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Storie di puttane e mutande

Mettersi il rossetto, andare in piazza con gli amici e la moglie, dirgliene di tutti i colori, anche cantando il Rigoletto, alla Boccassini e al collegio giudicante: perché? Come e perché reagimmo alla paparazzata di stato. In difesa di un diritto sacrosanto: la privacy.

12 Marzo 2015 alle 06:18

Storie di puttane e mutande

La manifestazione del 2013 a piazza Farnese

Berlusconi ti voglio bene, alla Benigni, era il sottotitolo della manifestazione “siamo tutti puttane”, messa in scena subito dopo la condanna a sette e più anni di reclusione dell’ex presidente del Consiglio. Mettersi il rossetto, andare in piazza con gli amici e la moglie, dirgliene di tutti i colori, anche cantando il Rigoletto, alla Boccassini e al collegio giudicante: perché? Bè, uno è disposto anche a sputtanarsi di brutto se debba difendere un’amicizia e il senso più profondo di vent’anni di incantamento che stavano sfociando in un incubo persecutorio da “comune senso del pudore”. Il Cav. ama le combriccole, le feste, le ragazze, e saranno fatti suoi. Non è che un ruolo pubblico ti obblighi a giocare a canasta con le coetanee. Chi mai l’ha detto? Dove sta scritto? Questo è il paese degli amorini, dei cherubini, dei Leporello, dei Don Pasquale. Perché pm e stampa amica perseguitano, mascherandole da indagini e da inchieste, un  imprenditore di Milano venuto a miracol mostrare, che non ha mai nascosto il suo status di privato in politica e per questo ha ottenuto tanto consenso?

 

 

“Poche attività sono più disgustose del ricatto fondato su immagini private rubate o estorte”, scriveva ieri su Repubblica Michele Serra. E il suo giornale titolava: LA CASSAZIONE SALVA BERLUSCONI. “Nessuno merita di dover pagare fior di quattrini per evitare di essere sputtanato”, aggiungeva l’umoralista di Rep., e menzionava il film tedesco Le vite degli altri, memorabile, “che introduceva nel meccanismo dello spionaggio lo scrupolo del sorvegliante e infine la sua crisi morale; a furia di spiare ‘le vite degli altri’ finiva per sentirsene partecipe e responsabile”. Ma l’umoralista non si riferiva all’intraprendenza origliatoria e spionistica dei pm extra o metagiuridici, si riferiva ai paparazzi troppo disinvolti. Non si riferiva a una campagna di ricatto politico del capo del governo italiano, che ha fatto epoca in Europa e nel mondo, ma ad altri ricatti da società incivile. Era giustamente preoccupato per Lapo Elkann, ma solo per lui. Per gli altri paparazzati dalla giustizia guardona anatema, dimissioni e gogna eterna nel silenzio dei presentabili, dei buoni, dei diversi antropologicamente, dei sobri.

 

 

**Video_box_2**]A parte che la storiella della nipote di Mubarak era degna del miglior Totò, e chi non possiede il sense of humour peste lo colga; c’era poi quel contenuto della libertà minore in apparenza, e non risonante, non pomposo, da difendere con unghie e denti e rossetto: la privacy. Orde di talebane erano scese in piazza contro l’Orco o il Drago,  per la consegna all’ammasso di un femminismo cialtrone, quello del senonoraquandismo, che umiliava le donne, le ragazze e il sesso con tutte le sue “furbizie orientali”, come direbbe la Paparazza in capo. Il sapore retrogrado, bolso e antigiuridico di quella sentenza, quale che fosse il giudizio del popolo sovrano sulle feste di Arcore, era impalatabile per noi libertini e sessantottini capaci di indossare perfino il loden. Ilda la Rossa ci aveva messo in  mutande, per via della irosa e tronfia persecuzione di cui il Cav. era vittima: ecco una bandiera. 

 

 

 

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