Cari compagni dissidenti, guardatevi allo specchio e capirete i vostri errori

Dario Ginefra

Da Bersani a Speranza. Perché la fiducia di Renzi ha messo in mostra la debolezza della minoranza del Pd. Firmato: un deputato della minoranza del Pd. Mentre si afferma di voler ricostruire un’idea di partito come comunità, paradossalmente, si finisce con il diventare subalterni al concetto di partito.

 

Al direttore - Sono abituato, per cultura e per formazione, a rispettare tutte le posizioni che si possono sviluppare nel dibattito interno di un partito, e a confrontarmi con esse non sulla base di preconcetti o in funzione della convenienza tattica. E però, anzi proprio per questo, non posso tacere il disagio che provo nell’assistere alle forzature e alle ricostruzioni parziali di questi giorni. In particolare, c’è un punto di fondo per cui non solo non mi ritrovo nelle dichiarazioni di queste ore di Roberto Speranza, ma trovo che la condotta da lui adottata sia profondamente sbagliata: parlo dell’utilizzo delle istituzioni per svolgere una sorta di congresso permanente del Pd. Mentre si afferma di voler ricostruire un’idea di partito come comunità, paradossalmente, si finisce con il diventare subalterni al concetto di partito che vive solo nelle e per le istituzioni, e che proprio per questo smarrisce il suo legame più profondo con gli iscritti.

 

Voglio essere estremamente chiaro, per evitare ogni possibile fraintendimento: ero e rimango convinto della necessità che la minoranza interna a un partito possa mantenere un proprio spazio autonomo di discussione. Anzi, il rapporto dialettico fra minoranza e maggioranza può sicuramente aiutare il Pd, e con esso l’intero Paese, a crescere. Ma questo è possibile solo se si è in grado di far vivere un simile rapporto dialettico nell’intero partito, a partire dai territori, e non solo nelle istituzioni. Soprattutto, il confronto fra maggioranza e minoranza deve e può riguardare innanzi tutto i temi economici e sociali che condizionano la vita di milioni di nostri concittadini.

 

In caso contrario, il tutto apparirà agli occhi degli italiani (come sta già apparendo in questi giorni) come un gioco di posizionamento, uno scontro fra gruppi dirigenti, o peggio ancora una guerra di potere. E dunque, l’aver adottato proprio la legge elettorale come terreno di sfida nei confronti di Renzi è una scelta sbagliata, nel merito e nel metodo.

 

Il malessere che ha condotto una stragrande maggioranza dei componenti di Area Riformista a prendere le distanze da Roberto Speranza è il risultato di queste considerazioni. Non solo. È anche il frutto del piglio dirigista esibito nell’ultima fase di guida dell’area.

 

Le dimissioni da Capogruppo, la decisione di non votare la fiducia a un Governo guidato dal Segretario nazionale del Pd e che vede impegnati, fra gli altri Democratici, donne e uomini di Area Riformista, erano scelte che non potevano e non dovevano rimanere confinate nel recinto della discrezionalità personale. Sul modo con cui affrontare e gestire questo percorso, insomma, si doveva discutere e decidere tutti insieme. Viceversa, si è scelto il metodo, assai mortificante, di decidere in solitaria salvo poi comunicare agli altri a mezzo stampa le proprie determinazioni.

 

Ebbene, il nostro tanto declamato “essere alternativi” alla maggioranza dovrebbe essere praticato innanzi tutto nei comportamenti. Questo però, in piena evidenza, non è avvenuto. Almeno in questa fase. Ma non è solo questione di atteggiamenti. Si sta offrendo l’idea che per riuscire a incidere nel confronto interno con Renzi l’unica possibilità è quella di dargli una spallata, o di infliggergli una “lezione istituzionale”. Innanzi tutto, è bene precisare che a molti di noi non appartiene questa logica muscolare della politica. E poi, temo che questo sia un modo di ragionare miope, che avrà un solo effetto: accelerare il processo di formazione di quello che è stato definito il Partito della Nazione. Insomma, Renzi non si farà ribaltare (giustamente!) e troverà nel “Palazzo” i numeri per guidare il Paese fino al 2018.

 

Soprattutto, non posso non manifestare tutta la mia perplessità nel momento in cui sento teorizzare, come qualcuno sta facendo in queste ore, l’opportunità di dar vita a “nuovi contenitori”. Il Pd è la nostra casa. Una casa che abbiamo scelto di edificare per accogliere e unire tutti i riformisti, e non certo per dividerli. Certe discussioni tradiscono lo stesso spirito che è stato alla base prima dell’Ulivo e poi della fondazione del Pd. Ma per riportare il tutto a un livello accettabile di confronto, occorre riconoscere che quando si arriva a una fase come quella che stiamo vivendo in questi giorni, gli errori non stanno certo da una parte sola.

 

Per essere chiari: l’aver esteso la disciplina del Jobs Act ai licenziamenti collettivi, dopo il contributo fondamentale che avevamo dato all’approvazione del provvedimento, è stato letto, da molti di noi, come un vero e proprio tradimento da parte di Renzi.

 

E allora, conviene archiviare il prima possibile questa fase, per superare il muro contro muro e andare avanti. Occorre chiudere in tempi ragionevolmente brevi la partita della riforma elettorale per occuparci di quella costituzionale. Qui, ne sono certo, potranno essere trovati i giusti correttivi per superare alcune delle obiezioni mosse nel dibattito sulla legge elettorale. Soprattutto, il lavoro da fare parallelamente è quello delle riforme di sistema, utili a sbloccare una situazione sociale ed economica da troppo tempo avviluppata su se stessa. Anche su questo fronte, certamente, si può e si deve discutere. Per esempio, le obiezioni e le perplessità che in queste ore ci vengono poste, anche in maniera forte, da parte del mondo della formazione e dell’istruzione, ci impongono una seria riflessione sull’opportunità di modificare vari aspetti sostanziali del DDL “buona scuola”.

 

La nostra comunità e il Paese tutto hanno bisogno di una classe dirigente responsabile che aiuti l'Italia a riaccendere i propri motori. Da qui al congresso del Pd abbiamo ancora tanto tempo e non è detto che il confronto possa ridursi ai distinguo di questi giorni.

 

Dario Ginefra è deputato del Pd