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Gli Inquisitori ai giardinetti

Da Ingroia a Boccassini, e non solo. l’inizio del declino di inquirenti che hanno infestato i processi con teoremi, abusi, protagonismi e turbo-carriere, dediti alle prime pagine e ai talk-show più che alla giustizia - di Renzo Rosati

12 Marzo 2015 alle 11:29

Gli Inquisitori ai giardinetti

Foto LaPresse

E  ci mancavano l’Innominato e il Nibbio evocati dal procuratore generale della Cassazione per indicare il Cav. e il suo caposcorta. Che nel luogo della magistratura “suprema”, dove si giudica sulle carte e sul diritto, l’inquisitore massimo – il quale, ordinamento alla mano, esprime i propri pareri “nel solo interesse della legge” ed è per questo titolato a inaugurare l’Anno giudiziario – che insomma proprio lui vagasse tra “Promessi sposi” e reminescenze pop-brigatiste (“Una geometrica potenza ghiacciò il cuore e la mente…”), questo lo dobbiamo al dottor Eduardo Scardaccione nell’udienza che ha definitivamente assolto Silvio Berlusconi per il caso Ruby. Sarà la massima maturazione e quindi l’inizio del declino di inquirenti che hanno infestato i processi con teoremi, abusi, protagonismi e turbo-carriere, dediti alle prime pagine e ai talk-show più che alla giustizia?

 

Antonio Ingroia, che si inventò il megaprocesso sulla trattativa stato-mafia, e in compagnia di giro con Massimo Ciancimino ispirò le docu-fiction di Travaglio & Santoro, ora non se la passa troppo bene: fallita la candidatura a premier, messo a riposo dal Csm (raro caso), riparato in Guatemala con un improbabile incarico Onu, Ingroia è a sua volta indagato. Una stellare supercazzola giudiziaria, però con spese immani tra intercettazioni, esumazioni, morti di crepacuore su fino al Quirinale.

 

Per non parlare di Henry John Woodcock, ideatore di “Vipgate”, “Savoiagate”, “Vallettopoli”, “P4”, la gran parte archiviata per infondatezza; Woodcock è tuttora sostituto a Napoli dove, per non sbagliare, ha messo sotto indagine Berlusconi. Lì è sindaco il suo gemello giudiziario Luigi De Magistris: inchieste tipo “Poseidone” e “Why Not” (sua spalla l’esperto informatico Gioacchino Genchi, 350 mila tra intercettazioni e tabulati telefonici), l’indimenticabile soprannome di “Giggino ’a manetta”, la creazione del movimento “Ammazzateci tutti”. A paragone una come Ilda Boccassini è di altro livello. Il Foglio ha ricordato la perfetta operazione con la quale, procuratrice antimafia a Milano, ha messo le mani sul “Rubygate”. Ma anche a Ilda è slittata la frizione: passi per l’“astuzia levantina” con la quale liquidò la deposizione della giovane marocchina, bisognerebbe invece tornare al teste Omega, cioè a Stefania Ariosto, l’arma boccassiniana di fine mondo dei tre grandi processi anti Cav. degli anni Novanta, con i verbali su corruttivi vassoi di mazzette nei circoli sul Tevere, il tutto finito tra proscioglimenti e miserie personali della supertestimone. Ora per carità: le aule dei tribunali sono (anche) il luogo della retorica e degli eccessi, da Perry Mason in poi. Lì però c’è poi un giudice che chiama le parti al banco e intima di non far perdere tempo alla corte e soldi ai contribuenti. Qui il Corriere della Sera si rammarica perché “la Cassazione suona la campana per chi da un processo pretenderebbe la risposta più conforme alle aspettative politico-sociali”. Aspettative politico-sociali?

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