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La concussione che non c’è

Entro stasera la corte di Cassazione deciderà se Silvio Berlusconi è da riprocessare per il caso Ruby, o se invece i giudici della corte d’Appello di Milano hanno avuto ragione nell’assolvere, a luglio, l’ex presidente del Consiglio sia dal reato di concussione sia dal reato di prostituzione minorile.

10 Marzo 2015 alle 14:10

La concussione che non c’è

Ilda Bocassini (foto LaPresse)

Entro stasera la corte di Cassazione deciderà se Silvio Berlusconi è da riprocessare per il caso Ruby, o se invece i giudici della corte d’Appello di Milano hanno avuto ragione nell’assolvere, a luglio, l’ex presidente del Consiglio sia dal reato di concussione ai danni del capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, sia dal reato di prostituzione minorile. La parte più delicata della questione riguarda il reato di concussione, reato più grave e dunque più punito dalla legge rispetto a quello di prostituzione minorile. Sin dall’inizio del lungo processo molti dubbi e critiche nei confronti della procura di Milano, anche interne ai ranghi della magistratura,  si sono infatti concentrate sulla decisione di perseguire Berlusconi per il reato di concussione e non per quello di abuso d’ufficio. E la vicenda si è intrecciata con le baruffe interne alla procura lombarda tra l’ex procuratore aggiunto, Alfredo Robledo, e il procuratore della Repubblica, Edmondo Bruti Liberati, in un cortocircuito tra indagini, voglia di protagonismo e sospetti di accanimento.

 

Quando quattro anni fa il fascicolo Ruby carambolò quasi per caso sotto il naso di Ilda Boccassini, la famosa pm lo trattenne all’antimafia, il dipartimento di cui è la responsabile. Robledo, che oltre a essere vice di Bruti Liberati era anche il responsabile dei reati nella pubblica amministrazione, a quel punto protestò vivacemente sostenendo che l’indagine su Berlusconi non fosse affatto di competenza dell’antimafia, ma fosse in tutta evidenza un tipico reato di Pubblica amministrazione, cioè una questione tra questore, Palazzo Chigi e organi di polizia. Ma Bruti Liberati non intervenne e lasciò il fascicolo al dipartimento diretto dalla dottoressa Boccassini. Si tratta di un passaggio chiave dell’intera vicenda. La decisione di affidare il fascicolo Ruby all’uno o all’altro dipartimento è stata sin dall’inizio dirimente sul proseguo delle indagini, sulla loro natura, e sull’individuazione delle tipologie di reato da perseguire. Due erano infatti i reati ipotizzabili relativi alla telefonata con la quale Berlusconi, allora presidente del Consiglio, la sera del 27 maggio 2010 segnalò al dottor Ostuni la presenza in stato di fermo di Karima el Marugh, alias Ruby: concussione o abuso d’ufficio. Il primo reato è più grave e vede nella polizia una vittima di Berlusconi, il secondo reato è invece meno grave e individua nella polizia un correo dell’ex presidente del Consiglio. Secondo la versione maliziosa, e diffusa anche nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano, Bruti Liberati, secondo molti colleghi affetto da “quietismo istituzionale”, preferì affidare il fascicolo alla dottoressa Boccassini perché ne conosceva i fortissimi rapporti di fiducia e solidarietà che la pm intratteneva con i reparti di polizia giudiziaria. E insomma Bruti sapeva che Boccassini avrebbe evitato di coinvolgere il questore di Milano nell’affair Ruby. E difatti venne scelto proprio il reato di concussione, che oltre a essere più grave e consentire un uso abbondante delle intercettazioni, individua nella polizia una vittima dell’ex presidente del Consiglio.

 

[**Video_box_2**]Spesso Robledo è intervenuto segnalando, più o meno esplicitamente, questo non secondario dettaglio: a Milano avrebbero anche potuto indagare per abuso d’ufficio, come sarebbe stato probabile se il fascicolo fosse stato affidato al dipartimento della Pubblica amministrazione. Ma la polizia sarebbe diventata corresponsabile, e le pene, in caso di condanna, molto più basse. Non solo. Aver optato per il reato di concussione ha messo nelle mani della dottoressa Boccassini una capacità d’uso profondo ed estensivo di intercettazioni telefoniche e ambientali che altrimenti non sarebbero state possibili. Senza concussione non ci sarebbe stata dunque la marea di intercettazioni che hanno, ancora fino a ieri, riempito le colonne dei giornali con dettagli di ogni genere sulla natura delle famose “cene eleganti” di Arcore. Questa scelta, premiata in primo grado dalla condanna di Berlusconi e certamente efficace dal punto di vista della demolizione dell’immagine pubblica e internazionale dell’ex presidente del Consiglio, è risultata tuttavia un errore della procura – e un autogol – nelle valutazioni della corte d’Appello di Milano, che non ha infatti riscontrato nessuna concussione e nessun concusso nella polizia. In procura a Milano, da tempo, c’è chi sostiene che la fretta e la voglia di incastrare Berlusconi con un reato così grave, con corredo di intercettazioni sputtananti, sia la ragione che porterà anche all’assoluzione dell’ex presidente del Consiglio oggi in Cassazione. Ma questo lo sapremo soltanto stasera.

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