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Giovedì, Grasso?

Sussulti nazarenici sui nomi per la Consulta, ma sarà una roulette

Il Parlamento è in cerca di un sostituto di Mattarella e d’un membro in quota FI. Occhio alla presidenza del Senato… Battiquorum berlusconiani.

13 Marzo 2015 alle 06:14

Sussulti nazarenici sui nomi per la Consulta, ma sarà una roulette

L’argomento è affrontato per ora a colpi di premesse. In zona Pd “è prematuro”, “abbiamo già tanti problemi in casa”; in zona Forza Italia idem, ma con diverso argomento: “Fino a ieri eravamo concentrati solo su Cassazione e processo Ruby”. Fatto sta che giovedì prossimo, 19 marzo, il Parlamento tornerà a riunirsi in seduta comune in vista dell’elezione del successore di Sergio Mattarella alla Corte costituzionale e del membro in quota Forza Italia, casella vacante da mesi dopo molti tentativi, tutti falliti a causa delle divisioni interne, mentre Pd e M5s chiudevano l’accordo che portò Silvana Sciarra (Pd) alla Consulta e Alessio Zaccaria (M5s) al Csm. Poltrone importanti quelle dei due giudici mancanti, per durata dell’incarico (molto più di una legislatura) e potere (la supplenza della Corte è ormai questione scientifica, tra pareri preventivi sull’Italicum e interpretazione autentica della Severino, solo per fare gli esempi più ovvi). Dunque si riaprono molti giochi e fra questi giochi la possibilità di un Nazareno 2.0 collegato al grado di preoccupazione di Renzi per il destino parlamentare delle riforme. Puntuale è tornata a circolare la voce di una moral suasion renziana su Pietro Grasso, con l’offerta di uno scranno alla Consulta per nove anni, mentre il Senato va dissolvendosi da se stesso e molte ricandidature sono quanto mai a rischio. La disponibilità della poltrona di presidente del Senato sarebbe a quel punto, secondo le medesime fonti, non per il Pd, ma per Forza Italia, ala pro Nazareno: Paolo Romani o Anna Maria Bernini.

 

Un senatore del Pd spiega al Foglio che la voce “ha un senso sul lato di Grasso, nel senso che vista la portata della battaglia sulle riforme, soprattutto se la minoranza dovesse riuscire a far approvare una qualche modifica alla Camera, sarebbe molto importante per Renzi poter contare su una presidenza del Senato affine. Preferirebbe cambiare. Stessa logica per l’ipotesi, sussurrata al Corriere, di una candidatura della Boldrini a sindaco di Milano”. Costituzionalisti d’area ritengono impraticabile l’ipotesi Grasso: perché mai dovrebbe farsi da parte quando altre finestre per andare alla Corte sono destinate ad aprirsi? A luglio “scade” infatti un altro giudice costituzionale, Paolo Maria Napolitano che all’epoca della sua elezione, nel 2006, era in quota Gianfranco Fini. Una circostanza (da aggiungersi alle regionali) che spinge a rinviare all’estate la partita aggiungendo una casella alle due di cui sopra e ampliando gli spazi di manovra. “Sarebbe una vergogna se Grasso abbandonasse il Senato anticipatamente e nemmeno per fare il presidente della Corte”, va giù duro Maurizio Gasparri.

 

Forse per questa ragione nel Pd circolano anche altre ipotesi: la speranza, finora mal riposta, di Luciano Violante e le ambizioni di Anna Finocchiaro, un’ipotesi finora esclusa per una questione di titoli mancanti che tuttavia pare vada riaprendosi a vantaggio dell’interessata. “Era controversa”, si sussurra tra Camera e Senato, con la postilla: “Conviene a Renzi rinunciare alla Finocchiaro presidente della commissione Affari costituzionali? Si è rivelata molto fedele e leale a Maria Elena Boschi, oltre che esperta”, osservano in tanti. In Forza Italia i pro Nazareno ritengono possibile uno scambio, gli anti Nazareno la definiscono “fantascienza”. Così tutti, a destra e a sinistra, ritengono che di votazioni se ne vedranno molte perché il quorum richiesto è altissimo, oltre 700 voti per i primi tre scrutini, poi 570 per i successivi (molto più della maggioranza assoluta sufficiente a eleggere il presidente della Repubblica). Si tratta di numeri impraticabili in un Parlamento balcanizzato, è la considerazione unanime. In questo caso oltretutto i quorum di partenza sono diversi perché Forza Italia, dopo aver bruciato quattro candidati (Antonio Catricalà, Donato Bruno, Ignazio Caramazza, Stefania Bariatti), riparte dal ventiduesimo scrutinio, dunque da 570, mentre il candidato del Pd riparte da zero cioè dagli oltre 700 voti. “Si dovranno prima riallineare i quorum”, spiega un esponente del Pd esperto della materia. Mentre i forzisti sono percorsi da un brivido: “Non è che Renzi ci ruba il nostro quorum e fa eleggere con quello più basso il nome del Pd?”, chiedeva a se stesso un senatore diffidente.

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