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Gli avvocati del diavolo. Coppi libro e fioretto, Ghedini manganello perfetto

L’uno è l’avvocato che incute rispetto persino nei giudici, il professore conosciuto all’estero, il difensore vincente di Giulio Andreotti e da oggi anche l’avvocato dell’assoluzione nel processo Ruby; l’altro è invece il più giovane e aggressivo avvocato veneto che dal 2001 difende Berlusconi, il regista della dilazione giudiziaria.

12 Marzo 2015 alle 06:12

Gli avvocati del diavolo. Coppi libro e fioretto, Ghedini manganello perfetto

Gli avvocati di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Franco Coppi (foto LaPresse)

In Cassazione ha vinto Coppi, dunque ha perso Ghedini. O forse Ghedini è il complemento di Coppi e dunque hanno torto i vecchi amici del Cavaliere, quelli come Fabrizio Cicchitto, quelli che dicono: “Silvio avrebbe dovuto cambiare avvocato già dieci anni fa”. L’uno è l’avvocato che incute rispetto persino nei giudici, il professore conosciuto all’estero, il difensore vincente di Giulio Andreotti e da oggi anche l’avvocato dell’assoluzione nel processo Ruby; l’altro è invece il più giovane e aggressivo avvocato veneto che dal 2001 difende Berlusconi, il regista della dilazione giudiziaria, l’uomo che per il suo assistito ha centrato più prescrizioni che assoluzioni, più presenze televisive (“ma va là”) che sconti di pena, colui il quale insomma, divenuto parlamentare, ha scalato nel tempo la classifica dei paperoni di Montecitorio mentre il suo assistito decadeva dal rango di senatore.

 

E infatti dicono che Ghedini non abbia gli strumenti tecnici per eguagliare Coppi, ma dicono pure che Coppi non avrebbe il fisico e le energie per fare quello che fa Ghedini: “Nel nostro lavoro il novantanove per cento è sudore, l’un per cento è abilità”, è la sua filosofia. E mentre Coppi cerca errori e inconcludenze, avanza nei meandri delle norme alla ricerca d’oscuri dettagli che celino il fallimento del diritto perché, come diceva Manzoni, “a saper bene maneggiare le gride nessuno è reo e nessuno è innocente”, e insomma mentre Coppi illumina con la scienza tutte quelle cose che tecnicamente si chiamano “vizio di forma”, Ghedini, onorevole e avvocato, da quindici anni sussurra ai legislatori del suo partito, “ci sono parlamentari che vedono il loro mandato come la prosecuzione della parcella”, disse malevolmente Violante: c’è un codicillo di qua e una Cirami di là, una Cirielli su e un legittimo sospetto giù, un falso in bilancio qui e un lodo Alfano lì, come nella canzone magica di Walt Disney: “Un più o un men / vuoto o pien / questo il mondo fa girar”.

 

Tutta una ginnastica dai risultati, per la verità, non sempre corrispondenti agli sforzi, ma d’innegabile e muscolosa energia creativa: chi è stato il teorico del muro contro muro con i magistrati, chi ha davvero organizzato le manifestazioni di fronte ai tribunali, chi ha consigliato deputati e senatori delle commissioni Giustizia? E Berlusconi se l’è infatti scelto con il lanternino il suo Ghedini, e lo ha trasformato, plasmato, arricchito, fino a diventare una cosa sola con il suo difensore, il depositario dei segreti, forse il più intimo dei cortigiani di Arcore. Dunque è vero, il Cavaliere ha voluto Coppi perché è il migliore, perché gli serviva un esperto di “diritto” e non di “storto”, uno che vincesse in Appello e in Cassazione. Ma forse il Cavaliere ha voluto il doppiopetto del grande avvocato perché solo la sopraffina tecnica del professor Coppi è in realtà la prosecuzione con altri mezzi del manganello dell’avvocato Ghedini. L’uno occulta l’altro, e solo insieme risultano letali.

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