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Ruby, Berlusconi, l'assoluzione

L'imbarazzo del pornogiornalismo chiodato è tutto in un verbo usato al posto di un altro. Titolo a cinque colonne di Repubblica, severo, accigliato, rattristato, disperato: "La Cassazione salva Berlusconi". Salva, non assolve.

11 Marzo 2015 alle 10:17

Ruby, Berlusconi, l'assoluzione

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

L'imbarazzo del pornogiornalismo chiodato è tutto in un verbo usato al posto di un altro. Titolo a cinque colonne di Repubblica, severo, accigliato, rattristato, disperato: "La Cassazione salva Berlusconi". Salva, non assolve. Salva perché è dura riconoscere, non solo per Repubblica ma per tutto il codazzo cieco e manettaro che da cinque anni segue in modo pruriginoso l'inchiesta sul bunga bunga berlusconiano, che la conferma in Cassazione sul caso Ruby equivale a una condanna definitiva per tutti quelli che dal 2010 provano a spacciare un'inchiesta sulla morale berlusconiana per un reato, e per tutti quelli che, come ha scritto magistralmente sul nostro giornale due giorni fa Luciano Violante, confondono il codice morale con il codice penale.

 

La notizia è che il reato di cena elegante non è ancora stato inserito nel codice penale, che la furbizia orientale non è ancora un capo di imputazione sufficiente per mandare qualcuno in galera, che giocare con i reati, aggravarli, renderli più severi solo per poter giocare meglio e più a lungo con le intercettazioni alla fine aiuta solo a produrre molte indignate inchieste dei giornali assetati di carte giudiziarie e che persino alla procura di Milano può accadere che inchieste costruite sul nulla si concludano con un nulla di fatto. Sui dettagli dell'assoluzione torneremo più avanti, ma per noi che anni fa andammo in piazza giocando con il nostro "siamo tutti puttane" e manifestando contro una campagna giornalistico-giudiziaria costruita sulla fuffa, sul pregiudizio, sul codice etico e a volte anche sul codice estetico, ciò che impressiona è quello che resterà di questa inchiesta, quello che non si potrà cancellare e quello che coincide con la conseguenza del processo mediatico. Fango su fango senza che sia prevista dalla legge un'impresa di pulizia etica pronta a condannare chi ha giocato con il ventilatore, con le dieci mille domande e chi ha utilizzato tonnellate di intercettazioni per fare quello che ai tempi, nel 2010, la politica non riusciva a fare: sconfiggere Berlusconi.

 

[**Video_box_2**]E dunque, sì, si capisce l'imbarazzo delle corazzate del moralismo chiodato, e si capisce, e ha persino ragione, che nelle cronache di oggi si leggano cose così. "L'Italia - scrive a ragione Piero Colaprico su Rep - continuerà a essere divisa tra innocentisti e colpevolisti". Ed è vero,è naturale: nell'Italia del processo mediatico le sentenze che contano sono quelle raccontate più dai giornalisti che dai giudici. Lo sappiamo. Ma rispetto al passato, dopo anni di ventilatore, forse c'è una novità. A forza di spacciare il fango per cioccolata alla fine anche i lettori più testardi si stanno convincendo, forse, che il fango è fango, e che la cioccolata, con il processo mediatico, semplicemente non c'entra nulla. Berlusconi forse si sarà "salvato". Ma se c'è qualcuno che non si salva è proprio chi negli ultimi cinque anni ha confuso il fango con il cacao.

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