piccola posta

Lo stereotipo della sottosegretaria

Adriano Sofri

L'idea del Pd, risarcire le donne di tutti i posti di sottogoverno, consacra la più tradizionale delle divisioni di ruolo

Mi chiedevo se l’idea ventilata nell’infortunato Pd di attribuire, per risarcimento, tutti i posti di sottosegretario a donne, non consacrasse involontariamente la più tradizionale delle divisioni di ruolo, i primi posti a uomini, i secondi a donne – salvo che nei naufragi. Segretario era, nel nostro passato, titolo praticamente impegnativo, implicava la custodia del segreto di stato, fu per eccellenza associato a Machiavelli segretario della Repubblica fiorentina. Poi arrivò, dal cinema americano direi, il tipo della segretaria che ogni uomo d’affari o di potere impiega per dettarle lettere e discorsi, e farsene curare l’agenda: di bella presenza, spesso procace, con gli occhiali ma pronta a toglierli all’occorrenza.

 

Il problema si aggrava con il nostro nome di sottosegretario e la sua versione femminile, figura inferiore di una figura già subordinata, custode di sottosegreti, un doppio servizio. Il sottosegretario non esiste in Costituzione, è invalso per legge ordinaria e poi, dicono le voci pertinenti, non ha fatto che proliferare: una specie di collocamento. In Italia tutti i ministri hanno il titolo di segretari di stato, di qui la dizione di sottosegretari (dieci dei quali, se ho letto bene, viceministri, un mezzo gradino in più). Ora, un panorama di ministri maschi e sottosegretarie donne ricorda, cambiata la location, la vignetta dell’uomo che detta la lettera alla signorina con gli occhiali e i tacchi molto alti. La voce della Treccani, che ho consultato, riporta un’ultima accezione storica del termine segretario: “Altro nome comune dell’uccello serpentario, così chiamato per il ciuffo di penne sulla zona laterale posteriore del capo, che fanno pensare a penne d’oca infilate dietro l’orecchio (com’era uso un tempo dei segretarî, scrivani, e simili)”.

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