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piccola posta

Difficile immaginare, della galera, il ben che vi si trova

Adriano Sofri

Chi non c'è stato, si dice, non può immaginarne la pena e l'infamia. Ma nemmeno i bei ricordi che ne restano. Come quello di una bambina in visita che gattona nel parlatorio, e fa conoscenza con ladri e truffatori, piccoli spacciatori e piccolissimi spacciati

Chi non è stato in galera, si dice, non può immaginarne la pena e l’infamia. Gli è quasi altrettanto difficile, e forse di più, immaginare il ben che vi si trova, e i bei ricordi che ne restano. A me, per esempio, un particolare ricordo del parlatorio, dove si incontrano i famigliari. E’ una sala colloqui all’antica, dove i contatti fisici sono per regolamento proibiti, e fra i detenuti e i parenti in visita c’è una massiccia separazione, un muro di un metro d’altezza e un metro e mezzo di larghezza, con un ripiano – di legno, o di mattonelle. Sporgendosi, si può darsi la mano, o un bacio, o una carezza, se l’agente addetto alla sorveglianza è di quelli che chiudono un occhio – parliamo di una detenzione “normale”, senza particolari misure di sicurezza, gente innocua. Se no, no. E’ spesso una babele, c’è il famoso sovraffollamento anche lì, e doversi parlare a distanza costringe ad alzare la voce, e una voce alzata costringe le altre ad alzarsi di più, e finisce in un vero baccano. Un passante distratto, o cretino (non ci sono passanti là) direbbe che i detenuti e i loro parenti non sanno parlare senza gridare. C’è chi piange, naturalmente. A volte si sta così addosso gli uni agli altri che non si può fare a meno di confondere quello che dicono i tuoi con quello che dicono quelli degli altri. A volte si chiede scusa ai propri e si toglie loro un paio di minuti per il piacere di fare conoscenza e scambiare chiacchiere con quelli degli altri, che poi sono i propri compagni di galera, i propri amici, i propri fratelli – fratello è nome prediletto dai detenuti. Insomma, da un certo giorno di colloquio i miei vennero a trovarmi con una bambina nata da poco, che poi tornava, così che, pur per intervalli, potetti vederla imparare a camminare. Prima naturalmente ad andare a quattro zampe, e lo faceva con maestria ed entusiasmo, sopra quel ripiano lurido di separazione, passando da un detenuto all’altro, così festeggiata da moltiplicare smorfie e moine. La mia nipotina fece nei suoi primissimi anni di vita una felice, ilare conoscenza con ladri e truffatori, piccoli spacciatori e piccolissimi spacciati, rapinatori di vecchia scuola e assassini di mogli, di ogni età colore e qualità. Contenta lei, contenti loro. Molti di loro non ci sono più, c’è una mortalità straordinaria in quei mestieri, di altri ho perduto le tracce, alcuni mi sono rimasti. Avrei voluto fargli sapere che la mia nipotina ieri ha compiuto vent’anni. Loro hanno una relazione speciale, una competenza speciale nel computo degli anni.

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