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Chi vuole fare la festa a Berlusconi

E’ iniziato il terzo atto del Rubygate davanti alla sesta sezione penale della Cassazione. La conclusione è prevista in serata. Finale a sorpresa. Di colpo, tra intercettazioni sculettanti baresi e disquisizioni romane sulla forza intimidatrice di una phone call, sembra quasi di fare un balzo indietro in un’altra era geologica della politica.

10 Marzo 2015 alle 13:35

Chi vuole fare la festa a Berlusconi

Cresce l'attesa per la sentenza della Cassazione sul caso Ruby, prevista per stasera (foto LaPresse)

E’ iniziato il terzo atto del Rubygate davanti alla sesta sezione penale della Cassazione. La conclusione è prevista in serata. Finale a sorpresa. Di colpo, tra intercettazioni sculettanti baresi e disquisizioni romane sulla forza intimidatrice di una phone call, sembra quasi di fare un balzo indietro in un’altra era geologica della politica. Eppure sono passati soltanto pochi anni da quando nel 2011 il mondo scoprì le ‘cene eleganti’ del premier italiano. Fu un tripudio di oscenità da rotocalco e rivendicazioni pseudofemministe. Poi le dimissioni e infine l’assoluzione in appello nel luglio dello scorso anno.

 

Adesso si celebra il terzo atto davanti alla sezione Milo, dal nome del magistrato presidente Nicola Milo, che potrà decidere se confermare l’assoluzione in appello e mettere la parola fine al pornoprocesso, oppure ordinare un appello-bis dagli esiti imprevedibili. Le accuse sono concussione (nei confronti del capo di gabinetto della questura, Piero Ostuni) e prostituzione minorile (presunta vittima, con un po’ di fantasia, l’ultradiciassettenne Karima el Mahroug). Al Foglio il solitamente laconico avvocato Franco Coppi si è lasciato scappare: "Arriviamo al giudizio nel peggiore dei modi". Facile comprenderne le ragioni. Anzitutto la tempistica: il ricorso in Cassazione, depositato dalla procura generale di Milano a fine novembre, viene discusso a soli tre mesi di distanza (di solito trascorrono dagli otto ai dieci mesi). Insomma, a passo di bersagliere. E poi c’è l’orgia barese con intercettazioni già note e stranote che tornano a inondare i giornali di materiale penalmente irrilevante ma mediaticamente sputtanante. Per non parlare del filone Ruby-ter che nelle ultime settimane si è gonfiato di nuovo ‘materiale probatorio’, tra perquisizioni e controlli sui conti correnti, per sostenere l’accusa di corruzione in atti giudiziari nei confronti del Cav. Non cela la propria preoccupazione l’avvocato Dinacci, artefice insieme a Coppi del successo assolutorio in appello: "Il ricorso della procura generale non potendo attaccare il diritto cerca di modificare il fatto. In regime ordinario sarebbe stato dichiarato inammissibile". Insomma, non spetta al giudice di legittimità reinterpretare i fatti. Certamente il presidente Milo è persona esperta in materia di concussione: è lui l’estensore della sentenza con cui la Cassazione a sezioni unite delimita i confini tra le due fattispecie di concussione, per costrizione e per induzione, introdotte dalla legge Severino. Milo è lo stesso che nel 2013 demolisce l’inchiesta ‘Why not’ annullando senza rinvio le condanne nei confronti dell’ex presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero e del suo braccio destro Nicola Durante. La sezione Milo certifica il flop dell’inchiesta che fece cadere il governo Prodi e portò in auge l’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris nelle vesti di fustigatore del malcostume politico.

 

[**Video_box_2**]Nel terzo atto del Rubygate il relatore è Orlando Villoni, simpatia per Magistratura democratica e attività di gip a Roma per oltre dieci anni. Villoni è lo stesso che nel 2011 solleva la questione di legittimità costituzionale sul lodo Alfano. Nello stesso anno, nel pieno dell’attività parlamentare per la cosiddetta ‘prescrizione breve’, il magistrato rilascia un’intervista a Repubblica in cui denuncia ‘un intervento callido, mirato, studiato per un singolo caso, una vera legge ad personam’. Il singolo caso è il processo Mills. Il procuratore generale è Edoardo Scardaccione, pure lui Md, una lunga e onorata carriera con una nota stonata: nel 2010 la toga incappa in un procedimento disciplinare davanti al Csm a causa del ‘biglietto’ trasmesso a un collega pm prima dell’udienza per segnalare una delle parti in causa (in particolare il titolare di una clinica presso la quale Scardaccione è stato operato tre volte). Alla fine il pm si astiene e passa la mano non senza aver denunciato il fatto. Il tribunale disciplinare esamina e alla fine assolve.

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