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“Ehm, are you leaving the party?”

Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, ospite d’onore di Laura Boldrini e Pietro Grasso, affonda su un remoto divano di Montecitorio quando si accorge che Stefano Fassina sta attraversando il corridoio con passo svelto e finalizzato.

21 Aprile 2015 alle 06:18

“Ehm, are you leaving the party?”

Enrico Letta e Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

Roma. Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, ospite d’onore di Laura Boldrini e Pietro Grasso, affonda su un remoto divano di Montecitorio quando si accorge che Stefano Fassina sta attraversando il corridoio con passo svelto e finalizzato. Allora si alza in piedi, e subito lo abbraccia, con quel poco d’italiano che deve conoscere: “Oh, carissimo signor ministro”. E l’altro, schermendosi: “No, no, non più”. Al che Schulz recupera qualche brandello di ricordo intorno al marasma italiano. E dunque, fattosi d’un tratto serio, e con voce bassa, ovattata: “So, are you leaving the party?”, ma allora lasci il Pd? E Fassina, in un soffio: “Not yet”, non ancora, gli risponde. “Not yet”, ripete animandosi, con quella voce smorzata dell’uomo che parla dell’affetto più segreto del suo cuore. E così, nel giorno in cui la commissione Affari costituzionali della Camera diventa un formicolante palcoscenico in cui le opposizioni, da Forza Italia a Vendola, dalla Lega a Grillo, abbandonano i lavori e cantano “Aventino-Aventino” per strana solidarietà, quasi a tutela dei deputati del Pd sostituiti da Renzi – “quello ha iniziato a deportare i dissidenti”, spumeggia Renato Brunetta – e mentre Renzi promette di andare avanti “su tutto”, e insomma mentre sotto i riflettori le opposizioni fermentano al massimo grado, è invece nell’ombra dei corridoi che si consumano gli schianti sentimentali del Pd. Eccoli: “La sostituzione dei nostri in commissione è inaccettabile”, dice Fassina, “come inaccettabile sarebbe la fiducia sulla legge elettorale”. Poi un lampo allusivo: “Trovo molto interessanti le cose che ho letto di recente, dopo le dimissioni di Letta e le dichiarazioni di Prodi”. Cioè? “L’idea che l’alternativa a Renzi nasca fuori dal Parlamento”.

 

Ma intanto fuori dal Parlamento c’è Lorenzo Guerini, il vicesegretario, socio e compare di Matteo Renzi. Si muove tra Montecitorio e Palazzo Chigi, in preda a una strana agitazione, che erompe improvvisa appena i giornalisti lo avvicinano e gli fanno qualche domanda: “C’è molta strumentalità”, dice. “La cagnara intorno alla riforma elettorale non è un servizio al lavoro parlamentare né al paese”. E la parola “cagnara” è certo riferita alle opposizioni, a Forza Italia e alla Lega, a Sel e al Movimento di Grillo, ma a quanto pare anche alla minoranza del Pd. “Si vede che è nervoso”, sorride Fassina, “di solito Guerini è il più composto della banda”, aggiunge, esprimendo quel fastidio ironico che forse si prova nella sua pienezza soltanto verso esseri del proprio sangue, in questo caso verso gli uomini del proprio partito. E allora Marco Meloni, da sempre amico di Enrico Letta, dà corpo ai retropensieri meglio riposti dalle anime scosse del Pd, dove la parola scissione non fa capolino nel dibattito pubblico, ma qui e là viene maneggiata senza cautela: “Dietro il dibattito sulla legge elettorale si occulta una gran voglia di rissa, di resa dei conti, e da entrambe le parti”, dice. “E questo vale per un pezzo della minoranza, ma vale pure per Renzi. Tuttavia la principale responsabilità di tenere insieme il Pd ce l’ha chi guida il partito. Ce l’ha il segretario. Se salta il Pd salta il bipolarismo, salta tutto, ed è quasi pleonastico dirlo, ma sarebbe un peccato capitale”.

 

E così il Palazzo si anima di piccoli capannelli spontanei, quasi ogni corrente organizza una riunione pubblica, ristretta, semisegreta, ma di cui tutti sanno tutto. A sera si riuniscono, intorno a Roberto Speranza e Nico Stumpo, i ragazzi di “area riformista”, i più cauti, un po’ renziani e un po’ no, “qua si sta facendo un grande gioco delle parti”, dice Giuseppe Lauricella, “chi è stato sostituito in commissione voleva essere sostituito”, e insomma nessuna prevaricazione. “Noi della minoranza non possiamo far pesare il nostro dibattito interno sul successo di un’iniziativa che vede impegnato il partito”, rincara Dario Ginefra. E dunque la minoranza del Pd non si esprime in una voce sola, ma è composta di mille rivoli, “per noi vale il principio del Talmud”, scherza Enzo Amendola, “tre rabbini quattro sinagoghe”. E davvero i deputati non renziani vanno al pascolo o al piccolo trotto come gli avelenghesi di Pippo Civati, oppure si adattano alle fatiche e ai basti pesanti come i bardotti e i muli di Pier Luigi Bersani e di Gianni Cuperlo, pronti forse a scalciare, se necessario, ma fino a che punto? “Adesso questi cercano di abbassare i toni per non rompere. Ma così, in realtà, danno ancora più forte l’idea che le nostre obiezioni alla riforma elettorale siano pretestuose”, si dispera Corradino Mineo. “Renzi non può che vincere. Gli altri non sanno nemmeno come si comincia a saper vincere”. E poiché il vero politico non riconosce il nemico che sta nel suo partito che da un confronto con se stesso, e dunque immagina le intenzioni dell’altro in base alle proprie, Mineo dice che “Renzi è leninista. E’ leninista nel ritmo, sempre crescente. Ed è leninista nel suo programma, che in tutti i momenti del giorno regola l’orologio sull’ora della rivoluzione”.

 

[**Video_box_2**]Ma come andrà a finire questa strana battaglia? Nelle psicodinamiche della politica contemporanea il risentimento ha un suo ruolo, anche se non dovrebbe, e chissà se è per questo che a Bologna, alla celebrazione per i settant’anni della Festa dell’Unità, non sono stati invitati né Bindi, né Bersani, né Letta, o se forse non sono stati invitati perché, come dice Matteo Orfini, non è “la festa nazionale” ma “una festa”. Chissà. E chissà com’è che cominciano le scissioni. E’ mai cominciata una scissione da una festa mancata? “Le scissioni cominciano come certe guerre, con un atto unilaterale di protervia”, dice Fassina.

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