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La vigilia delle elezioni

Un augurio a tutti quelli che andranno a votare convinti di scegliere la cosa giusta

3 Marzo 2018 alle 06:00

La vigilia delle elezioni

Foto LaPresse

Un giorno vi chiederanno: “Dov’eri tu alla vigilia di quelle pazzesche elezioni politiche generali (e regionali) del marzo 2018?” Non so se ci sarò, quando lo chiederanno, dunque lo scrivo, a futura memoria. Ero a casa, a letto. Fuori la neve si scioglieva. Non avevo dormito e in compenso avevo ascoltato, nella benvenuta “Notte di radio 3”, una lunga intervista a Claudio Pavone che raccontava la sua vita. (Pavone è morto nel 2016, a 96 anni). Provate: mi ha tirato così su di morale che stavo per alzarmi, farmi la barba, annodarmi un nastro rosso attorno alla fronte e uscire ad affrontare il nemico. Non ne ho fatto niente, sono rimasto a tossire. Ho letto un buon terzo di un libro: Follath, Al di là dei confini, viaggio sulle orme del grande avventuriero e viaggiatore Ibn Battuta. I capitoli su Tangeri, il Cairo, Damasco, la Mecca, Shiraz e Bagdad. Ho saltato Dubai. Poi ho scorso le agenzie curde, come tutti i giorni, e il morale è sprofondato.

   

Mi ha telefonato mia sorella, era andata a un incontro romano di reduci della battaglia di Valle Giulia cinquant’anni dopo, probi architetti i più. “Ti ricordi dov’eri tu quel giorno?”, mi ha chiesto. Me lo ricordo. Ero al Virgilio, il mio liceo romano, per gli scritti del concorso per l’insegnamento di ruolo. Infatti nel ‘68 io, inglorioso a dirsi, diventai di ruolo. Mentre fuori l’epopea degli studenti e dei poliziotti infuriava, io svolgevo un ennesimo tema e non sentivo nemmeno il rumore. Però all’entrata una ragazza bella, con un cappelletto da marinaio blu come quello degli studenti di San Pietroburgo del ‘17, Daniela M., distribuiva volantini convocando alla giornata, e scherzai paternalisticamente con lei.

  

Sono stato paternalista fin da piccolo, e nel ‘68 mi sentivo un veterano della rivoluzione rispetto all’impeto dei nuovi arrivati. Daniela M. faceva il suo lavoro di militante, ma era triste per qualcosa, tratteneva un pianto, mi sembra di ricordare. La saluto, se le capitasse di leggere. Ero a casa, insomma, e sotto le coperte, per di più. Per un momento mi sono liberato del groviglio di umori amari e risentiti sul modo scassato in cui il centrosinistra va alle elezioni, e ho provato un desiderio di augurio verso tutti quelli che andranno a votare convinti di scegliere la cosa giusta, qualunque sia, nell’ambito che va da Pd, Più Europa, Insieme, a Liberi e Uguali, a Potere al Popolo. Il cielo li aiuti. Il cielo ci aiuti. Ecco dov’ero alla vigilia delle torve elezioni del marzo 2018.

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