Gerusalemme e la profezia gerosolimitana che muove Trump

La storia serve a rimettere al suo posto la pretesa di certificare “chi per primo”, “chi più a lungo”, “chi più santamente”, abbia abitato Gerusalemme

Gerusalemme e la profezia gerosolimitana che muove Trump

Forze di sicurezza israeliane presidiano la Porta di Damasco, a Gerusalemme (foto LaPresse)

Einaudi ha appena tradotto, con una fortunata coincidenza, “Gerusalemme. Storia di una città-mondo dalle origini a oggi” (326 pp., 30 euro; l’edizione francese è del 2016). Ha un curatore, Vincent Lemire, e altri tre coautori, Katell Berthelot, Julien Loiseau e Yann Potin. Muovono da un “paradosso apparente”: che Gerusalemme sia così piena di memorie da essere una città senza storia. “La storia a Gerusalemme si è lasciata seppellire sotto il cumulo delle memorie”. I paradossi non vanno mai soli, sicché Gerusalemme vi appare anche come “una città senza geografia”: la geopolitica usurpa “la topografia, il rilievo, il clima e il suolo, la disposizione dei quartieri urbani, il loro popolamento”, la carta dei luoghi, strade, monumenti, colline, vallate, sorgenti, rocce, grotte, mura, cimiteri soppiantata da una carta militare o da un paesaggio folclorico. Riscattando storia e geografia gli autori hanno l’ambizione di offrire un racconto nuovo della città-mondo e in particolare degli scambi fra le tre tradizioni monoteistiche. Non so se ci siano riusciti, ma so per esperienza che il viaggiatore effimero ed emozionato si lascia davvero sopraffare dalle memorie di Gerusalemme: storia e geografia possono aspettare, tanto più che sembrano spettacolarmente compresenti nel breve spazio della Città Vecchia.

 

La storia, ecco l’altro paradosso, serve a rimettere al suo posto la pretesa di certificare “chi per primo”, “chi più a lungo”, “chi più santamente”, abbia abitato Gerusalemme e dunque meriti di possederla. Oggi gli analisti politici spiegano che Donald Trump muove l’ambasciata per compiacere non tanto il suo supposto seguito ebraico quanto il suo ingente seguito evangelico, persuaso che la soggezione di Gerusalemme a Israele adempia alla profezia. Appena poco fa un grande paese come l’Iran era in mano a un primo ministro pezzentista come Ahmadinejad che, da sindaco, aveva cura di tenere sgombro un viale di Teheran per l’imminenza del ritorno del dodicesimo imam scomparso undici secoli e mezzo fa. Oggi un grandissimo paese come gli Stati Uniti è in mano a un presidente bilionario come Trump che regola le sue mosse sugli attendenti della profezia gerosolimitana. Forse la fine dei tempi è davvero vicina.

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Commenti all'articolo

  • fabriziocelliforli

    12 Dicembre 2017 - 10:10

    Fermo restando il diritto anzi:DIRITTO di Israele a reclamizzare Gerusalemme come Sua; assodato che NON sono antisemita; dichiarato più volte che il sottoscritto SI CONSIDERA AMICO dell'America e del Presidente non in quanto persona MA come Istituzione; mi permetto ex-post di dire (NO! Moretti non c'entra!) che LE PAROLE SONO IMPORTANTI.Meglio avrebbe fatto Trump, secondo me, magari con un po' più di prolissità preventiva, a dire: "Gerusalemme è divisa fra varie religioni, è un'enclave patrimonio dell'Umanità. AUSPICHEREI CHE IN UN FUTURO essa ritorni a Israele, magari come capitale. Mi si potrebbe obiettare - e lo accetto in toto - che l'intifada sarebbe scoppiata lo stesso. Verissimo e condivisibilissimo. Ma per come sono andate le cose,NON a me ma ad una testa calda qualsiasi, potrebbe far pensare che all'indomani della fine ufficiale della guerra all'Isis con nemico ufficialmente sconfitto,ci si sia adoperati subito per tirarne fuori un altro dall'armadio ..M.O: sempre instabile?

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  • mauro

    10 Dicembre 2017 - 09:09

    Ogni città, ogni luogo è costruito sulle memorie accumulate e ne regge quindi il peso; eanche la topografia è sempre stata succube della geopolitica. Per accidente al momento la geopolitica di Trump favorisce Israele, che cercherà di rompere meno uova possibili per la frittata da cuocere; se dovesse tornare a favore dei maomettani sappiamo bene che quando si tratta di rompere le uova non badano a spese. A volte mi chiedo se le anime progressiste li amino tanto proprio per via di questa generosa ovoclastìa politico-religiosa.

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