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Inchiesta sul vero potere di Firenze

Ministeri. Segreterie. Partecipate. Istituzioni. Banche. Cda. Amici. Consulenti. Collaboratori. E poi il caso Delrio. La trasformazione di Palazzo Chigi in Palazzo Vecchio. Geografia smaliziata dei fiorentini che contano nell’era del governo Renzi.

1 Aprile 2015 alle 14:29

Inchiesta sul vero potere di Firenze

Palazzo Vecchio a Firenze

Schiaffo più feroce non poteva esserci, nell’Italia romanocentrica e milanocentrica, per la quale tutto il resto è provincia e non vale la pena dedicarci la giusta attenzione, che l’arrivo al potere dei barbari, baricchianamente parlando, dei mutanti che hanno messo le branchie per respirare meglio una volta immersi nella italica palude. Ma sì, l’arrivo di “quelli di Firenze”, laddove Firenze è un concetto geopolitico, ancor prima che strettamente municipale, e capiamo che per qualcuno possa essere anche estensivo: lo diciamo a beneficio di quelli che confondono i livornesi  con noialtri gigliati, vedi Maurizio Crozza che all’inizio imitava Renzi con la cadenza di Bobo Rondelli. “Ma siete tutti fiorentini!” o anche “ma siete tutti toscani!”, dunque, è il lamento con tanto di sospiro che si sente ogni volta un fiorentino come me apre bocca in qualunque contesto romano. Nell’immaginario pop i fiorentini sono sempre quelli che fanno sganasciare dalle risate, con i Panariello, i Carlo Conti, i Pieraccioni, i Benigni (anche se lui è cresciuto a Vergaio, Prato, cittadina che si crede capoluogo di provincia, e lo è voluta diventare a tutti i costi, quando in realtà è una succursale di Firenze, ma guai a dirlo eh), ma al netto di secoli di storia e letteratura e arte mancava quella gravitas che viene dal potere contemporaneo. Ora, noi fioretinini, facciamo sempre sganasciare, ché quando si va in tv si pare tutti usciti dal Ciclone, ma fra una risata e l’altra e con una copia del “Principe” in mano, ci sono un bel po’ di fiorentini - veri o adottati; siamo sempre generosi con i forestieri che vogliono sciacquarsi in Arno - partiti dalla città dove il sì suona per arrivare in quella dove raddoppiano le consonanti e daje di qua, daje di là e dove è tutto un “accollo”. E con l’addio di Graziano Delrio a Palazzo Chigi, se verrà confermato, il cerchio si chiude, e l’esportazione della democrazia di Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi è praticamente completa. Con Matteo Renzi al governo, come è noto, lo sbarco dei barbari è stato pirotecnico, adeguato alla scenografia e alla narrazione (o allo storytelling, come direbbero i più ganzi) del tempo: il territorio contro la Capitale, l’Italia dimenticata fuori dal grande Palazzo anulare contro gli schiacciabottoni del Parlamento, Achille piè veloce contro la tartaruga, gli asfaltatori contro i restauratori. E’ arrivato, dunque, il giglio magico, degno successore della Corte di Arcore, del tortellino magico, del cerchio magico bossiano e di tutti i migliori clan della storia repubblicana, quello con i soliti Luca Lotti, Maria Elena Boschi, Francesco Bonifazi, che reggono i petali del fiore e custodiscono il pensiero autentico del renzismo, e con tutti gli altri a fare da contorno. Una generazione di consiglieri comunali, assessori, politici di provincia – detto in senso tecnico e non deteriore; da lì vengono e lo rivendicano, e non si può capire il renzismo senza la provincia – che si sono trovati dentro il Palazzo dopo aver assaltato e sconfitto la vecchia dirigenza.

 

Trenta-quarantenni che costituiscono la componente meno moderata della loro generazione, perché l’altra, quella dei girondini alla Enrico Letta, stava lì ad aspettare. I girondini sono quelli che hanno aspettato con pazienza, scrive nel suo ultimo libro Giuliano da Empoli, consigliere politico di Renzi, suo ex assessore ai tempi della giunta fiorentina, oggi presidente del Gabinetto Vieusseux, “che arrivasse il loro turno, quelli che in fondo la rivoluzione non l’hanno mai voluta perché sapevano che prima o poi la chiamata dall’alto sarebbe arrivata. Sono garbati e, in alcuni casi, competenti. La massima trasgressione, per loro, è una partita a Subbuteo a mezzanotte. Hanno sopportato anni di noia e di attesa, a inseguire maestri che non se li filavano, a farsi crescere la barba e a indossare occhialini rettangolari per darsi un tono” (‘La prova del potere’, Mondadori).

 

Le segreterie di Palazzo Chigi si sono dunque riempite: è arrivato il paparazzo Tiberio Barchielli, direttamente da Rignano sull’Arno, titolare del sito Gossip Blitz, dove al posto dei pixel si contano le tette per centimetro quadrato, nelle vesti di fotografo ufficiale. Mentre Filippo Sensi aka Nomfup, il portavoce, spara foto ritoccate su Instagram perché la prima regola di ogni perfetto obamiano è che il candidato deve essere dappertutto, in ogni luogo, lago e in ogni social media. Mentre l’altro, il Barchielli, fa le foto istituzionali: i colloqui con Tsipras, l’abbraccio con Hollande, la visita per commemorare Boris Nemtsov. E’ arrivato Franco Bellacci, “Franchino”, il tuttofare che accompagna Renzi dai tempi della provincia; quello che organizza il lavoro dietro le quinte della Leopolda, mette i video, mette le canzoncine pop scelte insieme a Veronique Orofino, gestisce l’account Twitter e Facebook del presidente del Consiglio (twitta per sbaglio anche al posto suo, com’è successo durante un partita di calcio). E’ arrivata Eleonora Chierichetti, storica segretaria di Renzi – storica nonostante la giovane età: è del 1982 – che segue il presidente del Consiglio da quando era presidente della Provincia di Firenze. Solo che stavolta non lavora direttamente con lui, ma con Lotti, il braccio ambidestro di Renzi, l’unico autorizzato a parlare in nome del capo, l’unico che se-parla-è-come-se-parlasse-Lui. E a Palazzo Chigi, se Delrio farà un passo verso il ministero, a parlare, oltre a Renzi, sarà solo lui. E ancora. C’è Pilade Cantini, comunista romantico, ex assessore di Rifondazione Comunista negli anni Novanta a San Miniato, la cittadina di cui è originario, in provincia di Pisa, addetto alla corrispondenza con i cittadini per conto del premier e in libreria con un volume il cui titolo dice già parecchio sull’autore: “Piazza rossa. La provincia toscana ai tempi dell’Urss”. E ancora, in quota segreterie e segrete stanze: Francesca Grifoni, nell’ufficio stampa del presidente, ex Florence Multimedia, la tv di stato, pardon di provincia, creata da Renzi quando era a Palazzo Medici Riccardi. Giovanni Palumbo, già capo di gabinetto a Firenze, oggi capo della segreteria tecnica a Palazzo Chigi. Luca Di Bonaventura (abruzzese ma con i panni già ampiamente sciacquati e stesi al sole), ex collaboratore dell’Ansa di Firenze, oggi portavoce di Maria Elena Boschi. Nicola Centrone, ex segretario della Sinistra Giovanile, ex assistente parlamentare di Dario Nardella quando era deputato, oggi capo della segreteria tecnica di Lotti. Filippo Bonaccorsi, fratello di Lorenza (lei responsabile nazionale Cultura del Pd), ex presidente di Ataf, ex assessore ai trasporti a Palazzo Vecchio e oggi capo della struttura tecnica di missione che segue il piano del governo per l’edilizia scolastica. C’è Erasmo D’Angelis, già presidente di Publiacqua, del cui cda ha fatto parte anche la Boschi, oggi capo struttura di missione per il dissesto idrogeologico, dove si è portato anche Mauro Grassi come direttore, ex dirigente della Regione Toscana, e Francesco Di Costanzo come portavoce. E da Publiacqua viene anche Alberto Irace, che pure non è fiorentino di nascita, amico del ministro Boschi, oggi capo della romana Acea.

 

Al governo, Renzi ha lasciato – c’era già con Letta – Lapo Pistelli, viceministro degli Affari Esteri, ex nemico alle primarie fiorentine del 2009, quando i due si odiavano come solo persone che si conoscono da anni per aver lavorato insieme possono fare, con sentimenti e risentimenti. Oggi, nonostante Pistelli sperasse di fare il ministro degli Esteri, hanno un rapporto civile (con Renzi è impossibile averlo incivile) e il presidente del Consiglio gli ha chiesto consigli, per esempio sulle persone da mettere in segreteria appena diventato leader del Pd. Viceministro alle Infrastrutture è Riccardo Nencini, segretario del Psi, di Barberino di Mugello, con cui Renzi ha avuto anche momenti di scontro acceso quando i socialisti vennero cordialmente accompagnati alla porta della giunta comunale. Alle telecomunicazioni, come sottosegretario, c’è Antonello Giacomelli, pratese, giornalista, già capo della segreteria politica di Dario Franceschini, che come portavoce ha Giovanni Cocconi, ex vicedirettore di Europa, parmigiano ma fiorentino d’adozione (la famiglia vive lì).

 

Poi c’è lei, la sceriffa, Antonella Manzione, un tempo famosa per aver presentato l’esposto contro l’ex sindaco italoforzuto di Pietrasanta Massimo Mallegni che dette il via alla sarabanda di indagini e inchieste che poi si risolsero nel nulla (Mallegni fu assolto). Oggi dirige il Dipartimento affari giuridici e legislativi a Chigi ed è stata comandante dei vigili urbani di Firenze nonché direttore generale di Palazzo Vecchio. In Versilia, dove ha studiato, ci sono compagni di scuola che se la ricordano parecchio cattiva. E’ sorella di Domenico Manzione, sottosegretario all’Interno già nel governo Letta (fu scelto “in quota renziana”, come disse lui in un’intervista a Report, in tempi peraltro in cui l’allora sindaco di Firenze spiegava che i renziani non esistono e casomai ci sono i “noistessiani”) e poi riconfermato da Renzi). Manzione, a Lucca, era il sostituto procuratore di Giuseppe Quattrocchi, già capo della procura di Firenze, con cui Renzi da sindaco aveva un rapporto molto stretto; oggi è consulente di Nardella. Vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio è Raffaele Tiscar, che ha fatto il consigliere comunale e l’assessore in quota Dc nel capoluogo toscano, prima di sbarcare in Lombardia, dove fra le altre cose è stato anche direttore generale delle reti e dei servizi di pubblica utilità della Regione.

 

Poi ci sono le partecipate di Stato: Fabrizio Landi, ex amministratore delegato di Esaote, e tra i finanziatori delle campagne elettorali di Renzi, nel cda di Finmeccanica. Alberto Bianchi, pistoiese, avvocato di Renzi e tesoriere della Fondazione Open, nel cda di Enel. Il fratello, Francesco, è sovrintendente della Fondazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Marco Seracini, già presidente di Montedomini, società di servizi agli anziani, tra i fondatori di NoiLink, l’associazione con cui Renzi raccolse soldi per le primarie comunali del 2009, è stato nominato nel collegio sindacale di Eni. Elisabetta Fabri, presidente degli StarHotel molto amati dall’imprenditore Marco Carrai, nel cda di Poste.

 

[**Video_box_2**]C’è Federico Lovadina, socio di studio dell’avvocato e tesoriere nazionale del Pd Bonifazi, nel cda di Ferrovie, dove siede anche Gioia Ghezzi, di provenienza McKinsey, che ha collaborato con Renzi per scrivere una legge sull’omicidio stradale quando il segretario del Pd era ancora sindaco. C’è Rossella Orlandi, empolese, direttore dell’Agenzia delle Entrate, e c’è Diva Moriani, aretina di nascita, vicepresidente del gruppo Kme di Vincenzo Manes (finanziatore della campagna elettorale di Renzi), nel cda dell’Eni.

 

In giro per il Parlamento, invece, si muovono i deputati e senatori che hanno accompagnato Renzi in questi anni. C’è David Ermini, già presidente del consiglio provinciale fiorentino, con il premier quando ancora il renzismo era radicato soprattutto nel Valdarno, fra Rignano e Figline, oggi deputato e responsabile giustizia del Partito Democratico. C’è Dario Parrini, deputato e capo del Pd toscano, ex sindaco di Vinci. In Senato c’è Rosa Maria Di Giorgi, ex assessore all’Istruzione di Renzi. A Firenze è tornato, come sindaco, Dario Nardella, che ha fatto in tempo appena un anno a stare a Roma, dove si trovava bene. In Palazzo Vecchio ha ritrovato Marco Agnoletti, già portavoce di Renzi prima che arrivasse Sensi. A Bruxelles è volata alle ultime elezioni europee Simona Bonafè, ex assessore a Scandicci, di Varese ma politicamente super fiorentina. Nel 2012 era fra le Renzi’s Angels insieme alla Boschi, oggi è un po’ in disparte; è stata mandata in Europa, dove ha preso una caterva di voti e si è guadagnata un’autonomia politica che prima non aveva (a differenza di altri renziani, lei si è misurata con il consenso popolare). Ne ha sofferto un po’, perché sarà pur vero che non è andata a far la fame in qualche sperduto consiglio provinciale, ma l’Europa è la tomba della notorietà, cui si può rimediare soltanto con la presenza televisiva. E la Bonafè non rinuncia ai suoi interventi nei talk show. Insieme con lei, a Strasburgo, c’è anche Nicola Danti, europarlamentare from Pontassieve, che dopo aver aspettato il proprio turno in Consiglio regionale è riuscito a mettere un piede fuori dalla Toscana (quando Renzi era segretario provinciale del Ppi e della Margherita, partitini in confronto ai Ds, lo candidava un po’ ovunque nei comuni della provincia fiorentina, al punto che nella Quercia circolava una battuta: “Oh, ma quanti sono questi Danti?”).

 

Fuori dal Palazzo, nella Rai, c’è Luigi De Siervo, amministratore delegato di RaiCom, figlio del costituzionalista Ugo, fratello di Lucia, ex capo di gabinetto a Palazzo Vecchio; uno dei più cercati e riveriti davanti alla macchinetta del caffè per capire cosa “Matteo” voglia fare del carrozzone televisivo di Stato. Ma non è tutta roba renziana, quella che si sposta da Firenze e colonizza il resto del mondo. Anche il centrodestra, in questi anni, ha promosso una classe dirigente tosco-fiorentina che aveva il paradosso - invero naturale per la rossa toscana - di essere fortissima a Roma ma parecchio carente a casa sua, perché a parte qualche enclave azzurra, vedi Lucca (nel frattempo perduta anche quella), ha sempre governato poco. Da Paolo Bonaiuti, ex portavoce di Silvio Berlusconi, a Denis Verdini, il mediatore del patto del Nazareno, oggi un po’ in disgrazia ma sempre con quell’aria da gattone soddisfatto - nonostante i baffi non li abbia più da un pezzo - che si è appena mangiato un topolino. Il suo braccio destro è Massimo Parisi, coordinatore regionale di Forza Italia, autore della lettera a Berlusconi, quella dei nazareni italo-forzuti, per manifestare il “profondo disagio e dissenso rispetto alla decisione di votare contro le riforme istituzionali all’esame della Camera”. Parisi, ex direttore di Metropoli, settimanale locale pubblicato da Verdini, è la scatola nera del verdinismo insieme a Riccardo Mazzoni, pratese, ex direttore del Giornale della Toscana, senatore, già vicedirettore del Giornale, fallaciano, socialista, penna ficcante e arguta. Con loro, prima che se ne andasse nel Nuovo Centrodestra insieme a Maurizio Lupi, c’era anche Gabriele Toccafondi, attuale sottosegretario all’Istruzione, ciellino e coordinatore toscano degli alfaniani, portiere avversario di Renzi nelle partite di calcio fra politici.

 

Ma i fiorentini sono anche nelle banche: Cosimo Pacciani è dall’anno scorso il numero due della sezione rischi dell’istituto finanziario più importante in Europa dopo la Bce: il vecchio fondo salva stati, conosciuto come Esm. Anche lui, come Renzi, ha fatto il Dante, uno dei licei classici più famosi di Firenze, dove sono andati anche Paolo Hendel, Valdo Spini e Piero Pelù. Lorenzo Bini Smaghi, economista, era nel board della Bce fino al 2011 ed è membro permanente della Morgan Stanley. C’è Francesco Rossi Ferrini, Senior Country Officer alla JPMorgan. Jacopo Mazzei, ex presidente della Cassa di Risparmio di Firenze, è nel consiglio di sorveglianza di Banca Intesa. Giuseppe Morbidelli, fino a pochi giorni fa nel cda di Banca Intesa, è il nuovo presidente di Carifirenze. Ugo Biggeri è il presidente di Banca Etica. Il fratello di Bini Smaghi, Bernardo, pochi giorni fa è diventato presidente del fondo F2i, il maggior fondo infrastrutturale nato da un’alleanza tra i soci Cdp (Cassa Depositi Prestiti), Unicredit, Intesa Sanpaolo e tra le principali fondazioni bancarie. I fiorentini sono anche aziende, come Matteo Del Fante, amministratore delegato di Terna, o Niccolò Querci, berlusconiano doc, direttore centrale del personale dell’organizzazione del Gruppo Mediaset, e nelle istituzioni europee, come Marco Buti, da Molin del Piano, paesino alle porte di Firenze, direttore generale degli affari economici della Commissione europea. Sono alla guida di associazioni, come il deputato del Pd, non renziano, Filippo Fossati alla Uisp e Francesca Chiavacci all’Arci (prima di lei a capo c’era un altro fiorentino, Paolo Beni, oggi deputato del Pd). I fiorentini sono anche al Cern, dove c’è Simone Giani responsabile del software di simulazione per gli esperimenti di fisica di alte energie. Alla voce cultura compaiono, invece, oltre alla fiesolana Dacia Maraini e a Franco Zeffirelli (ma qui siamo in zona blasone, quasi inutile citarli), Giorgio van Straten, scrittore, già membro del cda della Rai, Sergio Giunti, presidente della Giunti Editore, Piero Gelli, critico musicale, letterario, editor, decano della Baldini Castoldi e Martina Donati, coordinatrice editoriale di Newton Compton. E ancora: scrittori come Vanni Santoni, editor della narrativa Tunué, e Marco Vichi. Non mancano nella moda: Leonardo Ferragamo, Stefano Ricci, Ermanno Scervino, Enrico Marinelli, presidente di Frette (quello che portò Renzi al pranzo di Arcore). Se ci allarghiamo un po’ e stiracchiamo il concetto all’area metropolitana, vale la pena mettere in questo elenco anche Edoardo Nesi, pratese, vincitore dello Strega e membro della giuria, ex deputato di Scelta Civica oggi nel gruppo misto, e il suo concittadino Sandro Veronesi, scrittore affermato come lui. Il settore più povero pare essere proprio il giornalismo. Sarà che lì Firenze ha già dato parecchio in passato con Indro Montanelli, Tiziano Terzani e Oriana Fallaci. Sicché, di fronte a questi fenomeni, la generazione successiva s’è ammalata di complesso di minorità ed è rimasta sulle rive dell’Arno a fare i balocchi.

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