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Michele Benso di Cavour fu il padre che ciascuno di noi dovrebbe essere

In una lettera di risposta al figlio Camillo, che aveva richiesto aiuto economico, il marchese Michele testimonia delle migliori qualità che dovrebbe possedere un padre

19 Marzo 2018 alle 08:58

Michele Benso di Cavour fu il padre che ciascuno di noi dovrebbe essere

Michele Giuseppe Francesco Antonio Benso di Cavour (foto tratta da Wikipedia)

Nell’ottobre del 1840 Camillo Benso Conte di Cavour era ancora alla ricerca di se stesso. A 30 anni aveva sviluppato tutti i tratti più eccentrici del suo carattere ma non aveva ancora fatto mostra dello straordinario talento politico che lo avrebbe portato ad essere unanimemente riconosciuto come il vero artefice dell’Unità d’Italia.

 

Il Conte era pieno di sé, orgoglioso, convinto d’essere destinato a grandi imprese, ma non si era ancora affacciato sull’uscio della scena politica perché il suo juste milieu faticava a trovare adeguata collocazione in un contesto che rappresentava quanto di più lontano potesse esserci dal temperamento politico cavouriano e che era dominato per un verso dall’eccesso di conservatorismo e per l’altro dalle minacce di violente rivoluzioni da attuare ad ogni piè sospinto.

 

Viaggiava però per l’Europa, il futuro Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, studiava i sistemi politici ed economici francesi ed inglesi (con particolare sensibilità per il problema della povertà), frequentava parecchie nobildonne dell’epoca e giocava, sopratutto in Borsa.

 

A Parigi la convinzione di avere avuto notizie di prima mano sull’imminenza di un conflitto bellico lo spinse avventatamente a tentare una speculazione al ribasso per una cifra importante, ma la buona sorte che lo aveva sino a quel momento assistito in tante avventure borsistiche (anche spregiudicate) gli voltò questa volta le spalle e nel giro di pochi giorni accumulò un debito di circa 45.000 franchi dell’epoca. Una perdita che non era in grado di mettere a rischio la solidità del patrimonio dell’agiatissima famiglia Cavour, ma la cui responsabilità ricadeva interamente sull’inesperienza e la negligenza del non più giovanissimo Camillo.

 

Cavour scrisse al padre, il marchese Michele, per una richiesta d’aiuto nella quale si cospargeva il capo di cenere per quanto era accaduto, mostrava sentimenti di vergogna e riconosceva senza mezzi termini la spregiudicatezza che lo aveva cacciato in quel guaio. Ma aveva bisogno di fare fronte al debito, altrimenti sarebbe stato il caso “di farsi saltare le cervella”.

Michele di Cavour, uomo di grande esperienza dotato della caratura del vero capo famiglia, rispose a Camillo con una lettera di straordinaria bellezza, nel corso della quale alternò sapientemente un durissimo rimprovero, un esame realistico dei limiti caratteriali del figlio e una paterna profferta di collaborazione affinché il suo secondogenito potesse superare le difficoltà che si era procurato e così avviarsi verso un cammino più radioso.

 

Dopo averlo rassicurato sulle modalità con le quali gli avrebbe consentito di fare fronte al debito contratto, Michele presenta al proprio figliolo il conto di uno spietato esame di coscienza “adesso, mio caro Camillo, che il male è stato fatto, rivediamolo insieme…per trovare un rimedio per il futuro; essendo tuo padre, ricapitolerò la tua condotta, perché sei malato d’orgoglio. Tu credi di essere l’unico giovanotto in grado di diventare da un momento all’altro un ministro - un banchiere - un uomo d’affari - uno speculatore - e questa grandiosa opinione di te stesso non ti ha mai permesso di pensare che forse commettevi qualche errore. A Parigi fai finta di occuparti degli affari di tua zia, alloggiando in una bella suite au premier dell’Hotel Mirabeau, vai a divertirti nei ristoranti coi tuoi amici di Torino, ti fai ricevere dalle signore allegre del demi - monde e giuochi in Borsa, perché credi di avere scoperto segreti di Stato…Questo basta per il passato, caro figliolo, ma come quando si è malati dobbiamo pensare ai rimedi e fare piano per l’avvenire.

 

Subito dopo il marchese tinteggia con agili pennellate un ritratto dove emergono i chiari - oscuri delle virtù e dei vizi di Camillo, dimostrando così di non averlo mai perso di vista nel cammino che lo ho condotto all’età adulta: “La Provvidenza ti ha dotato senza dubbio di capacità di previsione e di una acuta intelligenza, dalle quali nel passato avresti potuto trarre grande vantaggio se tu non fossi stato convinto della tua superiorità; se non avessi rovinato la tua normale bontà d’animo con questa ostentazione, questo amore per l’eleganza che si tollera solo in persone di second’ordine che non hanno altre qualità per eccellere, ma che nel tuo caso mette soltanto in luce le tue debolezze e dà spago ai tuoi nemici…Potresti anche essere utile al governo se non pretenderai di essere subito primo ministro”.

 

Conclusi i rimproveri, però, Michele di Cavour sa che in fondo il dovere di ogni padre è quello di fare sentire la propria vicinanza in ogni occasione al figlio e di riconfermargli stima ed affetto, senza tuttavia omettere ancora una volta la rappresentazione della realtà sulle sue manchevolezze: “Tu hai grandi qualità, mio caro Camillo. Hai trent’anni, l’età in cui dovresti dire, Come Alfieri, volli, sempre volli, fortissimamente volli….Lascia alla gente di seconda qualità la superiorità degli abiti; sii rispettabile senza gli abiti di fantasia del cugino Flipin o la trasandatezza del tuo amico Cesare. Sii Camillo di Cavour: dai libero gioco alla tua naturale bontà, ai tuoi ideali e alla nobiltà del tuo carattere…Lavoriamo insieme, Gustavo e tu e io, adesso e nell’avvenire…E’ vero che tu sei incostante di temperamento, ma puoi padroneggiarlo e non comportarti in modo tale che noi diventiamo le vittime della gelosia di un marito o di un appuntamento mancato. ….Ho sempre pensato di essere tuo amico. Non credere che qualche migliaio di franchi possa alterare i miei sentimenti verso di te. Se mi irrito per questioni di denaro, è perché vedo che spendi più di quello che mi sembra necessario e perché ho sempre dubitato della tua prudenza.

 

La lettera si conclude con la sollecitazione a valorizzare le qualità che riposano nel carattere del Conte e con l'offerta della sicura paterna disponibilità a continuare a collaborare per un futuro migliore: “Adesso che abbiamo avuto la nostra lezione, approfittiamone e rafforziamo la nostra felicità. Leggerò la mia lettera a tua madre. Voglio essere sincero come un padre deve esserlo col figlio, ma non voglio scrivere nulla che ferisca i tuoi sentimenti o il tuo amo proprio. Non sarei sincero se non ti dicessi quello che penso, ma voglio che tu sia certo che questo non diminuisce il mio affetto per la tua capacità e il tuo carattere. Li apprezzo pienamente: credo che tu potrai fare grandi cose. La miniera è sfruttata male ma il minerale è ottimo: sfruttiamolo insieme.

 

Come ebbe modo di affermare Rosario Romeo, il più insigne biografo di Cavour, la lettera del marchese Michele rappresenta “Un documento..dei più eloquenti di ciò che la vecchia istituzione familiare, nutrita di educazione cristiana, di tradizioni nobiliari e di borghese honnêteté, poteva significare per i suoi membri come fonte di energia morale, di conforto, di umana comprensione".

Rocco Todero

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    19 Marzo 2018 - 20:08

    Non vi è più stato nè più vi sarà un governante della Sua grandezza.

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  • Giovanni

    19 Marzo 2018 - 14:02

    Molto interessante... Ma ancor più interessante sarebbe sapere cosa abbia pensato il figlio Camillo delle parole di suo padre

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    • Dario

      Dario

      19 Marzo 2018 - 15:03

      Mi sembra che ne abbia fatto tesoro.

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