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Il senso di Renzi per le coop

Come funziona il modello emiliano delle cooperative rosse alla prova del Rottamatore - di Alessandra Sardoni

1 Aprile 2015 alle 10:48

Il senso di Renzi per le coop

Il 10 gennaio 2015, Renzi visita la Granarolo, un miliardo di giro d’affari, duemila dipendenti. Parla dall’ambone con il logo del colosso del latte, incoraggia il numero uno, Gianpiero Calzolari

Renzi pensa che il sistema cooperativo degli appalti stia implodendo e che tra due anni sarà storia. Per questo aspetta, non toccando niente e nessuno”. La vede così un fedelissimo del premier-segretario che conosce l’Emilia, le coop, gli uomini (sempre gli stessi) che ne popolano i cda. Il tema è scivoloso sempre di più nei giorni delle inchieste che stanno illuminando responsabilità giudiziarie e politiche, storia e lasciti del collateralismo e dunque l’interlocutore preferisce l’anonimato.

 

L’immagine dell’attesa combacia con la non belligeranza scelta sulle questioni emiliane e cooperative rispetto alle filiere del passato dalemiane e bersaniane e alle loro logorate egemonie. Tutto sembra franare da sé sotto i colpi della crisi dell’edilizia e delle inchieste sugli appalti, del simul stabunt simul cadent della cooperazione rossa e bianca – Coop e Compagnia delle Opere – se D’Alema viene colpito mediaticamente per una storia di 2.000 bottiglie del vino di famiglia e 500 copie del suo saggio sull’euro acquistate dalla Concordia, nome sfortunato della coop inquisita, e per finanziamenti in chiaro alla Fondazione ItalianiEuropei.

 

L’attesa potrebbe essere tuttavia una categoria insufficiente sia per gestire la cronaca – il sindaco di Ischia arrestato per una tangente coop è un renziano – sia a spiegare il senso di Renzi per le coop e il modello emiliano. Anche perché nel frattempo anche quel mondo si è attrezzato.

 

Bisogna partire da San Lazzaro di Savena, piccolissimo comune della Bologna bene, e da Cadriano, frazione di Granarolo dell’Emilia, sostengono gli emiliani di esperienza, quelli che il sistema cooperativo lo conoscono bene, che lo hanno vissuto “fino all’apoteosi”, come ci dice uno di loro: “L’allineamento perfetto dei pianeti”, Vasco Errani presidente della regione, Pier Luigi Bersani segretario del Pd, Mario Zucchelli ortodosso presidente di Holmo, la holding finanziaria della cooperazione rossa e Paolo Cattabiani presidente altrettanto organico della Legacoop Emilia.

 

Ai primi di gennaio di quest’anno Renzi appoggia energicamente Isabella Conti, giovane sindaco renziano di Savena che aveva denunciato ai magistrati minacce provenienti (secondo una gola profonda del comune) da ambienti legati alle cooperative delle costruzioni. “Che fa, vuole passare un guaio? Vuol farsi mettere sotto da una macchina?”, era il tenore dell’avvertimento legato alla decisione del sindaco di bloccare una speculazione edilizia, ribattezzata dagli ambientalisti “la colata”: la costruzione di 582 unità abitative affidata alla Cesi di Imola e alla Coopcostruzioni. La delibera votata dalla giunta precedente, di cui la stessa Conti era assessore, era stata bersaglio di una dura campagna d’opinione. Di qui la retromarcia.

 

“Una questione che in altri tempi si sarebbe risolta in federazione è finita in procura”, sospirò qualcuno. Si parlò di scontro Renzi-coop e chi doveva annotare annotò l’invito pubblico del premier-segretario al sindaco: “Resisti a testa alta”. “Renzi vuol fare la guerra alle coop? Suicidio. Non è intelligente segare il ramo su cui è seduto”, scrisse, da destra, sul Garantista, Giuliano Cazzola, forzista emiliano, alludendo allo storico flusso di finanziamenti dalle coop emiliane al partito. Forse gli era sfuggita la presenza del presidente di Unipol Pierluigi Stefanini alla cena di finanziamento di Renzi, il 6 novembre 2014 a Milano.

 

Il secondo giro di boa è di poco successivo: il 10 gennaio 2015, Renzi, fotografatissimo, visita la Granarolo, un miliardo di giro d’affari, duemila dipendenti. Parla dall’ambone personalizzato con il logo del colosso del latte, incoraggiando il numero uno, Gianpiero Calzolari, a procedere con l’acquisizione di Mukki, una delle ultime municipalizzate del settore che raggruppa le centrali del latte di Firenze, Pistoia e Livorno, in corso di privatizzazione.

 

I tempi sono cambiati. Mauro Lusetti, successore di Giuliano Poletti alla testa di Legacoop, la confindustria della cooperazione, unica eccezione rispetto all’allergia renziana per i mediatori, dice del resto al Foglio: “Sono il primo presidente che non ha la tessera del partito. La politica non l’ho cercata e si è disinteressata”.

 

Il Renzi di Savena e quello di Cadriano sembrano ratificare da una parte la crisi delle coop dell’edilizia, un tempo l’asset più importante e di potere oggi minate dal crollo del settore; dall’altra l’appeal del settore alimentare (linea Farinetti) e della distribuzione insieme ai servizi finanziari.

 

Eppure guai a concentrarsi solo sull’aspetto di rottura, il cambio di passo o di verso. Il rapporto del premier con il mondo delle coop emiliane, la roccaforte dell’economia e della finanza rosse o di quel che ne resta – non così poco per la verità –, con le sue proiezioni in Lombardia e Veneto, è ben più complesso.

 

Renzi ha dosato fin dall’inizio strappi e rammendi, rottamazioni e conservazioni. Ha voluto trasferire Poletti da Imola a Roma per farne il ministro rosso del Jobs Act. Ha lasciato la delega per Expo (assegnata dal governo Letta) al bersaniano Maurizio Martina, uomo di fiducia di Filippo Penati negli anni della presidenza della provincia di Milano. Non ha mai litigato con Vasco Errani, presidente dell’Emilia per un quindicennio, fino alle dimissioni in seguito alla condanna in appello per falso ideologico, anzi ne ha valorizzato spesso il ruolo di mediatore rispetto all’area e al sistema di potere bersaniani. Non ha mai infierito con Bersani sui guai, anche giudiziari, dei suoi. Né tantomeno sembra aver messo mano ad aggiustamenti legislativi penalizzanti per le coop o riduttivi della loro controversa peculiarità, dei benefici fiscali e della forma societaria, appena toccati, dice l’economista Nicola Rossi, da qualche “colpetto” di Tremonti ai tempi dei governi Berlusconi.

 

“L’Emilia sta al renzismo come il villaggio gallico alla Roma di Cesare”, lamenta in forma anonima, citando Asterix, un dirigente di zona che avrebbe preferito la sostituzione di uomini e sistema alla conversione diffusa dei medesimi. Renzi invece sembra aver scelto la colonizzazione lenta, soprattutto le leve a disposizione del governo centrale in attesa del momento giusto per passare, se necessario, dalla conservazione alla rottamazione. Per esempio la benedizione implicita ai processi di fusione. A marzo, Coop Adriatica, Coop Estense e Coop Consumatori Nordest si sono unite per formare la più grande azienda cooperativa italiana della distribuzione, dei servizi immobiliari e finanziari, per un valore complessivo di oltre 4 miliardi, 2,6 milioni di soci, 19.700 dipendenti, 334 punti vendita. “E’ un percorso nato prima di Renzi e a prescindere da Renzi, le coop avevano bisogno di acquisire una dimensione di mercato”, precisa il presidente di Legacoop. “E’ vero che ci lavoravano da tempo, ma è vero anche che queste cose si chiudono quando l’ambiente ti spinge a chiuderle”, commenta ancora Nicola Rossi. “Certo si tratta di un soggetto ancora non in grado di competere sul mercato internazionale con i colossi come Auchan e Carrefour anche per la sua forma societaria”, aggiunge toccando un tasto delicato. Lo status attuale è quello che consente alle coop della distribuzione di essere “banche clandestine”, di raccogliere risparmio con regole diverse da quelle applicate agli altri operatori, insomma “di essere banche a tutti gli effetti fingendo di non esserlo”, come ha sottolineato Giorgio Meletti per il Fatto quotidiano puntando il dito anche sul minore spazio per la vigilanza di Bankitalia.

 

Si capisce allora come questi mondi guardino molto più a Renzi presidente del Consiglio che non segretario del Pd. “Non abbiamo rimpianti, la relazione stretta coop/partito/Cgil non esiste più, abbiamo un percorso autonomo, ma questo non vuol dire che rinunciamo al rapporto con le istituzioni”, dichiara ancora Lusetti.

 

Istituzioni significa Palazzo Chigi. La cosa è esplicita. Ancora Lusetti spiega al Foglio che alla Legacoop interessa soprattutto quella parte dello Sblocca Italia che riguarda la messa in sicurezza del territorio. “Si sono convertiti a Renzi perché a loro interessa il rapporto con il governo, non quello con la minoranza Pd”, aggiunge Marco Madonia del Corriere di Bologna. “Con Bersani mantengono una relazione affettiva…”.

 

D’altra parte anche il governo è obbligato a una strategia dell’attenzione e a concedere qualcosa alla specificità. “Ci dicono che abbiamo vantaggi fiscali e, seppur minori che in passato, è vero che li abbiamo, ma siamo il primo contribuente dello stato”, rivendica Lusetti sfoderando la contabilità del costo del lavoro, i numeri di occupati ecc.

 

La crisi economica e il crollo dell’edilizia hanno minato le coop delle costruzioni. Le hanno rese friabili, hanno prodotto esuberi nell’impossibilità sociale e politica di licenziare e dunque cassa integrazione in deroga à gogo: sono seimila in Emilia gli operai a turno in cassa integrazione. Per il governo del Jobs Act che deve ancora riformare gli ammortizzatori sociali e si propone di spezzare l’assistenzialismo classico sono numeri pesanti. “E’ un mondo iperprotetto, ma che fai? Non ci sono alternative”, ammette un dirigente del Pd emiliano. “E poi ci sono le banche: Unicredit è esposta per centinaia di milioni con le coop… Se chiede il rientro?”. Un quadro che tuttavia non è sufficiente a rassicurare i sindacati. “Si devono recuperare i valori delle coop mentre invece sta prevalendo la finanza rispetto alla loro ratio originaria”, osserva Cristina Raghitta, Cisl di Bologna.

 

Le inchieste hanno un effetto a catena e un alto prezzo mediatico: per la prima volta l’accento è quantitativo, rivela una dimensione ben più ampia di quella mostrata in passato. Le coop sembrano improvvisamente essere ovunque: gli appalti Expo, il Mose, gli affari e la rete della Cooperativa 29 giugno, la foto romana di Poletti con Salvatore Buzzi, la crisi parallela di Cl e del formigonismo in Lombardia e di una lunga storia di spartizioni nelle gare d’appalto. La procura di Firenze, nell’inchiesta “Sistema” che ha travolto Ercole Incalza e portato alle dimissioni di Maurizio Lupi, ha indagato Miro Fiammenghi, ex consigliere regionale della giunta Errani, la figura più umbratile di quel mondo. Per chi conosce la storia anche recente del Pd: la terza punta, insieme a Maurizio Migliavacca, del “Tortello magico” come Mario Adinolfi definì l’inner circle bersaniano degli anni della segreteria.

 

[**Video_box_2**]Renzi ha tenuto fin dall’inizio un atteggiamento prudente nelle campagne in terra emiliana, come quando ai tempi delle prime primarie, ancora sindaco di Firenze, dopo un incontro con l’ad Cimbri, lodò Unipol in un’intervista alla Nazione: “Unipol rappresenta quella parte sana del mondo cooperativo da cui forse anche noi toscani abbiamo qualcosa da imparare”. Un endorsement che fece molto scalpore allora anche perché fu presto contraccambiato da Poletti allora presidente della Legacoop, emblema dell’ortodossia cooperativa: “Renzi incentiva la partecipazione e raccoglie consensi”, dichiarò, “è un politico da prima pagina”. La definizione gli valse il ministero appena un anno dopo.

 

La storia delle cooperative rosse e delle contiguità mantiene i suoi simboli plastici le torri di Kenzo Tange, le porte attigue delle istituzioni tra via Stalingrado, via Aldo Moro e dintorni. Regione, Unipol, Legacoop, Hera, la megamunicipalizzata dei servizi voluta da Vasco Errani tuttora guidata da Tomaso Tommasi di Vignano, manager dalemiano (e prodiano) alla testa di Telecom negli anni 90 prima della scalata. A sottolineare questa dimensione “geopolitica” sono gli altri, la Cisl locale, gli ex margherita, i non diesse. Quelli con un conto aperto e una storia di minoranza, qualche figura vicina a Graziano Delrio di cui anche in loco si ammette la debolezza. “La Sicrea una piccolissima newco, conglomerati di coop, incoraggiata da Delrio è un moscerino in confronto alle aziende che fanno ancora riferimento al sistema Errani”, raccontano alla Cisl bolognese, uno dei luoghi in cui si sostiene che il vecchio sistema conservi ancora buona parte del suo potere. Qui ti raccontano che D’Alema è stato visto alla Legacoop di Bologna non più tardi di quattro mesi fa. “Non c’è appalto in Emilia che non appartenga ancora a quel mondo, dall’Ospedale di Modena al Museo Enzo Ferrari, fa ancora tutto la cooperazione, lascia alcune quote per le ditte non coop a patto di mantenere la guida”.

 

Gli uomini in effetti sono spesso gli stessi, cambiano ruoli nei consigli d’amministrazione, a volte li sommano: Adriano Turrini potente numero uno di Coop Adriatica oggi fra i protagonisti della megafusione o Pierluigi Stefanini, Gianpiero Calzolari e lo stesso Lusetti, Zucchelli e Cattabiani. Roberto Casari alla guida della Concordia da 39 anni. Vengono tutti da carriere interne alla cooperazione, rispecchiano microaree geografiche della regione e capacità di adattamento ai tempi. Molti di loro hanno storie di partito, in un mondo in cui è difficile tracciare il confine tra politica ed economia. Il collateralismo resiste in forma minore, ridotta, micro compensazioni nella crisi.

 

“Poi c’è Errani…”. Per i renziani non solo emiliani è un caso nel caso: “Renzi ha una gran simpatia” per l’ex governatore e presidente della conferenza delle regioni. L’osservazione si spinge fino all’accusa di doppiopesismo, vista la vicenda giudiziaria (Renzi telefonò a Errani in segno di solidarietà, nei giorni della condanna); si spinge fino alla categoria dell’inspiegabile e alla previsione negata e confermata, confermata e negata dalle opposte fazioni renziane, secondo la quale addirittura Renzi avrebbe pensato anche a Errani, in attesa della pronuncia della Cassazione, come successore di Maurizio Lupi. Il fatto è che Errani è stato sempre prudente nei confronti dell’ambizioso sindaco di Firenze, convinse Bersani a fare le primarie, trattò con minore rudezza sulle regole.

 

Che ci sia un riguardo, se non un patto, è evidente nella prudenza, nei mancati affondi contro quel mondo malgrado la fase di debolezza, nessun accenno alla vicenda di Fiammenghi, nessuna sottolineatura del loro grado di bersanismo. I maligni pensano che non sia riguardo, ma opportunità: meglio lasciare quel mondo, quei rapporti al loro destino, ai vecchi legami, alle loro intere responsabilità “politiche e anche penali”, sussurra qualcuno. E rinviare la conquista. Meglio nel frattempo puntare sulla diplomazia cogliendo al volo i segnali: la succitata presenza del presidente di Unipol Stefanini alla cena di finanziamento del Pd, il figlio di Adriano Turrini che elogia pubblicamente il Jobs Act contro il padre in una polemica che ha infiammato le cronache locali. Dal punto di vista del bilanciamento fra rupture e continuità, fra Ulisse e Telemaco, Guareschi e Recalcati, ça suffit.

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