Il ruolo delle Corti supreme ai tempi della democrazia illiberale

Adriano Sofri

C’è una specie di terra di nessuno che va accorciandosi, fra l’invadenza dell’esecutivo e la resistenza di organi costituzionali

Ieri le notizie congiuravano per esaltare il ruolo delle Corti supreme in tempi di autoritarismo populista, di democrazia illiberale (la formula peggiore), e insomma di crisi della democrazia. In Gran Bretagna, la Corte suprema – all’unanimità! – ha dichiarato illegale l’inaudita sospensione del Parlamento voluta da Boris Johnson e controfirmata da una mortificata regina. In Spagna, il Tribunale Supremo ha autorizzato il trasloco dei resti del caudillo Franco dalla famigerata Valle de los Caídos – benché l’itinerario giudiziario non sia ancora definitivo. In Italia, la Corte Costituzionale ha riaperto l’esame del cosiddetto suicidio assistito, dopo che è scaduto l’anno assegnato al Parlamento perché trovasse il modo di occuparsene. In nome della Costituzione, dov’è scritta, o della legge che è sopra le leggi ed è proclamata nelle dichiarazioni universali, le Corti supreme fanno da argine agli sconfinamenti autoritari del potere esecutivo e del suo avallo elettorale, difendendo per così dire la democrazia da una delle sue condizioni – l’unica, secondo i populisti: il voto, la maggioranza. L’argine però minaccia di essere l’ultimo, non solo nella scala dei ricorsi legali, ma anche nel tempo degli attacchi portati alla democrazia libera.

 

Così nei paesi dell’Europa di mezzo dove l’addomesticamento e l’umiliazione delle corti supreme è una posta decisiva e perseguita con successo, come in Polonia o in Ungheria. Così soprattutto negli Stati Uniti, dove l’equilibrio interno alla Corte suprema si è spostato in favore di Trump, che appena due settimane fa si è visto approvare la restrizione del diritto d’asilo e ha vantato una “grande vittoria”. Due giudici donne hanno dissentito, e una di loro ha deplorato “la sovversione, da parte dell’Esecutivo, di pratiche di lunga data riguardanti i rifugiati che cercano protezione dalle persecuzioni”. C’è una specie di terra di nessuno che va accorciandosi, fra l’invadenza dell’esecutivo – la smania dei pieni poteri – e la resistenza di organi costituzionali, come in Italia la Corte e la Presidenza della repubblica. I parlamenti stanno a metà strada, fra nostalgia di una propria indipendenza e soggezione al dispotismo dei capi, che decidono della loro composizione. Il voto è sempre più come una di quelle trottoline che si fanno girare fino a ricadere su una delle tre facce: 1, X, 2. Al momento, puntiamo al pareggio, a condizione di fare il catenaccio.

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