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Pensieri tortuosi sul caso Pandolfi e su come l’uomo vecchio deve e può cambiare

Il caso dello scienziato italiano e le molestie ad Harvard

4 Luglio 2020 alle 06:00

Pensieri tortuosi sul caso Pandolfi e su come l’uomo vecchio deve e può cambiare

(foto Unsplash)

Ho pensieri tortuosi sull’affaire di Pier Paolo Pandolfi. La premessa di tutte le cronache che ne hanno parlato – qualcosa mi sarà sfuggito – è il riconoscimento della sua qualità di scienziato. Pandolfi, 57 anni, è un genetista e biologo molecolare, la cui ricerca è soprattutto applicata al cancro. Ha lavorato con incarichi di primo piano in alcuni dei principali centri americani. Dall’ultimo, il Beth Deaconess Israel Medical center di Harvard, come direttore del Cancer Research Institute, si è dimesso, o è stato indotto a dimettersi, a seguito di una indagine interna sorta dalla denuncia di una ricercatrice di origine italiana, che si è sentita gravemente molestata da lui. L’indagine ha accertato le ragioni della giovane donna, senza riscontrare elementi giudiziariamente rilevanti. Pandolfi ha seguito un corso di “riabilitazione” teso a informarlo o (dato che informato si suppone che fosse, vivendo negli Stati Uniti da tanti anni) persuaderlo di che cosa s’intende per comportamenti sessualmente inappropriati. Dopo, nella sua versione, si sarebbe dimesso per accettare l’offerta che gli veniva da un prestigioso centro di ricerca di Padova, l’Istituto veneto di Medicina molecolare, Vimm, in qualità di direttore. Così, dice, adempiendo una promessa fatta a sua moglie – anche lei ricercatrice nello stesso istituto – di tornare in Italia e “prima della pensione”.

 

Alla vigilia, quando le voci sulla vicenda di molestie si erano fatte più insistenti, il presidente dello scientific advisory board del Vimm, il tedesco Wolfgang Baumeister, 74 anni, direttore del Max-Planck-Institut per la Biochimica, protesta contro la nomina, “un affronto”, avvenuta senza consultazioni adeguate ed esposta allo scandalo. L’intero Comitato, 13 illustri scienziati internazionali, e fra loro due Nobel, si dimette. La direzione padovana della Fondazione per la Ricerca biomedica avanzata che più teneva all’acquisto di Pandolfi, e il suo direttore, Francesco Pagano, anche lui un luminare nel suo campo, e autore fresco di studi sul Covid-19 e le correlazioni col cancro, cercano di resistere, ma devono cedere e revocare la nomina. Il rettore padovano replica a una frase non felice di Pandolfi, secondo cui i criteri di Harvard non sono gli stessi in vigore in Italia, dichiarando che “quel che è molestia a Harvard lo è anche a Padova”. La controversia continua e anzi si aggrava anche dopo la revoca di Pandolfi, perché il cda della Fondazione padovana dichiara di accettare le dimissioni del board, peraltro in scadenza. Aaron Ciechanover, Nobel per la chimica 2004 e membro del board, replica che la scadenza è a fine anno e definisce il comportamento del cda “brutale”. Sulla scia, sono emersi dubbi anche su alcune pubblicazioni di cui Pandolfi è coautore, segnalati da PubPeer e ripresi da For Better Science – non ne ho idea, ovviamente: Enrico Bucci, ormai frequente e apprezzato collaboratore di questo giornale, autore di “Cattivi scienziati. La frode nella ricerca scientifica”, 2015, vi ha una personale competenza. (Bucci ha scritto qui di Pandolfi e di una scadente trasparenza di Harvard il 2 luglio).

 

Pandolfi ha parlato dell’accaduto come del “peggior errore della sua vita” e di “una sbandata sentimentale”; ha ammesso di aver spedito mail alla giovane signora per mesi, ha sostenuto di non aver mai impiegato termini offensivi o volgari, ha evocato un “romanticismo”. Ha detto che caso mai l’unica che doveva sentirsi arrabbiata era sua moglie, con la quale si era scusato e che aveva perdonato il suo “momento di debolezza”. Frasi imprudenti. Qualunque tono avessero le mail inviate, dal momento che la destinataria gli aveva chiesto di astenersi da quel genere di corteggiamento, doveva ovviamente delle scuse a lei. Pandolfi ha detto di non aver mai alluso al futuro professionale della donna. Tuttavia il divario di autorità fra un illustre scienziato a capo di un istituto e una giovane ricercatrice basta a rendere sleale il loro rapporto. Attraverso il suo avvocato, la ricercatrice ha detto al Corriere che “Pandolfi non si è mai scusato con lei”. E che “i comportamenti di molestie sessuali, ripetuti per otto mesi, sono stati gravi e pressanti, ricattatori, non certo una sbandata romantica”. A Nature, chiedendo di rispettare il suo anonimato, ha detto che Pandolfi le aveva dichiarato di essere innamorato di lei nell’autunno 2018, che le aveva spedito mail frequenti in cui manifestava i suoi sentimenti, che moltiplicava le occasioni di incontro a due allo stesso scopo: “Era imbarazzante, orribile, e io non ero in grado di lavorare”. Nell’aprile 2019 era stata spostata a un altro laboratorio. Antonella Viola, l’immunologa che a sua volta dirige un importante istituto a Padova ed è stata fino a tre anni fa vicedirettrice del Vimm, è intervenuta sul Corriere per spiegare, con la propria personale esperienza, “il dolore, la vergogna, la paura, le notti insonni e le lacrime versate” di chi si trovi in una situazione simile, anche quando non si tratti di “uomini davvero fisicamente molesti o pericolosi” e la tempesta di messaggi sia “di natura romantica”.

 

Fin qui, un episodio di fronte al quale si prova disagio e dispiacere: per la ricercatrice, che ha attraversato un’esperienza che l’ha mortificata e offesa, per la famiglia di Pandolfi, per il pubblico che vede sfigurata una persona alla cui intelligenza erano affidate speranze grandi – l’arrivo di Pandolfi a Padova avrebbe segnato “un cambio di paradigma per la ricerca italiana”, così il comunicato sulla nomina prima che si aprissero le cateratte; Pandolfi era ora impegnato anche nella ricerca sugli anticorpi contro il coronavirus – per molte donne, credo, anche delle più rigorose e dunque più deluse da un’ennesima conferma: insomma per tutti, o quasi. Quasi, perché c’è sempre una Schadenfreude, la gioia umanissima per disgrazie altrui, o una più peculiare gioia di rivali accademici (Pandolfi ha ricevuto dozzine di premi internazionali, compresi i maggiori) e infine la soddisfazione di una categoria non so se professionale o amatoriale, di cui ho appena annusato l’esistenza: dedita a stanare i comportamenti sessualmente impropri degli uomini dotati di potere (e, o no, ricchezza, ma questa forse è una distinzione troppo sottile: gli uomini infatti, anche quelli destituiti di ricchezza, sono mediamente dotati di un potere sulle donne, sulle “proprie donne”, o su quelle “di nessuno”). Vasto tema, ma il punto che ora mi interessa è: che cosa si fa con i responsabili di simili comportamenti? Non che bisogni realisticamente rassegnarsi, e messa su un piatto la qualità della molestia, sull’altro il beneficio atteso dai risultati scientifici, procedere – gli americani non impiccarono gli scienziati di Hitler, li assunsero. Non voglio certo dire questo, anche se io, quando mi trovassi di nuovo nell’angoscia per una persona amata e malata di un cancro, tornerei a cercare Pandolfi e a chiederne l’aiuto, come feci a suo tempo, e non smetterò di esser grato alla sua gentilezza. Voglio dire piuttosto: qual è la pena – chiamiamola impropriamente così – che si infligge a un comportamento che si deplora ma non si riconosce penale? A Padova hanno dato una risposta: gli si toglie l’incarico per il quale era stato ritenuto adatto. Dunque si ritiene che la vergogna che Pandolfi deve aver provato per la figura pubblica che si è tirato addosso, e il suo contorno per tante altre persone, non sia abbastanza. E che, una volta rimesso in sella a Padova (a Padova vengono sempre ’ste immagini equestri, per via di quel Gattamelata) ricomincerebbe a vessare giovani ricercatrici, via mail o, fatto furbo, solo a voce o a gesti non registrabili? Lo si teme recidivo? Allora gli si procurerà davvero un corso di riabilitazione, come si prova coi pedofili disperati o coi reduci dell’Isis da deradicalizzare. Non è del suo futuro e dello spreco eventuale che mi preoccupo. Cedo a una solidarietà umana, non a una maschile. Vecchio uomo, non difendo l’uomo vecchio: dobbiamo adeguare i nostri criteri all’uomo nuovo di cui c’è bisogno. Che deve (dobbiamo) convincersi che non si può tormentare una giovane donna piena di volontà e di indipendenza, e meno ancora una che abbia una volontà più debole e una indipendenza meno favorita. E anche se non ne è abbastanza convinto ancora, l’uomo vecchio, deve (dobbiamo) farsi forza e cambiare, e oltretutto il gioco non vale più la candela. Come immaginiamo che questo possa avvenire anche per un inappropriato scienziato, oltre che, come dice la Costituzione, per qualunque certificato delinquente?

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Commenti all'articolo

  • lucafum

    04 Luglio 2020 - 08:50

    Una risposta semplicistica applicabile a qualsiasi vecchio uomo sposato: metterlo nelle mani della moglie (Moglie come Categoria aristotelica, non mi permetto di parlare della singola persona in nessun caso specifico) a tempo indeterminato. Una punizione dantesca, un percorso educativo che neanche nella Cambogia di PolPot, un riscatto sociale sudato col sangue.... e soprattutto fine pena mai. Facezie a parte, grazie per la grande umanità e maturità nelle parole di Sofri, in questi tempi così manicheamente giacobini, in cui anche le persone più preparate culturalmente non possiedono più di due categorie di pensiero.

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