Piccola posta

Un carcere nella foresta amazzonica, o la nostra idea assurda della pena

Adriano Sofri

Restaurato il film-documentario di Walter Saxer, che nel 1987 raccontò la colonia penale peruviana di El Sepa. Unica testimonianza di quella umanità mutilata ma resistente 

Walter Saxer è nato nella Svizzera tedesca di St. Gallen, ha 73 anni, e da quando ne aveva una ventina fa il produttore, e a volte attore, di molti film di Werner Herzog, da Aguirre, furore di Dio (1972) a Nosferatu e Woyzeck (1979) a Cerro Torre: Grido di pietra (1991) e ancora: cinque volte con Klaus Kinski protagonista. E di Fitzcarraldo (1982). Là si mostrava come chi sogna possa spostare le montagne. Farlo davvero, impiegare 600 indios asháninkas, far passare una nave di 300 tonnellate sopra un monte con una pendenza di 40 gradi, fu anche e soprattutto affare di Saxer, e durò quasi cinque anni di fatiche disgrazie e accidenti leggendari. In compenso, nel 1980 a Iquitos nacque sua figlia, e il Perù diventò la sua casa.

  

Alla fine del 1986 gli capitò una pausa e, dopo aver assistito a una rivolta sanguinosa al Sexto, un famigerato carcere di Lima, conclusa inesorabilmente con l’uccisione di ostaggi e la strage di detenuti, Saxer prese con sé una camera da 11 mm e un formidabile operatore, Rainer Klausmann, svizzero anche lui, e andò a trascorrere cinque giorni – e cinque notti, le notti fanno la galera – nel fitto della foresta amazzonica, a El Sepa, favolosa colonia penale istituita nel 1951 dal governo peruviano. Erede di una colonia polacca dismessa, il Sepa prometteva di sperimentare una detenzione aperta, cui potessero partecipare le famiglie, e che permettesse ai detenuti, scontata la pena, di restare ad allevare animali, raccogliere il legname e coltivare un proprio pezzo di terra. Come in tutte le colonie penali, qui con una più rigida impossibilità di fuga, i buoni propositi rieducativi andavano insieme, e per lo più cedevano, al desiderio di sbarazzarsi dei prigionieri più fastidiosi e “incorreggibili”, e magari di cavarne qualche vantaggio economico. Proposito, l’ultimo, presto caduto. Quando ci arriva Saxer la colonia è ancora un paradiso terrestre rispetto alle sordide celle di Lima, i condannati si muovono a cielo aperto, un direttore bonario dimenticato come tutti dalle autorità, che quando sorride mostra, come i suoi dannati, qualche buco fra i denti, rimpiange le possibilità sprecate, e intanto si vive. Le autorità, corrotte e remote, dimenticano perfino di liberare i detenuti che sono arrivati a fine pena, per mesi, per anni. Non mandano le carte, ignorano chi non ha parenti che paghino sottobanco, sono troppo lontane per render conto. Saxer rinuncia presto alle interviste, e lascia che le persone si presentino alla macchina da presa, nome, cognome, soprannome chi ce l’ha (quasi tutti), durata della pena e reato per cui si è stati condannati. Poi gira.

   

L’ambiente è il più suggestivo per una cinepresa, vegetazione lussureggiante capace di tenere a bada gli spiriti maligni, il rio Urubamba, acqua a perdita d’occhio, pappagallo ara sulla spalla del gringo spacciatore “Colonnello” come nell’isola del tesoro, e i colori sognati dal doganiere Rousseau. Ho letto poi un sacco di storie su Saxer, gran tipo, quasi tutte avventurose. Quelle su Fitzcarraldo specialmente: nella contesa fra Klaus Kinski e Herzog, regolata dal secondo solo postumamente, Saxer era piuttosto per Kinski. Non è stato Herzog a fare Kinski, dice, piuttosto il viceversa. E’ difficile avere a che fare con Kinski dopo il racconto di sua figlia Pola. Lo conobbi, Herzog era di là da venire, a Fregene, al Villaggio dei pescatori, dov’era una colonia ospitale di gente di cinema, Lionello Massobrio, Franco Solinas, Gillo Pontecorvo, Giorgio Arlorio. Veniva anche lui da Mastino, era scontroso e taciturno, qualcuno diceva: E’ pazzo, qualcun altro diceva: Fa il pazzo. Senza i racconti tristi, mi sarebbe caro il doppio nome che diede all’altra figlia, Nastassja Aglaia, le due donne dell’Idiota, e lui aveva fatto tante volte il principe Myškin. Herzog racconta, del “suo miglior nemico”, che si guardava dall’addentrarsi nella giungla se non per i pochi metri necessari al fotografo, e dichiarava che il solo paesaggio interessante fosse il volto umano. Saxer ha fatto tesoro della mezza verità del suo amico Kinski: sono le facce e i torsi nudi dei detenuti del Sepa, molti nativi peruviani, a segnare il suo paesaggio. Ed è inevitabile, davanti ai tatuaggi – non erano ancora superflui – e alle mappe di cicatrici di incidenti sul lavoro, battiture, torture, ricordare i ghirigori dell’erpice della colonia penale di Kafka. C’è tutto, in quel pugno di giorni. I racconti. L’americano e la canadese, discendenti del movimento, che hanno avuto il permesso di sposarsi e convivere qui, e dicono che non se ne andrebbero più comunque – cose che si dicono. Il condannato che ha ricevuto la visita della giovane moglie, uno dei pochissimi – bisogna avere i soldi, e il permesso, e da Lima sono quattro giorni di viaggio – e la tiene stretta come se volesse incorporarsela, e come se temesse che gliela portassero via – fra poco succederà. La messa di fine anno, coi bravi cani di nessuno che gironzolano e si grattano accanto all’altare, il prete in missione a denunciare l’ingiustizia terrena, com’è giusto che facciano i preti della fine del mondo, e guardie e ladri che si scambiano il segno di pace. La festa e lo spettacolo dei detenuti, musica nostalgica, musica da ballo, l’indio mangiafuoco, i pochi bambini intimiditi e beniamini. La cucina collettiva e “il cacciatore”, faccia di caratterista e avambraccio teso e pistola alla cintura, che caso mai inseguirà e riporterà indietro chi tentasse l’evasione impossibile.

  

Dopo un po’, dice Saxer, si fa come se si fosse tutti una gran famiglia. Basta ascoltare, dice, e poi si vedrà che cosa era interessante. La giustizia, per esempio. Quasi nessuno dei prigionieri si protesta innocente, ma tutti sanno che la giustizia è una farsa e che la punizione è fine a se stessa, ignora i moventi, non ha bisogno di pretesti. La colonia del Sepa è stata chiusa nel 1993. Il documentario è l’unica testimonianza filmata. Era restato chiuso per trent’anni, custodito, come succede, da una donna. La Cineteca di Bologna e quella svizzera l’hanno restaurato e presentato al Festival del cinema ritrovato. Saxer non ha potuto venire per la pandemia, è restato a Iquitos, nella sua famosa “Casa Fitzcarraldo”. Ora il film farà un gran giro, immagino. E’ bellissimo. Mostra, lascia dire ai fatti, che idea assurda abbiamo della pena, e che mutilazione, che dilapidazione facciamo dell’umanità. E come l’umanità resista e allarghi le braccia e lo sguardo, se appena le si offra un pezzo di cielo aperto.

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