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Casa Landini

Erano mesi che diceva e non diceva, Maurizio Landini, leader Fiom sempre sulla soglia mobile dell’ingresso-non ingresso in politica. Poi finalmente, sabato scorso, ha detto: “Coalizione sociale”. Telenovela con Camusso, e fuoco amico da Sel e dem antirenziani

18 Marzo 2015 alle 19:48

Casa Landini

Maurizio Landini (foto LaPresse)

Erano mesi che diceva e non diceva, Maurizio Landini, leader Fiom sempre sulla soglia mobile dell’ingresso-non ingresso in politica. Poi finalmente, sabato scorso, ha detto: “Coalizione sociale”, coalizione con i cosiddetti “movimenti”, e se chiarezza non c’è stata del tutto (un vero “entro in politica” non s’è sentito), tuttavia qualche indizio s’è potuto trovare (“la politica non è proprietà privata”, è stato il segnale landiniano della rottura d’ogni indugio). Tanto che, da quel momento, con la casa-madre Cgil è stata infinita telenovela: ecco Susanna Camusso che fa capire di non essere proprio per la quale (“Landini non può stravolgere la natura della confederazione”), ecco Landini rispondere piccato (“la Cgil si schieri con la coalizione sociale”). E poi ancora riecco Camusso che “gela Landini” (titolo di ieri su Repubblica) e, sul Corriere della Sera, manda a dire che “la scelta di Landini indebolisce i lavoratori”.

 

Ma a forza di dire e non dire, e a forza di scontrarsi e non scontrarsi con Camusso (sulla natura della piazza, sulla natura del sindacato, sull’allargamento delle lotte “per i diritti”), capita ciò che ai fan del Landini capopopolo (in area MicroMega, in area Fatto, in area “intellò” in cerca di autore) non farà piacere: a Landini non viene meno soltanto la sponsorship Cgil – persino sulla manifestazione Fiom del 28 marzo, cui la Cgil partecipa obtorto collo – bensì la sponsorship presunta di tutto un mondo anti-renziano che, sulla carta, doveva correre tra le braccia del leader Fiom. E invece. Invece ieri, dopo il solito battibecco con Camusso, che ora vuole un impegno scritto a “non fare politica” (Landini risponde “non se ne parla”), sono giunte le sdegnose parole di Sel (“Landini non sarà mai il nostro candidato premier”, ha detto il deputato Nicola Fratoianni) e la presa di distanza dei bersaniani (“niente da spartire con Maurizio”, dice Nico Stumpo). E insomma: uno ci mette quasi un anno a decidersi, rischia l’effetto Monti (o Montezemolo), e alla fine che cosa ottiene? Di ritrovarsi non un Landini osannato come prima della discesa in campo (tanto cosa costava?), bensì un Landini solo soletto sulla riva del fiume (con il “Cinese” Sergio Cofferati a dargli man forte dal manifesto).

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