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Ragioni pedagogiche per riflettere prima di votare

Si può correre verso le elezioni purché non lo si faccia sotto la dittatura dell'opinione pubblica e della democrazia diretta

10 Agosto 2019 alle 21:36

Elezioni e carciofi

Foto LaPresse

E’ fin troppo banale osservare come il fallimento degli eventuali tentativi di formare un esecutivo diverso da quello guidato da Lega e Cinque stelle condurrà inevitabilmente allo scioglimento delle Camere e alla convocazione di nuove elezioni politiche. Cosi vogliono infatti la Costituzione repubblicana e la ragionevolezza, la quale ultima non potrebbe di certo tollerare una paralisi istituzionale prolungata senza che si faccia appello al corpo elettorale.

Ciò che non risulta per nulla scontato, invece, è la decisa affermazione della necessità di provare a formarlo un nuovo Governo, dopo il sostanziale e plateale fallimento di quello rimasto sinora in carica.

La dittatura della parte dell’opinione pubblica che risulta più rumorosa e la sostanziale mancanza d’autorevolezza degli attori politici, sembrerebbero avere messo in difficoltà quasi tutti i partiti, che si guardano bene dal ricordare ai propri elettori, al di là delle concrete convenienze contingenti, come il nostro sistema costituzionale imponga di considerare le elezioni anticipate alla stessa stregua di un’estrema ratio.

In una Repubblica democratica parlamentare che si rispetti va contrastato, in primo luogo, il narcisismo dell’elettore che pretende di manifestare le proprie preferenze politiche, con pervicacia e senza considerazione d’alcuna ulteriore ragione, al fine di riaffermare la volontà di far prevalere il partito per il quale intende votare.

La nostra Costituzione prevede una legislatura che duri ordinariamente cinque anni e l’elettore (non il cittadino, si badi) è relegato, piaccia o non piaccia, al ruolo di giudice dell’attività svolta da ogni singola componente partitica nel corso dell’intera legislatura.

La necessità di provare a dare vita ad un diverso esecutivo rappresenta, poi, la conseguenza immediata della nostra forma di governo, che è quella d’una democrazia parlamentare e non già d'una democrazia diretta.

La sovranità è esercitata dal popolo nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione, la quale impone un regime parlamentare, al cui interno  sono le Camere, e non già gli elettori, a valutare l’opportunità (o la necessità) di indire nuove elezioni.

A ciò si aggiunga come in virtù del principio d’uguaglianza ogni singolo voto che trovi espressione all’interno del Parlamento sia titolare di pari dignità, cosicché, in presenza di un sistema elettorale proporzionale che non abbia assegnato la vittoria ad alcuna formazione o coalizione politica, non si scorge la ragione per la quale alcune alleanze formatesi solo dopo l’elezioni abbiano diritto a costruire un Esecutivo, mentre altre debbano essere necessariamente interdette.

Il divieto di mandato imperativo, in ultimo, nega legittimità ad ogni prescrizione, da parte degli elettori, d’aderire ad alcune compagini governative e non ad altre e ciò in ragione anche del fatto che non appare ipotizzabile negare un minimo comune denominatore, sopratutto in  presenza di circostanze eccezionali, fra forze politiche che condividono il medesimo quadro di valori costituzionali.

L’alternativa di considerare tutte le forze politiche (o la maggior parte d’esse) incompatibili le une con le altre, rappresenterebbe la negazione radicale dello spirito della nostra Repubblica democratica e la dimostrazione che la distanza fra i vari indirizzi di governo è tale da individuare, in realtà, più comunità nazionali all’interno dello stesso territorio. Uno scenario davvero preoccupante.

Alle urne, dunque, ma con giudizio.

Rocco Todero

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