America provoca, Cina risponde. Ma combattono due guerre diverse

Giulia Pompili

Roma. “Non siamo in una guerra commerciale con la Cina”, ha tuittato ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, “Questa guerra è stata persa molti anni fa a causa dei pazzi, o incompetenti, che hanno rappresentato gli Stati Uniti. Ora abbiamo un deficit commerciale di 500 miliardi di dollari l’anno, con altri 300 miliardi di dollari per furto di proprietà intellettuale. Non possiamo lasciare che questo continui!”. America e Cina non saranno ancora nel pieno di una guerra commerciale, come dice Trump, ma ci sono vicinissime. Qualche ora dopo l’annuncio da parte della Casa Bianca di un ulteriore piano di tariffe al 25 per cento che minacciano di essere imposte su 1.300 categorie di prodotti cinesi, per un valore complessivo di 50 miliardi di dollari, Pechino ha risposto con una lista altrettanto ricca e significativa. Non c’è ancora una data che indichi quando queste nuove tariffe entreranno in vigore e questo lascia supporre che fino a fine maggio, almeno, ci sia spazio per le negoziazioni tra Washington e Pechino. Nel frattempo però ieri i mercati globali hanno subito la pressione di una possibile guerra commerciale tra le due maggiori economie del mondo.

   

Tra le azioni di America e Cina, però, c’è una differenza fondamentale da notare. Se l’obiettivo del Rappresentante per il commercio di Washington è puramente protezionistico – secondo l’ufficio guidato da Robert Lighthizer, infatti, l’America si appresta a porre tariffe sull’importazione di prodotti tecnologici, chimici, medicali, oltre a un discreto numero di oggetti di consumo come lavastoviglie, televisioni e parti automobilistiche – la reazione cinese è molto più politica. Il Consiglio di stato cinese ha pubblicato una lista di 106 prodotti americani che potrebbero subìre l’introduzione di una tassa al 25 per cento per l’importazione in Cina. E per capire quanto la reazione di Pechino sia volta a dare una zampata politica all’Amministrazione Trump bastano pochi esempi.

   

Le tariffe sulle parti di aerei commerciali, se entreranno in vigore, colpiranno soprattutto la Boeing – colosso del settore aeromobili e aerospaziale con sede a Chicago, ma soprattutto la più grande azienda esportatrice d’America, che vende all’estero l’80 per cento di ciò che produce. Neanche a dirlo, la Cina è uno dei clienti migliori per la Boeing. Non è un caso se nel 2015 il presidente cinese Xi Jinping fosse a Everett, nell’impianto di Boeing dello stato di Washington, a parlare con vertici e operai e con in mano un ordine da 38 miliardi di dollari. La prima visita di un presidente americano in un impianto della Boeing, invece, è arrivata soltanto a febbraio dello scorso anno, e sembrava che il difficile rapporto tra Donald Trump e il ceo e presidente Dennis Muilenburg fosse tornato costruttivo: secondo indiscrezioni dei media, la Boeing tradizionalmente vicina ai Clinton avrebbe sperato in tutt’altro tipo di presidenza, nel novembre del 2016, e soprattutto dopo quel tuitt dell’allora neopresidente eletto in cui annunciava di cancellare l’ordine da Boeing per il nuovo Air Force One. Ma la Cina ci insegna che per colpire il tuo nemico devi colpire prima le persone vicino a lui: così ha fatto Pechino con la Corea del sud lo scorso anno, sospendendo il turismo cinese nella penisola, ma solo per colpire l’America che aveva piazzato lo scudo antimissile su territorio sudcoreano. Tra le misure ritorsive cinesi c’è poi un ampio spazio dedicato al settore primario. Parliamo per esempio di tabacco, soia e di carne. La Cina vorrebbe mettere tariffe al 25 per cento su tutte le importazioni dall’America di tabacco, scarti e altri prodotti derivati dalla pianta.

    

La politica americana sul no-smoking ha messo in difficoltà gli impianti di coltivazione e produzione, ora costretti all’esportazione di un prodotto costoso (il tabacco americano è valutato il doppio di quello di qualunque altro paese). Pur essendo la Cina il più grande produttore di tabacco del mondo, importa molto da Carolina del nord, Kentucky e Virginia – il primo è stato uno dei più imprevedibili swing state alle ultime elezioni presidenziali. La “guerra della soia” era la più prevedibile, anche perché largamente annunciata dai funzionari cinesi: la Cina, che è il più grande consumatore del mondo, la importa soprattutto dall’America. Il primo stato esportatore di soia in America è il Michigan, e le controtariffe di Pechino potrebbero avere un impatto enorme sulle diecimila aziende agricole dello stato. Si è poi parlato della carne di maiale dell’Iowa, un altro stato in bilico a poco più di sei mesi dalle elezioni di mid-term: benché il presidente Xi Jinping abbia un rapporto personale con Terry Branstad, ex governatore e ora ambasciatore americano a Pechino, le esportazioni di maiale americano in Cina rischiano. Così come la carne di manzo, aggiunta ieri alla lista dei prodotti in via di “sanzionamento”. Nel giugno del 2017 era stato riaperto il mercato e gli allevatori americani avevano investito molto sulla terra promessa cinese. Le esportazioni a gennaio del 2018 hanno raggiunto i 7,5 milioni di dollari.

   

Il piano cinese che spiega la guerra commerciale di Trump

Pechino ha risposto ai dazi in maniera limitata. Ma la strategia di Washington ha un obiettivo specifico: il programma “China 2025”

  

Per elaborare una strategia così sofisticata, che colpisca il cuore politico e la base elettorale di Donald Trump, serve una profonda conoscenza del nemico – un concetto già ampiamente elaborato da Sun Tzu nell’“Arte della guerra”. E non è un caso se tutti gli advisor economici più vicini in questo momento al presidente Xi Jinping abbiano studiato in America: mentre Washington era troppo impegnata a fare i conti con il deficit commerciale, decidendo per una svolta protezionistica, già da anni Pechino studiava il modo per affrontare qualsiasi eventualità, e perfino una guerra commerciale, contro gli Stati Uniti.

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