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La guerra del soldato Tosi

Amato da salotti televisivi radical chic perché antepone il ragionamento agli slogan, diversamente leghista, eternamente sospettato di tradimento, testardo, marcatore indefesso del territorio. Cosa ne sarà del sindaco di Verona.

11 Marzo 2015 alle 17:38

La guerra del soldato Tosi

Flavio Tosi, sindaco di Verona (foto LaPresse)

Milano. Questa volta non c’è stato bisogno della grottesca messinscena della notte delle scope. Nessuno psicodramma collettivo, come quello avvenuto a Bergamo nella primavera del 2012  per umiliare ed emarginare il vecchi re, l’Umberto, e incoronare (l’allora) rampante Bobo Maroni. La guerra lampo contro Flavio Tosi si è conclusa con un comunicato stampa da Strasburgo del “Capitano” Matteo Salvini, che poi – dopo aver decretato l’espulsione del veronese ribelle – ha festeggiato a cena con raclette e fonduta, circondato anche da un bel po’ di leghisti che fino a poco tempo fa stavano dalla parte del sindaco scaligero. Flavio Tosi, cui è stato tolto anche il grado di luogotenente della Liga veneta, ha reagito così: “Salvini mente sapendo di mentire. Un Caino, travestito da Abele”. Il solito, formidabile incassatore. E ora il soldato Tosi va alla guerra elettorale, pare, ma con pallottole a salve e spade spuntate. Con l’unica soddisfazione di essere stato cacciato, e non viceversa, per potersi giocare l’ultima carta che gli rimane: interpretare il ruolo della vittima. Ora è libero di provare a sabotare il suo vero nemico: il governatore Luca Zaia.

 

Da sempre considerato da avversari e seguaci un giocatore d’azzardo, l’aria di uno che ha sempre l’asso nella manica e l’espressione imperturbabile di chi può far saltare il banco, Flavio Tosi sembra essere arrivato al suo giro di carte finale. Due giorni fa a “8 e mezzo” da Lilli Gruber, lui che è abituato a dire mezze verità, a lasciare molto spazio fra le righe, ha messo in fila tutti i tradimenti subiti da Umberto Bossi, da Roberto Maroni e infine da Matteo Salvini. Anche se il tradimento che gli brucia di più deve essere stata la pugnalata di Bobo Maroni, di cui era il delfino e da cui si aspettava di ricevere lo scettro della direzione del partito, che invece è stato consegnato a Salvini. Se non altro per gratitudine, perché era stato lui, in Veneto, a capeggiare la rivolta del “barbaro sognante” Maroni contro il Cerchio magico di Bossi, che lo aveva sempre avversato per tenere a freno la sua vorace ambizione, bollandolo anche come fascista. Anche se poi è stato proprio lui, il vecchio capo acciaccato della Lega, a tentare una timida difesa e a sostenere che non si doveva mandarlo via. Se non altro per non mettere a rischio la rielezione di Zaia, candidato alla guida del Veneto.

 

Ma il Carroccio, anche nella nuova versione di Salvini, assomiglia sempre più a una tribù invece che a un partito, e le cose vanno così: i clan si fanno la guerra, disposti a pagare qualsiasi prezzo per una vendetta, spesso più personale che politica. Ancora di più in Veneto, dove è nato l’embrione della Lega e i militanti hanno sempre guardato alle intrusioni lombarde con un rancore mai sopito. Sin dai tempi dell’espulsione del fondatore della Liga, Franco Rocchetta, roba ormai da mitologie celtiche.

 

Flavio Tosi ha perso dunque la sua partita. Non è la prima volta, (né forse sarà l’ultima), ma per ora ha perso. Lui, che è stato considerato in passato uno dei sindaci migliori d’Italia – il più temuto anche dai suoi avversari per la sua innata capacità di tessere reti politiche e finanziarie nel suo feudo veronese – non è riuscito a cavalcare la sua ambizione, ma soltanto a inseguirne l’ombra. L’ultimatum arrivato dal quartiere generale di via Bellerio era perentorio, ed è scaduto: lasciare la sua fondazione “Ricostruiamo il paese”, con cui Tosi sperava di uscire dal perimetro del castello in cui era stato imprigionato da Bossi (manco fosse vittima di un malefico incantesimo) per creare un movimento trasversale che lo portasse a diventare il Renzi del centrodestra e sperare di rottamare l’élite berlusconiana con la benedizione lombarda di Maroni. E dopo 25 anni di militanza verde padano, ora è fuori dalla Lega. Anche se ovviamente la sua doppia appartenenza alla Lega e alla fondazione è stata solo un pretesto per impedirgli di rimanere alla guida della Liga veneta e decidere chi mettere nelle liste elettorali per la competizione regionale.

 

Perché poi la guerra vera è sempre stata con Luca Zaia, che nel 2010 è stato scelto da Bossi per diventare governatore del Veneto e lui non gliel’ha mai perdonata. Un duello antico, che ha contrapposto nel partito tribale, due clan: quello trevigiano di Zaia e quello veronese di Tosi. Per il governatore veneto – che alle sue prime elezioni nel 2010 vinse con una maggioranza quasi bulgara, tanto che il Veneto fu ribattezzato “Zaiastan” – Tosi era diventato un tarlo. Il suo obiettivo necessario era  immobilizzare l’acerrimo avversario e tutti i suoi soldati, che sarebbero stati schierati da Tosi  fra i candidati nelle liste elettorali.  E così, per via del banale lodo elettorale, si è arrivati alla resa dei conti. Eppure Tosi conosce bene la differenza fra tattica e strategia. Anche a costo di sbagliare entrambe. Infatti nella città scaligera ha costruito una potente rete di alleanze politiche ed economiche (che i suoi detrattori hanno sempre definito una ragnatela). Dopo la scalata nella fondazione Cariverona, dove riuscì a portare quasi tutti uomini a lui fedeli, fece il pieno anche di tutte le società partecipate, piazzando i suoi seguaci in tutte le municipalizzate per iniziare un percorso politico che lo avrebbe portato lontano, in teoria, sulla scena nazionale, (intrecciando un rapporto con Corrado Passera). Nella speranza di diventare il volto nuovo del centrodestra. Ed ecco perché sia i soldati di Zaia sia i bossiani, che non sopportavano il suo approccio spregiudicato e al contempo doroteo, hanno sempre ribadito pubblicamente ciò che il Capo, l’Umberto, diceva in privato. E cioè che il sindaco avesse solo un obiettivo: costruirsi un partito suo.

 

Lo stereotipo di Flavio Tosi divulgato dai militanti, quelli che una volta andavano a Pontida, per intenderci, era questo: uomo potente, sin da quando era stato assessore alla Sanità con Giancarlo Galan, scomodo per il partito, abile, carismatico, sibillino, pericoloso. Insomma una mina vagante. Amato da Maroni, inviso a Bossi, che chiese al suo fedele luogotenente, Giampaolo Gobbo (definito dallo stesso Bossi il suo “imam”) di tener confinata la sua vorace ambizione dentro il perimetro del suo castello veronese. Dispotico al punto che, una volta incassato il tradimento di Maroni ed eletto segretario della Liga veneta come premio di consolazione, avviò una guerra cruenta con l’obiettivo di non fare prigionieri. E cominciò a espellere dal partito tutti i suoi avversari. A colpi di epurazioni “staliniste”, creò un sommovimento tale da far temere allo stesso governatore Zaia di essere espulso a sua volta. Ma l’epuratore, ora epurato, dopo le dimissioni del Cav. nel 2011 fece un errore strategico da matita rossa: decretò con troppo anticipo la fine politica di Berlusconi.

 

[**Video_box_2**]Flavio Tosi è l’antitesi di Matteo Salvini. Uno che ha istinto, incline a giocare d’azzardo, ma antepone sempre la testa alla pancia. Uno che a Pontida non si sentiva mai a suo agio perché, come Maroni, non è mai stato secessionista. E sebbene nel 2007, appena eletto sindaco, tolse dal suo ufficio in municipio l’immagine di Giorgio Napolitano per sostituirla con quella di Sandro Pertini, nel 2010 invitò Napolitano a Verona per la commemorazione dell’Unità d’Italia. Facendo scalpitare militanti e venetisti indipendentisti. E anche se i suoi avversari lo accusano da sempre di avere amicizie pericolose nelle file della destra radicale, fra gli eredi della fiamma tricolore del Movimento sociale, che lo hanno sostenuto alle prime elezioni comunali (e ora scenderanno in piazza portando l’hashtag #siamoconTosi fuori dalla dimensione virtuale) da molti anni veste i panni del moderato. Amato da salotti televisivi radical chic perché antepone il ragionamento agli slogan, diversamente leghista, eternamente sospettato di tradimento, testardo, marcatore indefesso del territorio, Tosi è anche l’opposto di Zaia che, piuttosto di rischiare di sbagliare, sta fermo e dà l’impressione di fare anche quando non fa un accidenti, ma ha una potenza di fuoco mediatico piuttosto efficace.

 

Prudente nella manifestazione delle sue idee, nell’epoca di Bossi, ha vissuto come un funambolo. Con l’arrivo di Salvini ai vertici del Carroccio ne è diventato il principale oppositore interno. E non ha mai condiviso la deriva lepenista della Lega. Anche perché il suo obiettivo non è cambiato: lanciare un’opa sul centrodestra grazie alle primarie. Cosa succederà ora? Sui social network la frattura interna fra seguaci e avversari di Flavio Tosi mostra una tensione, che fa presupporre un'ulteriore guerra interna. E nessuno sa quale sarà il prezzo da pagare per questa espulsione, quanti i cocci da ricomporre. Quasi sicuramente Flavio Tosi, avversario del populismo e ostile all’estetica delle felpe, si candiderà contro Luca Zaia con una lista civica per far pesare i suoi voti (alle europee ne ha presi centomila) e cercare di sabotare la vittoria leghista. Molto probabilmente con quei (pochi) fedeli che lo seguiranno e che, con il commissariamento lombardo della Liga veneta, non sarebbero stati ricandidati. Probabilmente con il sostegno del Ncd e dell’area popolare. In Regione si è già costituito un piccolo gruppo di tre consiglieri fedelissimi, fuoriusciti dalla Lega, e presto ne nascerà un altro, grazie al supporto di Verso Nord del consigliere regionale Diego Bottacin, indefesso oppositore di Zaia che, seguendo il motto “i nemici dei miei nemici sono i miei amici”, dovrebbe sostenerlo nel tentativo di disturbare la campagna elettorale del governatore. Per ora queste sono tutte ipotesi, però. Per ora, Flavio Tosi  è solo un soldato semplice. Il suo mandato di sindaco scade fra due anni e lui spera che nel frattempo Berlusconi possa farsi da parte e che il capitan Salvini perda il vento in poppa. I suoi detrattori hanno sempre detto di lui: farà la fine di Icaro. Possibile, ma non probabile. Una cosa è certa, però. Come ha capito bene Bossi, Flavio Tosi è più pericoloso fuori, come candidato di disturbo, sabotatore di Zaia, che da avversario interno, perché ora la vittoria di Zaia, in una regione dove il premier Matteo Renzi è molto stimato, appare meno certa, sicuramente una prospettiva più fragile. E le ipotesi sono due: o riuscirà  a risorgere come l’araba fenice e a inserirsi con la sua fondazione, guidata con Fabio Venturi e presente in tutt’Italia, nel circuito di centrodestra, scommettendo sulla debacle totale di Berlusconi. Oppure con i suoi fari, simbolo della fondazione “Ricostruiamo il paese”  potrà fare solo un breve viaggio. Quello cantato da Lucio Battisti: “Guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi…”

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