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Stampa, botte, giochi e regime

Mica solo Renzi, poi. Matteo più di altri tuìttante, guizzante, pur fornito di parterre de roi cronachistica adorante. E’ un lampo, un tuìt –come la sigla di quell’antico sceneggiato  pare il modernismo renziano, “la freccia nera fischiando si scaglia”, così che plana sullo sterrato vociante di “Piazzapulita” con foga da “nera canaglia”.

27 Marzo 2015 alle 10:49

Stampa, botte, giochi e regime

Andreotti, quando gli chiedevano del bacio di Riina: “Questo suo spirito di patate non fa davvero più ridere nessuno”

Mica solo Renzi, poi. (“Sull’allergia di Renzi per i giornalisti”, Alessandra Sardoni, sul Foglio di martedì). Matteo più di altri tuìttante, guizzante, pur fornito di parterre de roi cronachistica adorante. E’ un lampo, un tuìt – come la sigla di quell’antico sceneggiato  pare il modernismo renziano, “la freccia nera fischiando si scaglia”, così che plana sullo sterrato vociante di “Piazzapulita” con foga da “nera canaglia”. Sempre, la permalosità dei politici. Spesso, la permalosità di noi giornalisti (quelli del parco giochi della politica, si capisce) – a volte gran cazzoni, lo stesso un po’ eroici piace considerarci: quasi convincendoci che lo sguardo torvo di un sottosegretario (ignoto al mondo, alla patria e alle riunioni condominiali) possa tanto minacciare la nostra libertà quanto far impallidire le libertà democratiche tutte. La politica sarà pure “l’espressione più profonda della Carità” (Giuseppe Lazzati), ma certo è parente stretta della Vanità. Perciò, tranne rarissime eccezioni, al politico piacere piace – così al giornalista non spiacere non dispiace, persino quando guccinianamente “spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato”. E’ un match che, tra studi televisivi e redazioni e Palazzo si gioca, un po’ ferma convinzione e un po’ ammuina da marina borbonica – ognuno pensando che alfiere delle meglio virtù democratiche è. Certo, ci sono stati casi deplorevoli in cui si è passati alle vie di fatto – pochi, per fortuna, ma qualche ceffone è volato: solo cronaca, ormai per fortuna avvolta nel mito. Come quando nell’87 il capogruppo missino Alfredo Pazzaglia mollò un paio di ceffoni, causa articolo sgradito, all’allora cronista del Giornale, Antonio Tajani, poi felicissimo commissario europeo. “Di pezzi di merda ne ho visti tanti, ma come te nessuno!” (così, dal resoconto di Repubblica), urlò, prima di passare alle vie di fatto. Si fece sotto, a difesa, il vicepresidente della Camera, Alfredo Biondi: “Caro Pazzaglia, la stampa non si tratta così”. E nel ’96, replica, sempre nel Transatlantico e sempre con un cronista del Giornale, stavolta Giancarlo Perna. Stavolto fu Teodoro Buontempo, mitico (e di solito simpaticissimo) “er Pecora” a farsi sotto. (Dalla vivida cronaca del Corriere della Sera: l’on. al giornalista: “Sei un verme, sei un essere spregevole con cui io non ho mai parlato. Ti alzi la mattina solo per fare del male. Sei un killer”. Il giornalista agli altri cronisti: “Me lo sono visto davanti, mi ha afferrato, poi, mentre mi urlava insulti, ho sentito il suo pugno nello stomaco. Non ho reagito affinché risultasse chiaro che si trattava di una aggressione a freddo”. L’on. agli altri cronisti: “Non è stata un’aggressione, ma una reazione a base di insulti contro una persona con cui non ho parlato e che mi attribuisce una frase contro la Mussolini”. Luciano Violante, allora presidente: “Inqualificabile, perché non bisogna mai passare all’uso della violenza”).

 

Per fortuna, il resto è quasi sempre solo chiacchiere. Battute. Irritazioni – raramente la polemica raggiunge le vette raffinate del polemico carteggio tra Palmiro Togliatti e il giornalista Vittorio Gorresio intorno all’esatta grafia di un sonetto di Guido Cavalcanti – “Ella sen viene come Amore…”. Lo stesso Togliatti, peraltro, quando sulla rivista della sua Fgci apparve una vignetta con una ragazza procace, dal voluminoso didietro coperto da un costume lacerato, insieme alla battutaccia: “Signorina, ha un buco nel sedere?”, prese carta e penna e scrisse al giovane Berlinguer, a giornalistica censura: “Non credi che sarebbe meglio sopprimere un giornale che pubblica queste sconcezze?”. Dell’epica dalemiana sono state riempite pagine e trasmissioni e pensosi seminari – dalle “cazzate” al giornalismo nostrano imputate alle “iene dattilografe” ai fogliacci da lasciare in edicola – con momenti di puro surrealismo: “Onorevole, posso farle una domanda?”. “L’ha già fatta”. Oppure (con Mario Calabresi, allora all’Ansa; luogo: ascensore della Camera dei deputati): “Presidente, posso farle una domanda?”. “No”. “Perché?”. “Perché qualsiasi domanda sarebbe sbagliata”. “Posso almeno salire con lei sull’ascensore?”. “Siamo in Europa, c’è la libera circolazione delle persone…”. A Giampaolo Pansa: “Si fa leggere sempre, ma ha un solo difetto: non capisce un cazzo di politica”. Sia pure detto che, nei giorni di gloria, una dalemata tra capo e collo certi   dispiaceva, ma altri gratificava: come medaglia al valore, come riconoscimento del leader. Scena due: solito Transatlantico, solito D’Alema che fa solita, diciamo spiegazione, al solito gruppo di cronisti che al solito lo circonda. E quelli, manco una piega – e poi, perché?  Pochi metri dietro, il suo amico Fabio Mussi scuote la testa – non su D’Alema, sui giornalisti: “Eppure è chiaro, tutto è già stato analizzato nei libri di Leopold von Sacher-Masoch…”. Il carattere, a volte frega – e nei corsi e ricorsi che per quasi trent’anni dentro la sinistra sono stati Veltroni e D’Alema, uno passava il piumino sull’incarnato dei cronisti, l’altro la carta vetrata. Craxi, pure, era tipo da ricorrere alla ferramenta. “Sa cosa scrisse Garibaldi – chiese un giorno a Guido Quaranta, mitologico cronista dell’Espresso – a un suo amico? Mio caro, ti confesso che sto proprio per rompermi i coglioni. Bene, anch’io adesso sto per rompermi i coglioni. Capito?”.

 

I coglioni dei politici, peraltro, da sempre rappresentano un ambito di particolare sensibilità.  “Guardi, senta: vada a rompere i coglioni a un altro!”, la famosa esortazione rivolta dal democristiano Remo Gaspari al portalettere/cronista Piero Chiambretti, in pieno video. I loro – ma ben conoscono anche la sensibilità di quelli altrui. Vittorio Sbardella, che fu lo Squalo andreottiano di Roma, con larga risata cacciava il sigaro toscano tra i denti, e fulminava con una battutaccia allegra e sfrontata il cronista dell’Unità: “Aho, attento a quello che scrivi, che te metto ’na bomba sotto i coglioni!”. L’ultima volta, poco prima che morisse, già malato e in ombra, lo stesso cronista accolse (solo con faticoso sorriso, stavolta, ma guizzo ironico), allungando un bicchiere di succo d’arancia: “A Dimichè, e nun fa pure stavolta er solito articolo del cazzo sul boxeur, sul fascista!”. A battere sui tappeti del Transatlantico, a star stravaccati sui divani di Montecitorio e Senato, ognuno ha raccattato la battuta, l’ammonimento, lo sberleffo dei politici – del cialtrone, della mezza sega, del leader. C’è Antonio Gava, capo dei dorotei, che avanza poggiandosi a un bastone verso l’ascensore. E’ il momento di passaggio tra il VI e il VII governo Andreotti. L’assemblea dei senatori democristiani è appena terminata: hanno deciso che a Cossiga, al Quirinale, porteranno la candidatura secca di Giulio Andreotti, non la rosa di nomi di cui si mormorava. Gava non ha voglia di parlare. “Senatore Gava, allora Andreotti secco?”. Il capo doroteo si ferma di colpo, un piede già dentro l’ascensore. Torna indietro, lentamente, punta il dito sul petto del cronista: “Guagliò, statte accorto, queste so’ battute pericolose assai!”. Poi torna sui suoi passi, entra nell’ascensore, e sparisce – e si rimane lì, col taccuino in mano, perfettamente coglionati. Una notte, nel piccolo paese di Ferentino, in Ciociaria, primi anni Novanta. Andreotti ha da poco ricevuto l’avviso di garanzia da Palermo, la storia del bacio a Riina impazza sui giornali. Lui è salito fin quassù, nientemeno, per (ri)mettere in scena lo scontro tra Sciarra Colonna e Bonifacio VIII – finito col famoso schiaffo del nobile al successore di Celestino V, in quel di Anagni. Alla fine, Andreotti riesce a dimostrare che il famoso schiaffo non c’è mai stato. “Lo schiaffo no, vabbè. E il bacio, presidente?”. Si volta, un cucchiaio di pasta e fagioli di mezzanotte in mano (“daje, preside’, sennò se scoce!”), mette a fuoco il cronista, ha una smorfia di compatimento: “Senta, questo suo spirito di patate non fa davvero più ridere nessuno”. E torna verso il coccio fumante, dentro la notte ciociara.

 

I democristiani soprattutto – altro che le smargiassate grilline, col “giornalista del giorno” messo a pupazzetto sul blog, o i teatrini berlusconiani del “mi sembra che lei non sia una giornalista ma un’agit prop!”, rivolto a Giovanna Pajetta del Manifesto (anno 1994), o “prego, signora del Soviet”, dieci anni dopo, a Mariella Venditti del Tg3 (poi il Cav. si corresse: “La mia era solo attenzione affettuosa”). Ecco, soprattutto i democristiani avevano immutabile il loro stile (persino quando si raccontava del sottosegretario che cercò di infilare un dito nell’occhio del solito Quaranta, detto pure “Supposta” causa capacità d’intrusione) – qualcosa che scintillava in silenzio, sotto il pelo dell’acqua, come un luccio: mai proclamato, mai urlato. Amintore Fanfani, nel ’71  presidente del Senato e aspirante al Quirinale, alla buvette di Montecitorio affrontò il grande Gorresio, accusandolo di non dire tutta la verità. “Il fatto è che gli articoli li tagliano i suoi padroni”, disse. Gorresio: “No, senatore, a me nessuno”. E il giorno dopo, sulla Stampa, annotò come “il linguaggio del senatore Fanfani non si addice a un Presidente, anche solo del Senato” – e non pochi pensarono che pure quella nota servì a sbarrare all’impetuoso aretino il passo verso il Colle. Di solito, però, procedevano in modo diverso. Ciriaco De Mita, per dire, dai giornalisti poco si aspettava, “quando una cosa complessa appare semplice non vuol dire che l’hai capita, ma solo che l’hai semplificata” – pur se speranzoso mai abbandonava la possibilità che il miracolo avvenisse. Sottobraccio, ti accompagnava su e giù per il Transatlantico: “Dimichè, io provo a formulare un ragionamento politico, ma non so se tu sei in grado di comprenderlo…”. Sosta, occhiata rapida all’interlocutore non troppo affidabile dal punto di vista della rapidità di pensiero, sguardo infine rassegnato: “Mah, non credo…  ne dubito molto…”. Persino in occasione delle festività, i suoi biglietti augurali lasciavano trasparire la mai sopita aspettativa: “Un Natale sereno per valutazioni più serene”. Fenomenale fu Arnaldo Forlani – sempre gentilissimo, sempre coi giornalisti si fermava, sempre garbatamente pareva concedersi. Di chiacchiere ti sommergeva –  pagine e pagine di appunti, e solo aria restava tra le dita. Un cronista, a un certo punto: “Scusi, presidente, ma è venti minuti che parla e non ci ha detto niente!”. Il leader democristiano si fermò di colpo, mise una mano sul braccio dell’impaziente e sfoggiò il suo massimo sorriso: “Ah, sapessi carissimo, io potrei andare avanti così per delle ore!”.

 

[**Video_box_2**]Ma soprattutto Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Dc in dissoluzione. Il più strano e curioso democristiano mai apparso lì a Piazza del Gesù – quando Piazza del Gesù significava qualcosa. Colto, disilluso ma appassionato, civile e curioso, “complesso, non complicato”. Borgesiano e manzoniano. Eravamo ben pochi ad amarlo – uno sparuto gruppetto di giornalisti parlamentari, i membri si contavano sulle dita di una mano, che aveva dato vita alla surreale e segreta associazione “Amici di M. Martinazzoli”. E’ una sera ventosa e gelida di gennaio, i fuochi di Tangentopoli ardono tutti intorno al vecchio fortino democristiano ormai quasi abbandonato, l’incendio sta per divorare tutto. Polvere, corridoi vuoti, carte ammucchiate in disordine. I cronisti aspettano Martinazzoli nel cortile di Palazzo Cenci-Bolognetti – urlano domande, chiedono della Dc che agonizza. “Muore? Muore?”. Quasi urla, Martinazzoli, li allontana e si allontana furioso, sale con la faccia stanca le scale che portano al suo ufficio. “Ma segretario, ha cacciato a malo modo i giornalisti…”. Lui è dietro la scrivania, nel palazzo che nel buio pare un guscio vuoto, scarnificato. Accende una Muratti, fissa il fumo che sale, poi formula la più strepitosa epigrafe sulla nostra professione: “Mah, i giornalisti… Vede, sono strani esseri che ti fermano in mezzo alla strada per chiederti risposte a domande che non ti fai”. Rispose per iscritto, nel saggio intitolato “Il cielo di Austerlitz”, a “un notista politico de ‘Il Giornale nuovo’” che lo aveva accusato (in una pagina in cui “non c’era, per quel che mi riguarda, una sola circostanza vera. Neanche per caso”) di essere “uno degli uomini più oscuri del secolo”. Certo, cronaca e linguaggio di Martinazzoli forse non andavano troppo d’accordo – ma casomai, il limite era della cronaca. Puntò lo sguardo acceso, l’ultimo capo democristiano: “Occorrono, a quanto pare, cultura e informazione sui ritmi dei commessi viaggiatori o per la sapienza a dispense, o più semplicemente, per la felicità dei cretini veloci” – senza nemmeno avere idea di cosa ci sarebbe stata necessità in seguito. Caparbiamente rifiutando l’invito di Michele Santoro a partecipare alla sua trasmissione di allora (siamo nel ’94), spiegò con feroce, irraggiungibile ironia: “Io non vado in quella fumeria d’oppio”.

 

Vil razza dannata, i giornalisti – per vastissima platea. L’altro giorno persino la signorina Barbara Guerra ci sfotteva via tuìt (“#giornalisti nn avete niente di più interessante da scrivere! messi male!”). E per dire, a voler andare oltre (parecchio oltre) la presa per il culo attraversa i secoli e menti parecchio (ma tantissimo, tantissimo) più eccelse di quelle quotidiane, da Mark Twain a Oscar Wilde a Karl Kraus – geni su cui si tenderebbe a fare affidamento. Compagni di pascolo di deputati e senatori e leader e sottoleader, e sempre uno scartino politico addosso, spesso lo stesso ruminare, un riconoscersi e una messa in scena – politico di scarso merito che pensa di sfiorare la vetta, cronista di scarsa fantasia ed eccesso di autoconsiderazione che la vetta pensa di conoscere già prima degli altri (“che noia, che barba!”). Ogni tanto qualcuno pensa di cacciarli fuori, come ambulanti di borsette taroccate, piazzisti di cidì fasulli: lo propose impetuoso Marco Pannella oltre vent’anni fa (“Il Transatlantico va chiuso alla stampa”), ci hanno riprovato i grillini, ispirati, fecero sapere, pensa tu, al modello francese – timori, forse, alla Edith Piaf, “les chasseurs à ma porte / comme des petits soldats / qui veulent me prendre”. Ma lì stanno/stiamo: stesso pascolo, stessa biada, stessi supplì alla buvette. Ci si conosce tutti. Ognuno specchio dell’altro, e lo spavento maggiore è proprio non riconoscersi fissando lo specchio – ma qui riecco Borges, e senza Martinazzoli forse non è il caso.

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