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#labuonascuola. E la meritocrazia è cattiva?

La riforma della scuola all’insegna del merito (per i docenti) e di una nuova didattica (per gli studenti), nonché dell’impegno a rendere le strutture più sicure e decorose (per tutti) era stato il primo impegno di Matteo Renzi, il suo biglietto da visita, un punto d’onore.

12 Marzo 2015 alle 20:20

#labuonascuola. E la meritocrazia è cattiva?

Matteo Renzi (foto LaPresse)

La riforma della scuola all’insegna del merito (per i docenti) e di una nuova didattica (per gli studenti), nonché dell’impegno a rendere le strutture più sicure e decorose (per tutti) era stato il primo impegno di Matteo Renzi, il suo biglietto da visita, un punto d’onore. Ebbene, rischia di fare una fine non diversa da tutte le precedenti riforme, partite tra squilli di tromba e finite nel ginepraio delle imbarcate di precari e degli scatti automatici. Dal disegno di legge di riforma della scuola, esposto da Renzi mentre questo giornale andava in stampa, escono ridimensionati, come da attese, sia gli aumenti retributivi solo per merito (ma con totale autonomia per gli istituti nell’applicarli) sia le assunzioni solo per concorso; restano gli scatti di anzianità e l’ingresso di 100 mila insegnanti in massima parte iscritti a liste di precari, in minima parte vincitori del concorso bandito nel 2012 dal governo Monti.

 

Unica differenza rispetto alle pressioni di ministri e sindacalisti, l’esclusione per ora dei precari dalle liste di istituto, per i quali c’è comunque il contratto a termine e la promessa di una corsia preferenziale nel prossimo concorso. Insomma l’asticella della meritocrazia resta al livello dove Renzi l’ha trovata, promettendo di alzarla per sempre: livello basso. Ancora di più, si continua a guardare prima al personale, e solo in seconda o terza battuta alla qualità didattica, invertendo l’ordine dei fattori. Una debolezza colta al volo dalla Cisl che chiede di riaprire i tavoli concertativi. In questo modo se ne andranno gran parte delle risorse ma soprattutto se ne andrà la credibilità. I prossimi concorsi (basati sul merito, ovvio) sono promessi dal 2016, ogni tre anni: crederci è però un atto di fede.

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