pressione fiscale” ad Assisi, Ricci rilancia come potenzialmente vincente il metodo “delle tre liste” (“Per l’Umbria popolare’, “Cambiare in Umbria” e per “Ricci presidente”). L’idea, dice, è “riportare l’umanesimo in politica”, “allargare per restare in partita”. Si è mosso con largo anticipo, il candidato, quasi due anni fa, “come Hillary Clinton in America”. Arriva in un posto, afferra il microfono e parla, chi c’è c’è, il resto lo fa “il passaparola”. L’atmosfera, dice Ricci, “è di curiosità incoraggiante, anche per una motivazione psicologica: la gente sa che il cambiamento fa da detonatore di energie”. Con questa massima vorrebbe ripetere il “miracolo di Perugia” (anche se, negli ultimi giorni, persino nell’Umbria apparentemente pacificata a destra si sono udite domande allarmanti in fase di compilazione-liste: “Quanti fittiani? Quanti non fittiani?”).

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