Contro un governo di diavoli serve un’alternativa da Draghi

Claudio Cerasa

Un conto è il posizionamento, un altro è l’orientamento. E per questo, quando Sergio Mattarella benedirà le fedi del matrimonio tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, la domanda inevitabile che passerà sulla bocca dei non invitati alle nozze dell’anno sarà una soltanto: non dove si deve andare, ma più semplicemente, e se vogliamo anche più drammaticamente, che cosa fare? Da qui ai prossimi mesi, i fortunati esclusi dalle nozze populiste non avranno un problema di tattica ma avranno un problema di strategia, che tradotto in un linguaggio comprensibile significa trovare un modo per evitare che l’opposizione al governo Di Maio e Salvini sia intrappolata in una qualche polverosa formula algebrica. Dobbiamo rifare l’Ulivo. Dobbiamo rifare l’Unione. Dobbiamo rifare Macron.

 

Nei prossimi giorni si parlerà molto, e inutilmente, della giusta “tattica” da utilizzare per fronteggiare la Lega a Cinque stelle ma si parlerà poco dell’unico elemento che dovrebbe essere il cuore di una qualsiasi discussione su che fare dopo il bacio Salvini-Di Maio: non il partito da formare, ma prima di tutto lo spartito da seguire. Illudersi che sia sufficiente essere genericamente “antipopulisti” per far vivere un progetto alternativo a quello sfascista è un’idea perdente, se non si accetta di mettere subito al centro del gioco l’unica fonte che può ispirare con chiarezza coloro che si metteranno alla testa del fronte unico dell’apertura: Mario Draghi.

 

Non si tratta di dire che l’attuale governatore della Bce, il cui mandato scade alla fine del prossimo anno, è destinato a essere, il vero soggetto alternativo all’Italia dei Salvini e dei Di Maio. Si tratta piuttosto di dire che il governatore della Bce è destinato a essere l’italiano che meglio di chiunque altro può spiegare quale deve essere l’oggetto non rancoroso di una lucida opposizione al partito della chiusura. L’unico con la forza di ricordare che il problema dell’Europa non è l’euro, ma è la mancanza di volontà riformatrice di alcuni paesi che non hanno saputo approfittare delle condizioni favorevoli create dalla moneta unica. L’unico con la credibilità di ricordare che se un paese ha una bassa crescita della produttività la risposta non può essere quella di giocare con il tasso di cambio ma deve essere quella di migliorare il processo di integrazione. L’unico che può diventare una fonte di ispirazione sincera per dimostrare che il modo più forte, più immediato e persino più efficace per essere orgogliosamente alternativi al fronte unico del protezionismo non è occupare in modo sciatto lo spazio dell’antichiusura, ma è spiegare perché essere a favore dell’apertura significa qualcosa di concreto, di sostanziale e di non sulfureo: significa moltiplicare i nostri orizzonti, la nostra capacità di far valere il merito, le nostre possibilità e dunque, più concretamente, le nostre opportunità. E il discorso tecnico fatto ieri a Firenze durante la conferenza su “The State of the Union” – finalizzato a ricordare che la Bce per il momento mantiene gli stimoli agli stati ma che gli stati dovranno presto mettersi nell’ottica di doverci rinunciare – è simmetrico a un altro ragionamento che ogni azionista del partito dell’apertura dovrebbe far suo immaginando la futura opposizione al fronte unico della chiusura: “I ragazzi di oggi – ha detto Draghi a settembre in un bellissimo discorso al Trinity College di Dublino – non vogliono vivere di sussidi: vogliono lavorare e accrescere le opportunità delle loro vite”. Nel luglio del 2012, le parole del presidente della Bce furono importanti per spiegare al mondo in che senso la Banca centrale europea avrebbe fatto “tutto il necessario per sostenere l’euro”. Sei anni dopo, le parole del governatore saranno fondamentali per un’altra ragione: per capire come costruire uno spartito alternativo al fronte unico della chiusura. Dal “whatever it takes to preserve the euro” al “whatever it takes to preserve Europe”. E in un modo o in un altro, dopo il bacio di Salvini e Di Maio, non si potrà che ripartire da qui. Contro un governo di diavoli serve un’alternativa da Draghi.

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