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Fuga da Afrin

I combattenti curdi costretti a lasciare la città assediata dai turchi. Tra le vittime anche la giovane combattente britannica Anna Campbell

20 Marzo 2018 alle 06:18

Fuga da Afrin

Anna Campbell

Afrin era una cittadina-mercato di nemmeno 50 mila abitanti, di nazionalità mista in maggioranza curda. Ora, quando l’esercito turco e i suoi mercenari della cosiddetta opposizione siriana sono arrivati a impadronirsene e saccheggiarla, i civili in fuga da Afrin sono, si calcola, almeno 250 mila. E’ successo ad Afrin come in tante città senza importanza il cui nome è diventato improvvisamente famoso e terribile.

 

Come Srebrenica. Cittadine, villaggi addirittura, gonfiati dall’arrivo di folle disperse in cerca di un rifugio, sotto la tutela promessa dalle Nazioni Unite, come a Srebrenica, o sperata dagli Stati Uniti, come ad Afrin e domani a Manbij, e poi a Kobane e Qamishli, dove gli americani dal cielo e i curdi da terra hanno ricacciato lo Stato Islamico. La gran parte dei fuggiaschi da Afrin, sbandati e selezionati come pecore da tosare o macellare ad opera di miliziani sciiti e jihadisti, erano già fuggiaschi, magari più di una volta. Erdogan ha proclamato che i combattenti curdi delle unità di protezione se la sono squagliata con la coda fra le gambe.

 

Prima di squagliarsela, hanno tenuto in scacco l’esercito turco per due mesi. E hanno lasciato ad Afrin, coi tanti civili, molti morti. Fra loro una giovane donna inglese, Anna Campbell, 26 anni, colpita sabato da un razzo turco in un convoglio che usciva dalla città. Campbell si era unita alle combattenti curde nella battaglia per la liberazione di Raqqa dall’Isis, e poi aveva chiesto di partecipare alla difesa di Afrin. Per essere accettata e apparire meno straniera, si era tinta di nero i capelli biondi. Suo padre l’ha ricordata con parole toccanti – le trovate sul Guardian, per esempio. Voglio riportare solo una sua frase: “Non provai a fermarla”. Non ci provò perché sapeva che non ci sarebbe riuscito e perché sapeva che lei stava seguendo ciò che sentiva giusto. Povero padre, con la sua bella fierezza. Dall’altra parte sta il padrone della Turchia, Recep Tayyp Erdogan. Erdogan riceve sul palco una bambina di sei anni che hanno vestito con una divisa mimetica e che piange di emozione e di paura. Lui la bacia e carezza, e grida alla folla: “Se diventa una martire, a Dio piacendo, sarà avvolta nella bandiera”.

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