In ricordo di Mario Amodio

Era stato campione mondiale di karate, era stato operaio dell’Ilva nel famigerato reparto carpenteria. E' stato piegato da una terribile vicissitudine di malattie

16 Gennaio 2018 alle 06:09

In ricordo di Mario Amodio

A febbraio 2014 raccontai per Repubblica la storia di Mario Amodio, 35 anni, già campione mondiale di karate, già operaio dell’Ilva nel famigerato reparto carpenteria, piegato da una terribile vicissitudine di malattie: sclerosi multipla, un carcinoma alla lingua e uno all’esofago, laringe e tiroide asportati, recidive. Era bello, esile come un adolescente. “Avevo cominciato col karate a 11 anni. Pensavo solo allo sport, era la mia vita. Uscivo dall’Ilva con la polvere minerale in gola e sulla pelle, in palestra sudavo nero, anche dopo la doccia, sembravo uno che non si lava. Si ammalano in tanti, i più non lo dicono: occorre confidenza per dire cose così”. Non aveva più la voce, usava un mediocre laringofono, non poteva permettersi quello buono: “Ho cambiato corpo. Sono come un vaso scoperchiato, che trabocca appena mi piego. Rischio di soffocare per una doccia. Pesavo 55-56 kg, era la mia categoria; ora 40. Per la sclerosi non faccio più controlli, è diventata la cosa meno importante”. La sua storia fu raccontata in tv dal programma “I dieci comandamenti” di Domenico Iannacone, la potete rivedere in rete.

 

 

Un mese dopo fui sbigottito di sentire che la Asl aveva tolto ad Amodio il cosiddetto accompagnamento. Ne scrissi qui. “I responsabili dell’Asl o dell’Inail dovrebbero dire: ‘Come sono umili questi operai! Vengono da noi a supplicare. Invece di prendere d’assalto l’Istituto e fracassare ogni cosa, vengono a pregare’.” Non erano parole di Amodio, che non supplicava né pregava. Appartenevano all’impiegato dell’Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro del Regno di Boemia, Franz Kafka: le avevo appena lette nel libro postumo che Antonio Cassese aveva dedicato a Kafka. Guardavo Mario e mi chiedevo come facesse a resistere. Domenica Mario Amodio è morto. Di nuovo mi chiedo come abbia fatto a resistere. Ma lo so, me l’aveva spiegato: “Ho una pensione di inabilità, 850 euro. La mia forza è mia moglie, Felicetta. A 18 anni mi sono innamorato, per un anno ho smesso la palestra per andarle dietro dappertutto, avevo paura di perderla, a 23 ci siamo sposati”. E’ una storia dell’Ilva, dei servizi sociali, dell’amicizia che a Mario non è mai mancata, e soprattutto, grazie al campione e a Felicetta, la storia di un grande amore.

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