L'epoca d'oro dell'indipendenza dello Stato dai creditori privati? Non è mai esistita

Rocco Todero

Perché è necessario studiare la storia della finanza internazionale per contrastare il sovranismo economico un tanto al chilo

ll lettore che non abbia dimestichezza con la “storia della finanza internazionale” difficilmente potrà riflettere sul fatto che è da almeno mille anni che non c’è autorità politica che non sia stata costretta in qualche modo a far dipendere la propria sopravvivenza dai prestiti dei creditori privati, vale a dire dal debito pubblico.

 

I manuali di stampo generalista, quelli che dovrebbero fornire agli studenti una prospettiva storica di lungo periodo in grado d'individuare i fattori chiave dello sviluppo del mondo occidentale, non fanno cenno, solo per fare un esempio, alla circostanza che il Re di Francia, Filippo IV, detto il Bello, massacrò i templari per sbarazzarsi degli ingenti debiti che aveva con essi contratto per garantire la sopravvivenza al proprio regno, né pongono particolare attenzione al fatto che quasi tutte le principali città Stato italiane ed europee (Venezia, Genova e Firenze, su tutte) fecero ricorso (a partire dal XII secolo) a prestiti pubblici, forzosi e volontari, per assicurarsi la possibilità di competere nel teatro della faticosissima battaglia politica e commerciale, nei primi quattro secoli del secondo millennio.

 

La narrazione storica più comune rappresenta guerre, battaglie, ascesa e distruzione di regni, imperi, monarchie costituzionali e democrazie liberali, esalta le figure di politici, condottieri e dittatori, ma tralascia di spiegare l’entità del contributo con il quale la finanza, la relazione debitore pubblico - creditore privato, ha rifornito di carburante il motore delle trasformazioni sociali, economiche e politiche.

 

Nel dibattito pubblico, così, non si rammenta mai, ad esempio, che furono i prestiti concessi dai banchieri privati (Jacob Fugger su tutti) ai monarchi del XVI secolo a spostare l’ago della bilancia degli equilibri politici che portarono Carlo V sul trono imperiale; che Olanda e Inghilterra si avviarono a essere le principali potenze politiche e commerciali del XVII e XVIII secolo in virtù prevalentemente del volume e della solidità del loro debito pubblico (famosi i consol, titoli del debito pubblico britannico). Si dimentica che gli Stati Uniti riuscirono a svincolarsi dalla madre patria anche grazie ai prestiti che furono in grado di contrarre sul mercato internazionale; che Napoleone Bonaparte perse la battaglia più importante della sua carriera di condottiero anche per i servizi finanziari che i Rothschild resero a favore delle necessità d’approvvigionamento dell’esercito guidato da Wellington; che durante la guerra civile americana i sudisti furono sopraffatti dagli avversari pure a causa dell’inaffidabilità del loro debito pubblico che rimase invenduto e delle dichiarazioni del Presidente della Confederazione che preconizzò la possibilità di non rimborsare il prestito; che la Louisiana fu pagata ai francesi dagli americani per mezzo dell’emissione di obbligazioni statali; che il debito pubblico (e quello dei paesi dell’America latina in particolare) rappresentò per molto tempo nel corso del XIX secolo la porzione preponderante delle transazioni finanziarie delle principiali borse mondiali; che l’Italia pre e post unitaria fece tesoro delle capacità finanziarie delle borse di Londra e Parigi per collocare numerose emissioni di debito pubblico nazionale; che la Francia tentò più volte di uscire dalla spirale del debito pubblico nel corso del 1700 cercando di trasformare le obbligazioni statali in azioni di imprese pubbliche commerciali (la bolla del Mississippi); che lo sforzo bellico delle due guerre mondiali del novecento (della prima sopratutto) fu reso possibile dalla sottoscrizione d’ingenti quantità di debito pubblico (durante la prima guerra mondiale la sottoscrizione del debito rappresentò la prima fonte di finanziamento bellico, seguita dalla tassazione e dall’emissione di moneta); che il welfare state non è stato altro (per la maggior parte del tempo) che la trasformazione di risparmio privato assorbito dallo Stato, sotto forma di titoli pubblici, e rimesso in circolazione sotto forma di spesa pubblica sociale.

 

Lo studio della storia della finanza internazionale consentirebbe, pertanto, di comprendere come non vi sia stata mai un’epoca durante la quale l’autorità pubblica, la politica, lo Stato, abbiano potuto fare a meno di dipendere, in misura più o meno ampia, dalla disponibilità del credito privato, necessario quest’ultimo per sovvenzionare le guerre prima, le infrastrutture pubbliche poi (emblematico il caso dell’Italia post unitaria), la spesa sociale infine.

 

Una storia ricca, complessa e avvincente, quella del debito pubblico, capace di svelare una relazione debitore pubblico - creditore privato fatta di fiducia e diffidenza reciproca, di valutazioni sull’affidabilità del creditore e sulle diverse opportunità d’investimento per il debitore, d’incessanti ponderazioni del rischio creditizio. Una storia costellata di promesse di rimborsi non mantenute da parte di monarchi, principi, imperatori e Stati nazionali (la monarchia spagnola dichiarò defalut parecchie volte fra il XV e il XVI secolo, nel 1841 e nel 1842 otto dei ventisei Stati degli Stati Uniti D'America dichiararono di non potere onorare i debiti esistenti, la Russia, abbandonata la prima guerra mondiale, cancellò unilateralmente il debito pubblico sino a quel memento sottoscritto, alcuni Stati dell’America Latina furono un pessimo affare per quanti comprarono il loro debito pubblico nel corso dell’800), di prestiti mai restituiti e trasformati in rendite perpetue (Venezia e Firenze), di obbligazioni pubbliche divenute capitali di rischio (Francia dell’inizio del XVIII secolo), di ristrutturazioni e default più o meno ricorrenti.

 

Una carrellata degli avvenimenti storici esaminati lungo l’ultimo millennio sotto la lente particolare dell’analisi della finanza e del debito pubblico dovrebbe contribuire a sfatare molti miti che richiamano ancora oggi un’inesistente età dell’oro nel corso della quale lo Stato sarebbe stato davvero libero e non ristretto dentro i vincoli contrattuali architettati dolosamente da spregiudicati creditori privati desiderosi di spolpare le ricchezze pubbliche. Dovrebbe aiutare a comprendere come la sottoscrizione del debito pubblico rappresenti l’unica modalità rispettosa dei principi liberali, per mezzo della quale lo Stato può fare fronte al proprio fabbisogno, residuando, in alternativa, la tassazione predatoria e l’emissione di carta moneta che produce elevati e insopportabili livelli d’inflazione che distruggono il risparmio privato.

 

Per questa ragione, inauguriamo un ciclo di articoli di storia della finanza che, partendo dal XII secolo e concludendosi ai giorni nostri, ci consentirà di comprendere dove è nato il debito pubblico, perché il potere politico ne ha sempre avuto necessità e quali sono state le principali trasformazioni che lo hanno interessato nel corso di circa mille anni.

  

Nel prossimo post: dal XII al XVI secolo. Templari e banchieri italiani finanziano il debito di principi, papi e monarchie. A Venezia, Genova e Firenze nasce il debito pubblico.

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