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Piccola Posta
Perché la censura torinese, nonostante tutto, è da deplorare
Gli oratori previsti dal programma "Russofobia Russofilia Verità" sono cittadini italiani con pieno diritto di parola. E vale anche per Angelo D'Orsi, che dice di essere andato in Russia e di essersi trovato bene
Il cielo ci guardi dalle buone intenzioni e dallo zelo. L’idea di cancellare un dibattito sulla Russia – “Russofobia Russofilia Verità” – con lo storico Angelo D’Orsi e il giornalista Vincenzo Lorusso era un’improvvida sciocchezza. Una qualunque sede culturale è libera di decidere il proprio calendario di temi e di relatori. Ma una volta che un’iniziativa sia stata programmata, come al torinese Polo del 900, chiederne la cancellazione è, al di là delle buone intenzioni – la solidarietà con l’Ucraina contro l’aggressione russa – un atto di censura. E ottenerla peggiora la cosa.
Gli oratori previsti da quel programma sono cittadini italiani, non propagandisti che abusino dell’ospitalità. Cittadini italiani con pieno diritto di parola, peraltro così largamente loro offerto da rendere irrisoria l’impresa di sottrargliene un’occasione provinciale, oltretutto col risultato prevedibile e fondato di moltiplicarne l’udienza. Lo stato del mondo è tale da indurre a fraintendimenti paradossali, a cominciare dall’uso e abuso universale degli epiteti di fascista e nazista. In un’intervista di ieri D’Orsi dichiara: “Se preventivamente impedisci a chi la pensa in modo diverso di parlare, siamo al fascismo”. Superfluo chiedergli se in Russia a chi la pensa in modo diverso sia dato di parlare liberamente e senza conseguenze psicofisiche letali o difficilmente guaribili, e dunque se la Russia non sia il paese in cui “il fascismo” sia più pienamente dispiegato.
Ma nella stessa intervista (al Tempo) D’Orsi chiarisce: “Sono tornato da poco da Mosca e posso affermare di aver trovato una realtà diversa da quella raccontata da molti osservatori. Ho parlato con intellettuali e gente comune”. Dunque quello di cui sentiamo dire, la catena di omicidi avvelenamenti suicidi all’interno e all’estero, gli arresti le condanne e le prigionie, Navalny e gli altri, sono notizie false o distorte. E davvero vorreste impedire di dire liberamente queste verità rivelatrici e liberatrici? In una sala di Torino, quando sono vangelo corrente pressoché in tutti i canali radiofonici e televisivi pubblici e privati? E magari affidarsi ancora all’esortazione sarcastica: “Perché non ci vai, allora, in Russia?”. Ci è andato, e si è trovato bene. Succede a moltissimi intellettuali stranieri, dal 1917 in poi. Un paradiso. Ha ricordato anche di essere andato in Iran, e che nessuno là gli ha imposto che cosa dire o non dire. Chissà che cosa ha detto.
Ma tutto ciò è irrilevante. Volevo certificare, a futura memoria, che mi aggiungo a chi ha deplorato la censura torinese, e che mi auguro che i solidali con la difesa ucraina badino a distinguersi dai suoi maramaldi.